Principi
generali di teodicea.
2.
5. E. - Hai espresso con chiarezza ciò che turba assai il
mio pensiero e mi ha costretto e spinto alla presente ricerca.
A.
- Sii forte e continua a credere ciò che credi. È il migliore atto di
fede, anche se la spiegazione è al di sopra della nostra esperienza.
Avere di Dio un altissimo concetto è il più vero inizio di
religiosità. E non se ne ha un concetto altissimo, se non si crede che
è totalità del possibile e assolutamente immutabile, creatore inoltre
di tutti i beni, ai quali è superiore, ordinatore di tutte le cose che
ha creato, non aiutato nel creare da altra natura, quasi non fosse l’assoluto.
Ne consegue che dal nulla ha creato l’universo e che da sé non ha
creato, ma ha generato un principio che gli è eguale. Noi lo diciamo
unico Figlio di Dio e lo denominiamo Virtù di Dio e Sapienza di Dio,
quando tentiamo di farcene un concetto più accessibile. In lui ha
creato tutte le cose che dal nulla sono state create. Su questo
fondamento, con l’aiuto di Dio, portiamoci nella seguente maniera all’intelligenza
dell’argomento da te proposto.
Perché
l’adulterio è male?
3.
6. Tu chiedi appunto il principio per cui si agisce male. Dunque
prima si deve discutere che cosa significa agir male. Di’ quel che ne
pensi. Se non ne puoi esporre in breve a parole una teoria, per lo meno
citando alcune cattive azioni in particolare, fammi comprendere la tua
opinione.
E.
- Ma a chi non sembrano cattive azioni gli adulteri, gli omicidi e i
sacrilegi, per tacere di altre? Per enumerarle non sono disponibili né
tempo né memoria.
A.
- Dimmi prima di tutto perché ritieni cattiva azione l’adulterio.
Perché lo vieta la legge?
E.-
Non è male perché è vietato dalla legge, ma è vietato dalla legge
perché è male.
A.
- Ma supponi che un tizio ci importuni esagerando il piacere dell’adulterio
e chiedendoci perché lo giudichiamo un male e degno di biasimo. Pensi
davvero che individui, i quali intendono accettare per fede ma anche
giustificare con la ragione, debbano ricorrere all’autorità della
legge? Ma anche io accetto con te, e fermamente accetto, e grido che i
cittadini di tutte le nazioni debbono accettare che l’adulterio è un
male. Ma ora intendiamo avere, con atto di ragione, scienza innegabile
di quanto abbiamo accettato con la fede. Rifletti dunque, per quanto ne
sei capace, e dimmi per quale ragione hai ritenuto l’adulterio un
male.
E.
- So che è un male perché non lo sopporterei in mia moglie. Agisce
male infatti chi fa agli altri ciò che non vuole gli sia fatto.
A.
- E se un tizio fosse tanto libertino da offrire la propria moglie ad un
altro e tollerasse che sia da lui violata perché desidera avere eguale
soddisfazione sulla donna dell’altro, ti sembra che non faccia nulla
di male?
E.
- Anzi moltissimo.
A.
- Ma egli pecca fuori della tua norma, che non fa ciò che non vorrebbe
ricevere. Devi dunque cercare un altro motivo per dimostrare che l’adulterio
è un male.
Non
perché è condannato dalla legge...
3.
7. E. - Mi sembra male perché spesso ho visto individui
condannati per questo delitto.
A.
- Ma non si danno parecchi casi di individui condannati per azioni
buone? Per non rimandarti ad altri libri, consulta la storia stessa che
si fregia della inspirazione divina. Vi troverai quanto male dovremmo
giudicare gli Apostoli e tutti i martiri se ritenessimo che la condanna
è certo criterio di azione malvagia. Eppure essi furono giudicati degni
di condanna per aver dato testimonianza della propria fede. Pertanto se
è malvagia l’azione di chi subisce condanna, era male in quel tempo
credere in Cristo e professare la fede. Se poi non è male ogni azione
che subisce condanna, cerca di trovare un altro principio, da cui
dedurre che l’adulterio è un male.
E.
- Non so che rispondere.
ma
perché dettato dalla passione.
3.
8. A. - Dunque forse nell’adulterio è male la passione. Ma
tu ne restringi il concetto se cerchi il male nell’atto esteriore già
visibile. E per comprendere che nell’adulterio è male la passione,
pensa che se un tizio non ha possibilità di dormire con la donna di
altri, ma appare che lo desidera e che, data la possibilità, lo farà,
non è meno reo che se fosse sorpreso in flagrante.
E.
- È del tutto evidente e vedo ormai che non v’è bisogno di un lungo
discorso per persuadermi sull’omicidio, il sacrilegio e in definitiva
su tutti i peccati. È chiaro che soltanto la passione è determinante
del generale concetto di azione malvagia.
Passione
e desiderio disordinato.
4.
9. A. - Sai anche che la passione con altro termine si chiama
anche desiderio immoderato?
E.
- Sì.
A.
- E secondo te, fra esso e il timore non v’è alcuna differenza o sì?
E.
- Secondo me, differiscono moltissimo.
A.
- Lo supponi, penso, perché il desiderio è tendenza, il timore fuga.
E.
- Sì, come tu dici.
A.
- Dunque se un tale uccide un uomo non per il desiderio immoderato di
conseguire un intento, ma perché teme che gli avvenga un male, è
omicida?
E.
- Certamente; ma non per questo il fatto cessa di essere nella categoria
del desiderio immoderato. Chi uccide un uomo perché lo teme desidera
vivere senza timore.
A.
- E ti sembra un bene da poco vivere senza timore?
E.
- È un grande bene, ma non può essere conseguito dall’omicida in
virtù del suo delitto.
A.
- Non chiedo che cosa gli possa avvenire, ma che cosa desidera.
Ovviamente desidera un bene chi desidera la vita libera dal timore.
Pertanto questo desiderio in sé è immune da colpa, altrimenti dovremmo
considerare colpevoli tutti quelli che vogliono un bene. Siamo dunque
costretti ad ammettere che v’è omicidio, nel quale non si può
reperire come determinante il desiderio malvagio e sarà falso il
principio che la passione è determinante in tutti i peccati perché
siano un male; oppure vi sarà un determinato omicidio che potrebbe non
esser peccato.
E.
- Certo se l’omicidio è uccidere un uomo, può esser commesso in
qualche caso senza peccato; ad esempio, il soldato uccide il nemico, il
giudice o il suo esecutore il delinquente, quegli a cui per involontaria
imprudenza sfugge un dardo di mano. Secondo me, costoro non peccano
quando uccidono un uomo.
A.
- D’accordo; ma non è costume considerare costoro omicidi. Rispondi
dunque se colui che ha ucciso il padrone, da cui temeva per sé gravi
pene, sia, a tuo giudizio, da porsi fra coloro che uccidono un uomo con
tale titolo che non sono degni neanche del nome di omicidi.
E.
- Per me è evidente che differisce molto da loro. Coloro lo fanno in
virtù delle leggi o per lo meno non contro di esse, ma nessuna legge
può legittimare il misfatto di costui.
Desiderio
illecito determinante il male.
4.
10. A. - Mi richiami ancora all’autorità. Dovresti
ricordare che or ora ci siamo impegnati a giustificare con la ragione
ciò che riteniamo opinabile. Ora le leggi le riteniamo opinabili. Ci
dobbiamo dunque impegnare, se comunque ne siamo capaci, a giustificare
razionalmente il medesimo tema, se la legge che punisce il fatto, lo
punisce secondo ragione.
E.
- Non lo punisce certamente contro ragione perché punisce chi
volontariamente e coscientemente uccide il padrone. Non è il caso degli
altri.
A.
- Ma non hai detto poco fa che la passione è determinante di ogni
cattiva azione e che per questo è male?
E.
- Certo che lo ricordo.
A.
- E non hai ammesso ugualmente che chi desidera vivere senza timore non
ha un desiderio cattivo?
E.
- Anche questo ricordo.
A.
- Quando dunque lo schiavo uccide il padrone con questo desiderio, non
lo uccide per colpevole desiderio. Dunque non abbiamo ancora risolto
perché questo delitto è un male. È emerso infatti dal nostro dialogo
che le cattive azioni sono cattive perché sono commesse per passione,
cioè per desiderio riprovevole.
E.
- A questo punto mi sembra che il tizio sia condannato ingiustamente.
Non oserei dirlo se trovassi altro da dire.
A.
- È così allora? Ti sei fatto la convinzione che un misfatto così
grosso doveva rimanere impunito prima di considerare che lo schiavo
poteva avere il desiderio illecito di liberarsi dal timore del padrone
per soddisfare le proprie passioni. Desiderare di vivere senza timore
non è soltanto dei buoni, ma anche dei malvagi di ogni categoria. La
differenza consiste in questo, che i buoni lo conseguono distogliendo la
volontà dalle cose che non si possono avere senza pericolo di perderle,
al contrario i cattivi tentano di rimuovere gli ostacoli per sdraiarsi
con tranquillità nel goderle. Conducono quindi una vita piena di
misfatti. Sarebbe meglio chiamarla morte.
E.
- Mi ravvedo e godo assai di aver compreso tanto facilmente che cosa sia
quel colpevole desiderio che si dice passione. Ed evidentemente è l’amore
di cose che l’uomo può perdere anche se non vuole.
L’omicidio
è sempre colpevole?
5.
11. Ora dunque, se vuoi, esaminiamo se la passione è determinante
anche nel sacrilegio. Osserviamo invece che molti se ne commettono per
superstizione.
A.
- Rifletti se non sia prematuro. Mi parrebbe che prima si debba
discutere se un nemico che assale o un sicario che insidia possano
essere uccisi indipendentemente dalla passione per difendere la vita, la
libertà o l’onore.
E.
- E come posso giudicare liberi da passione costoro che con le armi
difendono beni che possono perdere anche se non vogliono? E se non
possono perderli che bisogno c’è di giungere per essi fino all’omicidio?
A.
- Dunque non sarebbe giusta la legge che dà facoltà al viandante di
uccidere il ladro per non rimanere ucciso lui stesso o anche a un uomo o
a una donna, se è possibile, di far fuori, prima della violenza, un
tizio che attentasse con la forza al loro onore. Anche al soldato si
ordina dalla legge di uccidere il nemico e, se si astiene dall’uccidere,
viene punito dal comandante. Oseremo dunque dire che queste leggi sono
ingiuste o piuttosto che non sono leggi? Già, perché secondo me è
legge soltanto quella giusta.
Ingiusto
aggressore.
5.
12. E. - Mi pare però che la legge sia abbastanza difesa
contro tale accusa perché ha concesso ai cittadini amministrati il
permesso di commetter delitti più piccoli affinché ne siano evitati
dei maggiori. È molto più sopportabile che sia ucciso l’individuo
che attenta alla vita altrui anziché quello che difende la propria ed
è assai più grave che un individuo subisca violenza carnale contro il
proprio volere anziché colui che la commette sia ucciso da chi è
costretto a subirla. Il soldato poi, nell’uccidere il nemico, è
esecutore della legge. Dunque è facile che possa compiere il proprio
dovere indipendentemente dalla passione. Inoltre non è possibile che la
legge, promulgata per difendere i cittadini, sia imputata di passione.
Chi l’ha promulgata infatti, se lo ha fatto per ordine di Dio, cioè
perché lo ha disposto l’eterna giustizia, può averla promulgata
libero da ogni passione. Se poi ha stabilito la legge perché mosso da
qualche passione, non ne consegue che sia necessario con la passione
obbedire alla legge. Una buona legge può esser promulgata anche da un
individuo non buono. Ad esempio un tale, che esercita il potere
tirannicamente, riceve denaro da un cittadino, che a sua volta ne trae
vantaggio, perché stabilisca che a nessuno è lecito rapire una donna,
sia pure a scopo di nozze. La legge non sarà cattiva per il fatto che l’ha
promulgata un individuo ingiusto e corrotto. È possibile dunque
obbedire senza passione alla legge, la quale ordina, per la difesa dei
cittadini, che la violenza di un nemico sia respinta ugualmente con la
violenza. Il principio si applica a tutti gli esecutori che per
ordinamento giuridico obbediscono a un determinato potere. Ma non veggo
come gli altri, pur essendo senza colpa la legge, possano essere senza
colpa. La legge non li costringe ad uccidere, ma concede loro la
facoltà. Essi dunque rimangono liberi di non uccidere per la difesa di
beni che possono perdere contro il loro volere e che per questo non
debbono amare. Può rimanere a qualcuno un dubbio circa la vita nell’ipotesi
che non venga sottratta all’anima con la corruzione del corpo. Ma se
può essere tolta, si deve disprezzare, se non lo può, nulla da temere.
Circa il pudore poi non si può dubitare che è nella coscienza perché
è virtù. Pertanto non può essere sottratto dall’individuo che usa
violenza. Dunque ogni bene, che stava per toglierci l’uccisore, non è
in nostro potere. Non capisco pertanto come si possa considerarlo
nostro. Non riprovo quindi la legge che permette l’uccisione degli
aggressori, ma non trovo con quale criterio giustificare coloro che li
uccidono.
Legge
e divina provvidenza.
5.
13. A. - A più forte ragione io non riesco a trovare il
motivo per cui cerchi una difesa per individui che nessuna legge
considera rei.
E.
- Nessuna forse, ma delle leggi positive e che possono esser raccolte
dagli uomini. Non saprei se non siamo soggetti a un’altra legge più
potente e occultissima, supposto che non vi sia cosa che non sia
governata dalla divina provvidenza. Come sarebbero infatti liberi
davanti a lei dal peccato se si son macchiati di omicidio per difendere
beni che si devono disprezzare? Mi pare dunque che la legge, promulgata
per governare il popolo, ragionevolmente permette questi atti e che la
divina provvidenza li proibisce. Alla legge civile infatti compete
punire determinati atti per stabilire il rapporto sociale fra la massa,
e nei limiti possibili alla umana legislazione. Al contrario le colpe,
di cui sopra, hanno pene congruenti, dalle quali, secondo me, soltanto
la sapienza ci può liberare.
A.
- Lodo e accetto questa tua distinzione, sebbene appena abbozzata e meno
perfetta, comunque fiduciosa e implicante un ordine superiore. A te
sembra infatti che questa legge, la quale si promulga per l’amministrazione
dello stato, non contempli e lasci impunite molte colpe che saranno
comunque punite, e giustamente, dalla divina provvidenza. La legge non
fa tutto, ma non per questo si deve riprovare quel che fa.
La
legge temporale è mutevole.
6.
14. Ma esaminiamo diligentemente, se lo desideri, fino a qual punto
si devono punire le azioni malvagie dalla legge che unisce i cittadini
nella vita terrena e poi cosa rimane che sia inevitabilmente e
occultamente punito dalla divina provvidenza.
E.
- Lo desidero assai purché sia possibile arrivare ai confini di un
argomento tanto esteso. Io personalmente, lo credo senza confini.
A.
- Anzi abbi coraggio e sorretto dalla pietà mettiti sul cammino della
ragione. Non ve n’è alcuno infatti tanto erto e malagevole che con l’aiuto
di Dio non diventi piano e molto agevole. Fissi in lui e chiedendogli
aiuto esaminiamo il tema iniziato. E prima di tutto dimmi se la legge
promulgata in un codice provvede agli uomini che vivono la vita terrena.
E.
- È chiaro. I popoli e gli stati son formati da individui in tale
condizione.
A.
- E gli uomini e i popoli sono della medesima durata del mondo sicché
non possono perire o mutare e sono addirittura eterni, ovvero sono
mutevoli e soggetti al divenire?
E.
- E chi dubiterebbe che le cose umane sono mutevoli e soggette al tempo?
A.
- Ma supponi che un popolo sia formato alla moderazione e alla saggezza
e sia custode diligente del comune benessere sicché ciascuno stima di
meno il proprio interesse che quello pubblico. In tal caso non è
ragionevolmente costituita la legge che consente al popolo di eleggere i
propri magistrati, dai quali sia curato il suo interesse, cioè quello
pubblico?
E.
- Sì certo, ragionevolmente.
A.
- Ma supponiamo ancora che il medesimo popolo, gradualmente depravatosi,
anteponga l’interesse privato al pubblico, permetta il broglio
elettorale e, corrotto dagli ambiziosi, affidi il governo di se stesso a
disonesti e delinquenti. In tal caso, se v’è una persona onesta che
abbia molto prestigio, non dovrebbe, egualmente secondo ragione,
togliere al popolo il potere di conferire le cariche e ridurlo al potere
illimitato di pochi onesti o anche di uno solo?.
E.
- Anche in tal caso secondo ragione.
A.
- Dunque queste due leggi sembrano tanto opposte che una contempla il
potere nel popolo di conferire le cariche, l’altra glielo toglie.
Questa seconda poi è così concepita che è assolutamente impossibile
la loro consistenza nel medesimo stato. Dovremmo dunque dire che una
delle due è ingiusta e che non doveva essere promulgata?
E.
- No certamente.
A.
- Possiamo dunque chiamare, se ti va, temporale questa legge poiché,
quantunque giusta, può giustamente esser cambiata secondo i tempi.
E.
- Sì.
La
legge eterna è immutabile.
6.
15. A. - E la legge che si considera come suprema ragione,
alla quale sempre si deve obbedire, secondo cui i cattivi meritano l’infelicità
e i buoni la felicità, per cui la legge, che abbiamo stabilito di
chiamar temporale, secondo ragione si stabilisce e secondo ragione si
muta, può sembrare a chiunque usa l’intelligenza non eternamente
immutabile? Ovvero può in un qualche tempo essere ingiusto che i
cattivi siano infelici, i buoni felici, che un popolo moderato e
prudente si elegga i magistrati ed uno disonesto e iniquo sia privo di
questo diritto?
E.
- Mi è evidente che questa è legge eternamente immutabile.
A.
- Ti è evidente anche, suppongo, che nella legge temporale non v’è
alcuna disposizione giusta che gli uomini non abbiano derivato dalla
legge eterna. Un popolo, in un determinato periodo giustamente
conferisce le cariche, in un altro giustamente non le conferisce. Ora
questo avvicendamento nel tempo, perché sia giusto, è derivato dall’ordinamento
eterno, da cui è sempre giusto che un popolo ben ordinato conferisca le
cariche, un popolo male ordinato non le conferisca. La pensi
diversamente?
E.
- No.
A.
- Debbo dunque esporre brevemente, per quanto mi è possibile a parole,
la nozione di legge eterna che è stata impressa in noi. È la legge per
cui è giusto che tutte le cose siano in un ordinamento perfetto. Se la
pensi diversamente, dillo.
E.
- È vero quel che dici, quindi non ho da obiettare.
A.
- Essa è una sola e da essa derivano nella loro varietà le leggi
temporali per ordinare gli uomini al fine. È possibile dunque che anche
essa sia variabile?
E.
- Capisco che è assolutamente impossibile. Nessun potere, nessun
accadimento, nessuna mutazione del reale potranno mai avere come effetto
che non sia giusto il perfetto ordinamento del tutto.
La
mente come dominio (7, 16 - 11, 23)
Vivere
ed esser coscienti di vivere.
7.
16. A. - Ed ora esaminiamo come l’individuo umano sia
pienamente ordinato in se stesso poiché il popolo è composto di più
individui uniti da una medesima legge. E questa legge, come è stato
detto, è temporale. Dimmi se sei proprio certo di vivere.
E.
- Che cosa dovrei rispondere di più certo?
A.
- E puoi distinguere che altro è vivere ed altro essere coscienti di
vivere?
E.
- So che non si è coscienti di vivere se non si vive, ma non so se ogni
vivente è cosciente di vivere.
A.
- Tu ora ritieni opinabile che le bestie son prive di ragione; vorrei
proprio che ne avessi scienza. La nostra discussione eliminerebbe subito
questo problema. Ma poiché affermi di non averne scienza, susciti un
lungo discorso. Non è un argomento che, sfuggito, ci consentirebbe di
raggiungere i risultati propostici con quella logica conseguenzialità
che giudico necessaria. Abbiamo spesso visto le bestie domate dagli
uomini, intendi che non soltanto il corpo della bestia, ma anche l’anima
è talmente assoggettata all’uomo da divenire, per una certa
sensitività e addestramento, strumento del suo volere. Dimmi dunque se
è possibile, secondo te, che una qualsiasi bestia enorme, o per forza
ferina o per mole, oppure particolarmente sviluppata in qualche aspetto
della sensitività, tenti ugualmente a sua volta di assoggettarsi l’uomo.
Eppure molte bestie sono capaci, o per forza o per insidia, ad uccidere
il suo corpo.
E.
- Ritengo che è assolutamente impossibile.
A.
- Bene. Ma dimmi anche, giacché è chiaro che l’uomo è facilmente
superato da molte bestie per forza o altre energie fisiche, qual è il
potere per cui l’uomo è superiore, sicché nessuna bestia può
dominarlo ed egli molte ne domina? È quella che comunemente si chiama
ragione o anche intelligenza?.
E.
- Non trovo altro perché è nell’animo la facoltà per cui siamo
superiori alle bestie. Se esse fossero inanimate, direi che siamo
superiori perché abbiamo l’anima. Ma anche esse sono animate. Quindi
quella facoltà che non esiste nella loro anima, la quale quindi ci può
esser soggetta, esiste nella nostra e per questo siamo superiori. E
poiché è evidente a tutti che non è né un nulla né una piccola
cosa, logicamente la chiamerai ragione.
A.
- Osserva quanto è stato facile con l’aiuto di Dio ciò che gli
uomini giudicano molto difficile. Io avevo creduto, te lo confesso, che
questo problema, il quale, secondo me, ha avuto la sua soluzione, ci
avrebbe trattenuto tanto a lungo quanto forse i vari argomenti trattati
dall’inizio della discussione. Adesso ascolta perché in seguito la
dimostrazione sia concludente. Non ignori, suppongo, che il concetto di
scienza non è altro che avere certa rappresentazione dell’oggetto
mediante pensiero.
E.
- Sì.
A.
- Chi dunque è cosciente di vivere, non è privo di pensiero.
E.
- È conseguente.
A.
- Ora le bestie vivono e, come è emerso, son prive di pensiero.
E.
- È chiaro.
A.
- Conosci dunque, e avevi detto di no, che non ogni vivente è cosciente
di vivere, quantunque è necessariamente vivente l’essere che è
cosciente di vivere.
Pensare
è vivere più elevato.
7.
17. E. - Per me non v’è più dubbio. Continua verso il tuo
obiettivo. So con certezza che altro è vivere ed altro esser coscienti
di vivere.
A.
- Quale ti sembra più elevato?
E.
- Certamente la coscienza di vivere.
A.
- E ti sembra più elevata la coscienza della vita che la vita stessa?
Oppure pensi che la coscienza è una vita più elevata e pura poiché
soltanto un soggetto che pensa ne può esser cosciente? E che cos’è
pensare se non vivere più consapevolmente e perfettamente nella luce
dell’intelligenza? Pertanto tu, salvo mio errore, non hai anteposto
alla vita un altro concetto, ma ad una certa vita una vita più elevata.
E.
- Proprio bene hai compreso ed esposto il mio pensiero, se tuttavia non
è mai possibile che la coscienza sia un male.
A.
- Assolutamente impossibile, salvo quando figuratamente si dice
coscienza in luogo di esperienza. Avere esperienza non sempre è un
bene, come avere esperienza di tormenti. Come potrebbe essere un male
quella che, con termine adeguatamente proprio, si chiama coscienza? Essa
si attua appunto con atto di puro pensiero.
E.
- Comprendo anche questa differenza; continua.
La
mente è dominio.
8.
18. A. - Questo voglio dire. V’è nell’uomo una
determinata facoltà, per cui è superiore agli animali, si chiama mente
o spirito o meglio l’uno e l’altro. Nei Libri divini si trova
appunto l’uno e l’altro. Se essa domina pienamente su tutte le
facoltà da cui è costituito l’uomo allora egli è pienamente
razionale. Si può constatare infatti che noi abbiamo molte proprietà
in comune non solo con gli animali ma anche con le piante e le erbe. Si
constata appunto che nutrirsi, crescere, riprodursi e irrobustirsi è
dato anche agli alberi che hanno il grado più basso di vita. Si osserva
inoltre e si deve ammettere che le bestie, e parecchie con maggiore
acutezza di noi, possono vedere, udire e percepire i sensibili con l’olfatto,
il gusto e il tatto. Aggiungi la forza, l’energia e la robustezza
delle membra, la celerità e gli agilissimi movimenti, nei quali alcune
ne superiamo, con altre ci eguagliamo, da talune siamo perfino superati.
Noi tuttavia abbiamo in comune con le bestie certamente un determinato
genere di fenomeni. Ogni attività della vita del bruto consiste appunto
nel tendere alle soddisfazioni fisiologiche e nell’eliminare il
bisogno. Vi sono altre manifestazioni che non sembrano spettare alle
bestie, ma anche nell’uomo non sono le più elevate, come scherzare e
ridere. Sono cose umane, ma le giudica infime chi secondo ragione
giudica la natura umana. Vi sono poi l’amore della lode e della gloria
e la frenesia di dominare. Non appartengono alle bestie; eppure non si
deve presumere di essere superiori alle bestie in base al desiderio
immoderato di questi beni. Tale inclinazione infatti, quando non è
soggetta alla ragione, rende infelici. E nessuno ha mai pensato di esser
più perfetto di un altro perché infelice. Quando dunque la ragione
domina simili movimenti psicologici, l’uomo deve esser considerato
nell’ordine razionale. Infatti non si deve considerare razionalità
piena, ma addirittura neanche razionalità, se le cose migliori sono
soggette alle peggiori. Non ti sembra?
E.
- È chiaro.
A.
- Quando dunque la ragione, oppure mente o spirito, guida i movimenti
irrazionali, domina nell’uomo quel principio, al quale il dominio è
dovuto per legge che abbiamo considerata eterna.
E.
- Comprendo pienamente.
La
mente nell’individuo non sempre è dominio.
9.
19. A. - Dunque allorché l’individuo è così stabilito
nell’ordine, secondo te, è sapiente?.
E.
- Non saprei quale altro individuo, secondo me, lo sia, se non lo è
lui.
A.
- Sai anche, suppongo, che parecchi uomini sono insipienti.
E.
- Anche questo è abbastanza noto.
A.
- Avendo noi già il concetto di sapiente, comprendi ormai chi sia l’insipiente
se insipiente è opposto a sapiente.
E.
- Ma a chi non è evidente che sarà colui, nel quale la mente non ha il
dominio sovrano?
A.
- Che dire, quando l’uomo si trova in simili condizioni? Che gli manca
la mente, oppure, sebbene sia in lui, che è priva di dominio?
E.
- Ovvio, quel che hai detto per secondo.
A.
- Vorrei proprio udire da te con quali prove dimostreresti con certezza
che la mente è in un individuo senza esercitare il suo dominio.
E.
- Vorresti difendere tu la tesi. Per me non è facile provare il tuo
assunto.
A.
- Ti deve esser facile ricordare però quel che abbiamo detto dianzi, in
che modo le bestie ammansite dagli uomini li servono facilmente. Gli
uomini a loro volta, come è stato provato, potrebbero subire questa
condizione dalle bestie se non fossero superiori in qualche cosa. Questo
qualche cosa non l’abbiamo trovato nei corpo. E siccome ci è sembrato
evidente che è nello spirito, abbiamo trovato che si deve chiamare
ragione. In seguito abbiamo ricordato che si chiama anche mente e
spirito. Ma nell’ipotesi che altro sia la ragione, altro la mente, è
assolutamente certo che la mente ha per funzione la ragione. Se ne
conclude che se si ha la ragione non si può esser privi di mente.
E.
- Ricordo bene e son d’accordo.
A.
- Credi dunque che i domatori di bestie siano necessariamente sapienti?
Considero sapienti soltanto quelli che la verità consente, quelli cioè
che con l’assoggettamento della passione hanno conseguito la serenità
nel dominio della mente.
E.
- È degno di scherno ritenere sapienti costoro che in gergo popolare si
chiamano ammansatori, come pure i pastori, i mandriani e i cocchieri,
sebbene sia possibile osservare che gli animali addestrati sono loro
soggetti e che i non addestrati sono costretti alla soggezione dalla
loro abilità.
A.
- Ed ecco che hai una prova irrefutabile per dimostrare che si può dare
nell’uomo la mente senza dominio. In costoro essa c’è poiché
compiono azioni che è impossibile compiere senza la mente. Tuttavia non
domina perché sono insipienti. Ed è assiomatico che il dominio
spirituale è soltanto dei sapienti.
E.
- Mi stupisco che il tema era stato già chiarito da noi e che io non
sono stato capace di ricordare cosa rispondere.
Il
dominio nello spirito sapiente...
10.
20. Ma continuiamo nel sistemare altri concetti. È stato già
accertato che la sapienza umana è dominio della mente umana, ma che
questa può anche non avere dominio.
A.
- Pensi che la passione sia più imperante della mente, alla quale, come
abbiamo accertato, il dominio sulle passioni è stato concesso dalla
legge eterna? Io dico di no, assolutamente. Non sarebbe affatto
razionale che le cose meno imperanti dominassero sulle più imperanti.
Penso che necessariamente abbia maggiore imperatività la mente che il
desiderio immoderato per il fatto stesso che essa con perfetta giustizia
domina sul desiderio.
E.
- La penso così anche io.
A.
- E si potrà dubitare di anteporre in senso assoluto la virtù al vizio
sicché la virtù, quanto è più idealmente perfetta, tanto è più
sicuramente invincibile?
E.
- Che dubbio?
A.
- Dunque lo spirito vizioso non può superare uno spirito armato di
virtù.
E.
- Verissimo.
A.
- Non negherai, penso, che lo spirito sia assolutamente più perfetto e
dominante del corpo.
E.
- Non si può negare se si considera, ed è facile farlo, che la
sostanza vivente è da giudicarsi più perfetta della non vivente, o
meglio quella che dà la vita di quella che la riceve.
A.
- Dunque a più forte ragione un corpo, quale sia, non può superare lo
spirito dotato di virtù.
E.
- Evidentissimo.
A.
- E uno spirito giusto ed una mente che esercita la propria competenza
al dominio possono forse gettare giù dalla fortificazione, per
sottomettere alla passione, un’altra ragione che esercita il dominio
con egual giustizia e virtù?
E.
- No, assolutamente, non solo a motivo della medesima superiorità in
entrambe, ma anche perché la prima mente decadrebbe dalla giustizia.
Diviene viziosa una mente che volesse render tale un’altra e per ciò
stesso sarebbe più debole.
...non
gli è tolto se non vuole...
10.
21. A. - Bene. Ti rimane da rispondere, qualora tu ne sia in
grado, se secondo te esiste un essere superiore a una ragione capace di
pensiero sapienziale.
E.
- No, salvo Dio, penso.
A.
- Questa è anche la mia opinione. Ma l’argomento è difficile e non
è questo il momento adatto ad esaminarlo per averne pura conoscenza,
sebbene sia fondato su una fede incrollabile. Quindi rimanga in
programma una discussione diligente e approfondita del problema.
...quindi
se il dominio va alla passione...
11.
21. - Per adesso ci è possibile sapere, qualunque sia l’essenza
divina, che non può assolutamente essere ingiusta perché è superiore
alla mente dotata di virtù. Quindi neanche essa, sebbene ne abbia il
potere, costringerà una mente ad essere schiava della passione.
E.
- Questa verità si ammette universalmente senza esitazione.
A.
- Rimane dunque che un essere eguale o superiore alla mente dotata d’imperatività
e in possesso della virtù non la può rendere schiava della passione a
causa della giustizia e che un essere inferiore non lo può a causa dell’insufficiente
potere. Lo provano i motivi emersi dal nostro dialogo. Dunque nessuna
altra cosa può rendere la mente compagna del desiderio disordinato se
non la propria volontà e il libero arbitrio.
E.
- È assolutamente logico.
...responsabile
libero arbitrio.
11.
22. A. - Ma ora devi anche ritenere, per logica conseguenza,
che essa giustamente subisce la pena per tanto peccato.
E.
- Mi è impossibile dir di no.
A.
- E allora si deve stimare leggera la pena che la passione la domini e
defraudatala della ricchezza della virtù la trascini estremamente
povera in opposte direzioni. Difatti ora accetta il falso in luogo del
vero e talora ne tenta perfino la difesa, ora riprova quel che aveva
accettato per finire tuttavia in altri errori, ora sospende il proprio
assenso e spesso respinge dimostrazioni evidenti, ora dispera
radicalmente di trovare il vero e s’immerge a fondo nelle tenebre dell’esperienza
sensibile, ora si sforza verso la luce del puro pensare e di nuovo
ripiega per stanchezza. Contemporaneamente il dominio della passione
furoreggia dispoticamente e perturba l’intera vita spirituale dell’uomo
con tempeste contrarie, da una parte col timore, dall’altra col
desiderio, da una parte con l’ansietà, dall’altra con una letizia
vuota e ingannevole, da una parte con l’irritazione per una cosa
perduta, dall’altra con l’orgasmo di averne una che non si aveva, da
una parte con lo sdegno per una ingiustizia ricevuta, dall’altra con
la brama bruciante di vendicarla. E da ogni parte può renderla meschina
l’avarizia, farla sperperare la prodigalità, asservirla l’ambizione,
gonfiarla la superbia, tormentarla l’invidia, renderla inerte l’indolenza,
eccitarla l’ostinazione, affliggerla la sconfitta e le altre
innumerevoli perturbazioni che rendono vario e attuale il dominio della
passione. E possiamo noi infine considerare inesistente la pena che,
come vedi, subiscono tutti coloro i quali non s’adeguano alla
sapienza?
Stato
originario di sapienza?
11.
23. E. - Penso che è una pena grave e assolutamente giusta
se un individuo, già posto nelle altezze della sapienza, avesse scelto
di discenderne e rendersi schiavo della passione. Ma è soltanto
opinabile che vi possa esser qualcuno che abbia voluto o voglia fare
tale scelta. Noi per fede accettiamo che l’uomo da Dio è stato creato
e stabilito nella felicità con tale ordinamento al fine che l’uomo
stesso per propria volontà è caduto nelle sofferenze della vita
mortale. Tuttavia, quantunque io accetti questa verità con fede assai
ferma, non l’ho mai raggiunta con un atto di ragione. E se tu pensi di
rimandare per ora l’attento esame di questo argomento, lo fai contro
il mio desiderio.
Ragione
e volontà buona (12, 24 - 16, 35)
Il
volere è immediato e innegabile.
12.
24. Mi turba soprattutto il problema del motivo per cui si devono
soffrire pene tanto grandi perché si è insipienti, nell’ipotesi che
mai siamo stati sapienti. Sarebbe più giusto dire che si soffre per
avere abbandonato il dominio della virtù e avere scelto la schiavitù
sotto la passione. Non consento che tu differisca di chiarire con una
trattazione il problema, se ti è possibile.
A.
- Parli come se avessi la certezza che mai si è stati sapienti, perché
consideri soltanto il tempo da cui si è nati alla vita terrena. Ma la
sapienza è nello spirito. È quindi un gran problema di ordine
metafisico e da trattarsi a suo luogo se lo spirito ha vissuto un’altra
vita prima della unione col corpo e se allora è vissuto nella sapienza.
Ciò non impedisce che si chiarisca, nei limiti possibili, l’argomento
che abbiamo fra mano.
La
volontà buona e il bene.
12.
25. Ti chiedo allora se si ha in noi la volontà.
E.
- Non lo so.
A.
- Ma non vuoi saperlo?
E.
- Non so neanche questo.
A.
- Quindi non dialogare più con me.
E.
- E perché?
A.
- Prima di tutto perché, quando chiedi, non devo risponderti se non
vuoi sapere ciò che chiedi. Inoltre se tu non volessi giungere alla
sapienza, non si deve tenere con te un discorso su simili argomenti.
Infine non potresti essermi amico se non volessi che io sia nel bene.
Per quanto ti riguarda poi, te la vedrai tu se non hai alcun volere
della tua felicità.
E.
- È innegabile, lo ammetto, che abbiamo la volontà. Ma continua,
vediamo un po’ cosa ne concludi.
A.
- Sì, ma dimmi prima se hai coscienza di avere anche la volontà buona.
E.
- E che cos’è la volontà buona?
A.
- È la volontà con cui si tende a vivere nella onestà morale e
giungere alla perfetta sapienza. Ora esaminati se non tendi ad una vita
moralmente onesta e se non desideri ardentemente di esser sapiente
oppure se osi affermare che nel desiderare questi beni non si ha la
volontà buona. E. - Non posso negare simili cose. Dunque ammetto
che ho non soltanto la volontà, ma anche la volontà buona.
A.
- E, scusa, quanto apprezzi questa volontà? Penseresti forse che le si
possono mettere in confronto le ricchezze, gli onori o i piaceri
sensibili o tutte queste cose insieme?
E.
- Dio mi liberi da simile sciagurata pazzia.
A.
- Ed è forse motivo di trascurabile godimento avere nello spirito un
tale valore, intendo appunto la volontà buona, al cui paragone sono
spregevoli i beni che abbiamo ricordati? Eppure si vede che un gran
numero d’individui, per conquistarli, non rifiuta sofferenze e
pericoli.
E.
- È motivo di godimento, anzi di grandissimo godimento.
A.
- E, secondo te, quelli che non sono in possesso di tale godimento,
subiscono un danno leggero per la mancanza di tanto bene?
E.
- Anzi gravissimo.
Volontà
unico vero bene.
12.
26. A. - Puoi dunque già intendere, come penso, che si
fondano sulla nostra volontà il possesso o la carenza di un così
grande e vero bene. Che cosa infatti è così immediato alla volontà
che la volontà stessa?. E chi ha buona la volontà ha un valore che si
deve assolutamente anteporre a tutti i regni della terra e a tutti i
piaceri sensibili. E chi ne è privo è privo certamente di un bene che,
essendo più nobile di tutti i beni non dipendenti dal nostro volere,
soltanto la volontà immediatamente potrebbe dargli. Costui si
compiangerebbe come il più infelice di tutti gli uomini se perdesse una
splendida fama, le grandi ricchezze ed altri beni terreni. E, sebbene
sia ricolmo di questi beni, tu non lo compiangerai come il più infelice
perché è intensamente attaccato a beni che può perdere e che non ha
nell’atto che li vuole, mentre è privo della volontà buona che non
si può confrontare con essi e che, pur essendo un grandissimo bene,
basta soltanto volerlo per averlo?
E.
- Sì, è vero.
A.
- Con piena giustizia dunque gli uomini insipienti sono soggetti a
simile infelicità, anche nell’ipotesi, peraltro discutibile e di
ordine metafisico, che non furono mai sapienti.
E.
- Son d’accordo.
Volontà
buone e virtù.
13.
27. A. - Rifletti ora se è tua opinione che la prudenza è
conoscenza razionale di cose che si devono desiderare e fuggire.
E.
- Sì.
A.
- E la fortezza è disposizione spirituale, con cui si disprezzano i
disagi e la perdita di cose indipendenti dal nostro volere?
E.
- Penso.
A.
- Inoltre la temperanza è disposizione che frena e reprime il desiderio
di cose che si desiderano disordinatamente. La pensi diversamente?
E.
- Anzi la penso proprio come te.
A.
- E come considereremo la giustizia se non come virtù per cui si
distribuisce a ciascuno il suo?
E.
- Non ho altra idea della giustizia.
A.
- Ma poni che un individuo, il quale ha la volontà buona, della cui
dignità da tempo stiamo parlando, con essa soltanto s’immedesimi per
amore perché è il bene più alto che possiede, che di essa soltanto si
diletti, che da essa tragga soddisfazione e godimento in quanto la tiene
in pregio e ne apprezza il valore e che infine non gli possa essere
sottratta né con la forza né con la lusinga contro il suo volere. Si
potrà dubitare che egli si opponga a tutte le cose che son nemiche di
questo unico bene?
E.
- È logico che si opponga.
A.
- E si può pensare che non sia dotato di prudenza egli che sa di dover
desiderare questo bene ed evitare le cose che ad esso sono contrarie?
E.
- Secondo me, è del tutto impossibile senza la prudenza.
A.
- Bene, ma perché non gli accorderemo anche la fortezza? Infatti è
impossibile che ami o stimi molto tutte le cose che non sono in nostro
potere. Esse si amano con volontà cattiva, ma egli deve necessariamente
resisterle perché è nemica del suo grande bene. Se non le ama, non si
duole nel perderle e le disprezza addirittura. Ed è stato già
logicamente dimostrato che questa è funzione della fortezza.
E.
- Certo che dobbiamo accordargliela. Non so chi potrei considerare più
veramente forte di colui che, con coscienza sempre eguale e serena,
rimane privo di beni che non dipende da noi né conseguire né
mantenere. Ed egli lo fa, come è stato detto.
A.
- Considera se possiamo rifiutargli la temperanza giacché è la virtù
che frena le passioni. Che cosa di tanto contrario dalla volontà buona
che la passione? Ne concludi certamente che questo amatore della sua
volontà buona si oppone con tenace resistenza alle passioni e che
perciò giustamente si considera temperante.
E.
- Va avanti, son d’accordo.
A.
- Rimane la giustizia, ma non vedo come possa mancare a questo
individuo. Chi ha ed ama la volontà buona e resiste alle cose che, come
è stato detto, le sono contrarie, non può voler male ad alcuno. Ne
seguirà che non fa ingiustizia, ma gli è impossibile non farla se non
dà a ciascuno il suo. E ti ricordi, credo, di avere approvato quando ho
detto che questa è competenza della giustizia.
E.
- Me ne ricordo e ammetto che in questo individuo, il quale stima e ama
la propria volontà buona, si trovano tutte e quattro le virtù, da te
poco fa definite con la mia approvazione.
Volontà
buona e felice.
13.
28. A. - Che cosa dunque ci impedisce di considerare
moralmente degna la vita di questo uomo?
E.
- Nulla, certamente, tutto ci invita a farlo, anzi costringe.
A.
- E si può per qualche motivo ritenere che l’infelicità non si deve
evitare?
E.
- E principalmente, penso, anzi ritengo che altro non si deve fare.
A.
- E certamente non ritieni che si deve evitare la dignità morale.
E.
- Ritengo anzi che si deve conseguire con ogni impegno.
A.
- Dunque la dignità morale non è infelicità.
E.
- Sì, ne consegue.
A.
- Dunque non ti rimane difficile, suppongo, affermare con certezza che
la non infelicità è felicità.
E.
- Evidentissimo.
A.
- Stiamo stabilendo quindi che è felice l’individuo il quale ama la
propria volontà buona e che in confronto disprezza ogni altro bene, la
cui perdita possa avvenire, anche se persiste la volontà di possederlo.
E.
- Perché non stabilire una conclusione se ad essa logicamente ci
inducono le premesse accettate?
A.
- Bene. Ma rispondi, ti prego: amare la propria volontà buona e
considerarla tanto degna, come è stato detto, è buona volontà anche
questa?
E.
- Vero.
A.
- E se con ragione si giudica felice costui, con altrettanta ragione non
si giudica forse infelice chi è di opposta volontà?
E.
- Con molta ragione.
A.
- Che motivo si ha dunque di dover dubitare che, anche se in precedenza
non siamo mai stati sapienti, per libera scelta si vive meritatamente
una vita degna e felice, per libera scelta una vita indegna e infelice?.
E.
- Ammetto che la conclusione è derivata da principi certi e innegabili.
Immediata
la felicità nella volontà buona.
13.
29. A. - Esamina anche un altro tema. Credo che ricordi come
abbiamo definito la volontà buona; mi pare che è stata definita quella
con cui si tende a vivere secondo onestà morale.
E.
- Sì, ricordo.
A.
- Se dunque si amasse con dedizione la volontà buona con volontà
ugualmente buona e si anteponesse a tutte le cose che avere non dipende
dal volerle, ne consegue anche che le quattro virtù, come la
dimostrazione ha accertato, orneranno lo spirito; e averle significa
appunto vivere secondo onestà morale. Ne consegue che chi vuol vivere
secondo onestà morale, se lo vuol volere in luogo dei beni caduchi,
consegue un tanto bene con tanta immediatezza che il volere si
identifica col conseguire l’oggetto voluto.
E.
- Ti devo proprio dire che a stento mi trattengo dal gridare di gioia
perché all’improvviso mi appare un bene tanto grande e raggiungibile
con tanta immediatezza.
A.
- Ora il godimento, che sorge dal conseguimento di tanto bene, nell’atto
che in una continua serenità e pace nobilita lo spirito, si dice
appunto felicità, a meno di una tua opinione che felicità non coincida
col godimento di beni veri e stabili.
E.
- No, la penso così.
Desiderio
di felicità e onestà.
14.
30. A. - Bene. Ma penseresti che ogni individuo non scelga
deliberatamente e con pieno impegno la felicità?
E.
- Che dubbio che ogni individuo la vuole?
A.
- Perché allora non tutti la conseguono? Avevamo detto, ed era emerso
dal nostro dialogo, che gli uomini per volontà meritano la felicità,
per volontà l’infelicità, e così la meritano da conseguirla. Ora
sorge non saprei quale controsenso e se non indaghiamo attentamente,
esso rischia di invalidare la precedente dimostrazione tanto
diligentemente convalidata. Come è possibile che per volontà s’incorra
nell’infelicità se nessuno assolutamente vuol vivere nell’infelicità?
O come si consegue per volontà la felicità se molti sono infelici e
tutti vogliono esser felici? Si arriva forse al punto che altro è il
volere buono o malvagio e altro meritare qualche cosa con volontà buona
o malvagia. Ma in verità coloro che sono felici, e perciò anche
necessariamente buoni, non sono felici perché hanno voluto vivere nella
felicità - lo vogliono anche i malvagi - ma perché, a differenza dei
malvagi, l’hanno voluto secondo ragione. Non c’è da stupirsi dunque
se gli uomini infelici non conseguono il fine voluto, cioè la
felicità. Non vogliono infatti allo stesso modo l’oggetto che le è
congiunto e senza di cui non si può esserne degni e conseguirla, cioè
vivere ordinatamente. La legge eterna, alla quale è tempo di ricondurre
l’attenzione, con invariabile durata ha stabilito che il merito
consista nella volontà, il premio e la pena nella felicità e
infelicità. Pertanto quando si dice che per volontà gli uomini sono
infelici, non si dice nel senso che vogliono essere infelici, ma perché
si costituiscono in una volontà, alla quale, anche contro il loro
desiderio, necessariamente segue l’infelicità. Dunque non si oppone
alla precedente dimostrazione il tema che tutti vogliono esser felici e
non lo possono; il fatto sta che non tutti vogliono vivere secondo
ragione. Soltanto a tale volere è dovuta la felicità. Non hai nulla da
obiettare, suppongo.
E.
- No, nulla.
Due
categorie d’individui e due leggi.
15.
31. Ma esaminiamo ormai come questi concetti attengano al problema
già proposto delle due leggi.
A.
- Sì; ma prima rispondimi sulla condizione di chi sceglie di vivere
secondo ragione e se ne diletta al punto che per lui non è soltanto
secondo ragione, ma anche sorgente di soddisfazione. Ama costui la legge
eterna e la tiene in onore perché sa che in virtù di lei è data la
felicità alla buona volontà, l’infelicità alla malvagia?
E.
- L’ama con amore totale perché proprio col seguirla vive così.
A.
- E amandola ama un oggetto mutevole e temporale ovvero stabile ed
eterno?
E.
- Certamente eterno e immutevole.
A.
- Ed è possibile che coloro, i quali, perseverando nella volontà
malvagia desiderano nondimeno di esser felici, amino una legge che
proprio a tali individui commina giustamente la pena?
E.
- No assolutamente, penso.
A.
- E non amano altro?
E.
- Anzi moltissime cose e quelle proprio che la volontà malvagia
persiste nel raggiungere oppure conservare.
A.
- Penso che alludi alle ricchezze, onori, piaceri, alla bellezza fisica
e a tutti gli altri beni che è possibile non raggiungere pur
desiderandoli o perdere pur non desiderandolo.
E.
- Proprio questi sono.
A.
- E ritieni che siano eterni, quantunque li veda in balia del fluire del
tempo?
E.
- Ma chi, anche se veramente pazzo, lo penserebbe?
A.
- Dunque è chiaro che vi sono alcuni uomini amanti delle cose eterne ed
altri delle temporali. Abbiamo stabilito inoltre che si danno due leggi,
una eterna, l’altra temporale. Dunque se hai sentimento d’equità,
fra le due categorie quali uomini giudichi subordinati alla legge eterna
e quali alla temporale?
E.
- Penso che la risposta sia a portata. Ritengo che gli uomini felici
mediante l’amore ai beni eterni si pongono sotto la legge eterna, agli
infelici invece viene imposta la temporale.
A.
- Giudichi rettamente purché tu ritenga assiomatico il principio, già
reso evidente dalla dimostrazione, che coloro i quali sono schiavi della
legge temporale non possono esser liberi dalla legge eterna, da cui
deriva, come abbiamo detto, tutto ciò che è giusto e che con giustizia
è nel divenire. Comprendi poi con certezza, in quanto evidente, che
coloro i quali mediante la volontà buona si conformano alla legge
eterna, non hanno bisogno della legge temporale.
E.
- Ammetto ciò che dici.
Funzione
della legge civile...
15.
32. A. - Dunque la legge eterna ordina di distogliere l’amore
dai beni temporali e volgerlo purificato ai beni eterni.
E.
- Sì, certamente.
A.
- E, secondo te, che cosa ordina la legge temporale se non che gli
uomini posseggano, quando li richiedono per la soddisfazione del
bisogno, quei beni che nel tempo si possono considerar propri con una
norma tale che siano garantiti il rapporto e la società umana quanto è
possibile in questo ordine di cose? Tali beni sono appunto, prima di
tutto il corpo e quei fattori che sono considerati i suoi beni, come la
salute, l’integrità dei sensi, le forze, la bellezza e altri se ve ne
sono, alcuni indispensabili alle arti superiori e quindi più pregevoli
e altri più ordinari. Viene in secondo luogo la libertà. Preciso che
è vera libertà soltanto quella degli uomini felici e osservanti della
legge eterna. Adesso però sto parlando della libertà per cui sono
considerati liberi gli individui i quali non sono proprietà di altri
individui e che è desiderata da coloro che vogliono essere emancipati
dagli individui di cui son proprietà. In terzo luogo sono i genitori, i
fratelli, il coniuge, i figli, i parenti, gli affini e familiari e tutti
quelli che sono a noi congiunti con qualche vincolo. In quarto luogo la
società civile che di solito è considerata una patria, e in essa gli
onori, il prestigio e quella che si dice la celebrità. Infine viene la
ricchezza. Con questo termine si comprendono tutte le cose, di cui siamo
giuridicamente proprietari e nei cui confronti manifestiamo di avere il
potere di vendere e donare. È arduo e lungo, e in definitiva non
necessario al nostro intento, spiegare come la legge temporale, nell’ordine
di questi beni, distribuisca a ciascuno il suo. Basta precisare che il
potere coattivo della legge temporale si riduce a privare il reo dei
beni suddetti o di parte di essi. Dunque reprime col timore e per
raggiungere il proprio fine esercita una norma costrittiva sulla
coscienza degli infelici, al cui ordinamento è stata predisposta. Ed
essi, nell’atto che temono di perdere questi beni, nell’usarli
osservano una determinata norma adatta al vincolo civile, quale può
essere costituito da individui in quelle condizioni. Ma la legge non
reprime la colpa quando si amano le cose temporali, ma quando si
sottraggono illegalmente agli altri. Rifletti dunque se siamo giunti
alla soluzione che sembrava senza limiti. Eravamo partiti appunto col
chiederci in quali limiti la legge, con cui si amministrano i cittadini
e gli stati, ha il diritto di punire.
E.
- Sì, vi siamo giunti, lo veggo.
...sui
beni che non dipendono da noi.
15.
33. A. - Dunque vedi pure che non vi sarebbe pena, tanto
quella che si irroga agli uomini per ingiustizia come quella che si
irroga per giustizia coattiva, se essi non amassero le cose che si
possono sottrarre a chi non è consenziente.
E.
- Veggo anche questo.
A.
- Dunque un tizio usa male ed un altro bene le medesime cose. Quegli che
le usa male, con amore si aggroviglia tenacemente ad esse e diviene
appunto subordinato a cose che dovevano essere a lui subordinate e le
riconosce come beni per lui mentre egli stesso doveva essere il bene per
esse disponendole al fine e usandole bene. Chi al contrario ne usa
secondo ragione riconosce, sì, che essi sono beni, ma non per lui
perché non lo rendono né buono né più buono. Esse piuttosto lo
divengono da lui. Quindi non si attacca ad esse con amore e non le
considera come membra della propria coscienza, e questo avviene
amandole, affinché non lo rendano deforme con una dolorosa piaga,
quando dovranno essere amputate. Si deve al contrario elevare
integralmente al di sopra di esse, pronto, se è necessario, a disporne
ordinatamente, più pronto a perderle e non disporne. Ma stando così le
cose, penseresti di accusare l’argento e l’oro per colpa degli
spilorci, il cibo per colpa dei ghiottoni, il vino per colpa degli
ubriaconi, la bellezza femminile per colpa dei libertini e degli
adulteri, e così di seguito, anche perché puoi osservare che il medico
usa bene il fuoco e l’avvelenatore usa il pane per il delitto?.
E.
- Verissimo che non le cose ma gli uomini i quali le usano male sono
colpevoli.
Male
e peccato come pervertimento...
16.
34. A. - Giusto. Oramai, come suppongo, cominciamo a
comprendere la funzione della legge eterna ed è accertato fino a qual
punto possa giungere la legge temporale nella sanzione. Sono state
inoltre distinte con sufficiente chiarezza due categorie di cose, quelle
eterne e quelle temporali, come pure due categorie di individui, gli uni
che scelgono ed amano le cose eterne, gli altri le temporali. È stato
anche accertato che è dato dalla volontà l’oggetto che si sceglie
per il conseguimento e il possesso e che soltanto dalla volontà la
ragione viene destituita dalla rocca del dominio e dalla razionale
finalità. Infine è chiaro che non si deve incolpare la cosa, qualora
se ne usi male, ma chi ne usa male. Riportiamoci dunque, se vuoi, al
problema posto al principio di questo discorso ed esaminiamo se ha avuto
la sua soluzione. Ci eravamo proposti di indagare che cos’è agire
male e in vista di questo assunto abbiamo esposto tutti i temi suddetti.
Ora conseguentemente è possibile riflettere ed esaminare se agir male
è essenzialmente trascurare le cose eterne che la ragione da sé
possiede, da sé intuisce e che non può perdere se le ama per
procurarsi come grandi e ammirevoli le cose temporali e i piaceri che si
provano mediante il corpo, la parte più vile dell’uomo e che non
possono essere stabili. In questa categoria mi pare che siano incluse
tutte le azioni malvagie, cioè i peccati. Attendo di conoscere il tuo
parere.
...e
scelta del bene mutevole.
16.
35. E. - È come tu dici ed io confermo che tutti i peccati
sono inclusi in questo unico concetto: distogliersi dal mondo immutevole
dei valori e volgersi alle cose mutevoli del divenire. Queste tuttavia
sono disposte razionalmente in un proprio ordine e sono espressioni di
una certa bellezza. È dunque di una coscienza pervertita e derogante
dalla finalità rendersi schiava di esse nel possederle poiché dall’ordinamento
e legge divina è stata resa superiore ad esse per dominarle col proprio
potere. E mi pare di vedere già definitivamente risolto anche il
problema del principio per cui si agisce male. L’avevamo preso in
esame in seguito all’altro problema del significato dell’agire male.
Salvo errore, si agisce male, come ha confermato lo svolgimento della
dimostrazione, per libero arbitrio della volontà. Ma ora mi pongo il
problema se era opportuno che dal nostro creatore ci fosse dato il
libero arbitrio giacché è chiaro che da esso proviene il potere di
peccare. Sembra proprio che non si sarebbe peccato qualora se ne fosse
stati privi. S’incorre anche nella difficoltà che Dio possa esser
considerato autore delle nostre cattive azioni.
A.
- Non spaventarti affatto per questa difficoltà. Si richiede però un
momento più opportuno per trattarne diligentemente. Questo discorso
chiede ormai misura e limite e vorrei tu credessi che con esso è stato
picchiato, per così dire, alle porte di un problema di ordine
superiore. Ma quando, con la guida di Dio, cominceremo a penetrare nell’interno,
potrai apprezzare certamente la grande differenza fra la presente
disputa e le seguenti e la maggiore importanza di queste, non soltanto
per l’elevatezza della indagine ma anche per la dignità dell’argomento
e la splendida luce della verità. Ci soccorra la fede affinché la
divina provvidenza ci consenta di continuare e portare a termine il
cammino che abbiamo intrapreso.
E.
- Mi rimetto alla tua volontà e nell’apprezzamento e nell’augurio
le associo molto volentieri la mia.