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Il
rus Cassiciacum
antologia di testi agostiniani |
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Verecondo
Macerabatur
anxietudine Verecundus de isto nostro bono, quod propter vincula
sua, quibus tenacissime tenebatur, deseri se nostro consortio
videbat. Nondum Christianus coniuge fideli ea ipsa tamen artiore
prae ceteris conpede ab itinere, quod aggressi eramus, retardabatur
nec Christianum esse alio modo se velle dicebat quam illo, quo non
poterat. Benigne sane obtulit, ut, quamdiu ibi essemus, in re eius
essemus. Retribues illi, Domine, in resurrectione iustorum, quia iam
ipsam sortem retribuisti ei. |
Verecondo
La nostra fortuna
consumava d'inquietudine Verecondo. Egli vedeva come, a causa dei
vincoli tenacissimi che lo trattenevano, sarebbe rimasto escluso
dalla nostra società. Non era ancora cristiano, aveva una moglie
credente, ma proprio costei era una catena al piede, che più di
tutte le altre lo ritardava dal cammino che avevamo intrapreso.D'altra
parte diceva di voler rinunziare a farsi cristiano, se non poteva
esserlo nel modo appunto che gli era precluso. Però si offrì molto
generosamente di ospitarci per tutto il tempo che saremmo rimasti
colà. Lo ricompenserai, Signore con usura alla risurrezione dei
giusti, come già lo ricompensasti concedendogli il loro stesso
capitale. |
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| Quamvis
enim absentibus nobis, cum Romae iam essemus, corporali aegretudine
correptus et in ea Christianus et fidelis factus ex hac vita
emigravit. Ita misertus es non solum eius sed etiam nostri, ne
cogitantes egregiam erga nos amici humanitatem nec eum in grege tuo
numerantes dolore intolerabili cruciaremur. |
Noi,
trasferiti ormai a Roma, eravamo assenti, quando, assalito nel corpo
da una malattia, si fece cristiano e fedele, per poi migrare da
questa vita. Fu da parte tua un atto di misericordia non soltanto
nei suoi riguardi, ma anche dei nostri, poichè sarebbe stato un
tormento intollerabile ripensare all'insigne generosità dell'amico
verso di noi senza poterlo annoverare nel tuo gregge. |
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| Gratias
tibi, Deus noster ! Tui
sumus. Indicant hortationes et consolationes: fidelis promissor
reddis Verecundo pro rure illo eius Cassiciaco, ubi ab aestu saeculi
requievimus in te, amoenitatem sempiterne virentis paradisui tui
quoniam dimisisti ei peccata super terram in monte incaseato, in
monte tuo, monte uberi. Angebatur
ergo tunc ipse, Nebridius autem conlaetabatur
... Sic
ergo eramus. Verecundum consolantes tristem salva amicitia de tali
conversione nostra et exhortantes ad fidem gradus sui, vitae
scilicet coniugalis, Nebridium autem opperientes, quando sequeretur.
Confessioni
9, 3, 5-6 |
Grazie
a te, Dio nostro ! Noi siamo tuoi, lo attestano le tue esortazioni e
poi le tue consolazioni: fedele alle promesse, rendi a Verecondo, in
cambio della sua campagna a Cassiciaco, ove riposammo in te dalla
bufera del mondo, l'amenità in eterno verdeggiante del tuo
paradiso, poichè gli hai rimesso i suoi peccati sulla terra, sulla
montagna pingue, la tua montagna, la montagna ubertosa. Egli era
dunque angosciato in quei giorni; Nebridio invece condivideva la
nostra esultanza... Questa era dunque la nostra condizione: da un
lato consolavamo Verecondo, rattristato, senza danno per l'amicizia,
di quella nostra conversione, esortandolo all'osservanza fedele dei
doveri del suo stato, ossia della vita coniugale; dall'altro
aspettavamo Nebridio, quando ci avrebbe seguito. |
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| Mecum
erat Alypius otiosus ab opere iuris peritorum post assessionem
tertiam, expectans, quibus iterum consilia venderet, sicut ego
vendebam dicendi facultatem, si qua docendo
praestari potest,Nebridius autem amicitiae nostrae cesserat,
ut omnium nostrum familiarissimo Verecundo, Mediolanensis et civi et
grammatico, subdoceret, vehementer desideranti et familiaritatis
iure flagitanti de numero nostro fidele auditorium, quo indigebat
nimis. Non itaque Nebridium cupiditas conmodorum eo traxit, maiora
enim posset, si vellet de literis agere, sed officio benivolentiae
petitionem nostram contemnere noluit amicus dulcissimus et
mitissimus.
Confessioni
8, 6, 13
|
Con
me era Alipio, che, libero dagli impegni di legale dopo essere stato
assessore a tre riprese, stava aspettando qualcuno, cui vendere
ancora pareri come io vendevo l'arte del dire, se pure la si può
dare con l'insegnamento. Quanto a Nebridio, cedendo alle
sollecitazioni di noi amici, era divenuto assistente di Verecondo,
un maestro di scuola, cittadino milanese, intimo di tutti noi.
Verecondo desiderava vivamente, ce ne richiese in nome
dell'amicizia, di avere dal nostro gruppo quell'aiuto fedele, di cui
troppo mancava. Nebridio perciò non vi fu attratto dalla brama dei
vantaggi, che, se soltanto voleva, poteva ricavare più abbondanti
dalla sua cultura letteraria, bensì, da amico soavissimo ed
arrendevolissimo qual era, per obbligazione di affetto non volle
respingere la nostra richiesta. |
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Nam
cum stomachi dolor scholam me deserere coegisset, qui iam, ut scis,
etiam sine ulla tali necessitate in philosophiam confugere moliebar,
statim me contuli ad villam familiarissimi nostri Verecundi. Quid
dicam, eo libente ? Nosti
optime hominis cum in omnes tum vero in nos benevolentiam singularem.
Ibi disserebamus inter nos quaecumque videbantur utilia, adhibito
sane stilo quo cuncta exciperentur, quod videbam conducere
valetudini meae.
De
Ordine
1, 2, 5 |
Il
dolor di petto mi ha fatto abbandonare l'insegnamento, sebbene già,
anche senza tale evenienza, stessi tentando di rifugiarmi nella
filosofia. Mi condussi subito nella villa del nostro buon amico
Verecondo. Dovrei dire col suo consenso ? Conosci bene la sua
schietta generosità verso di tutti, ma particolarmente verso di
noi. Ivi discutevamo assieme gli argomenti che ritenevamo giovevoli.
Eravamo ricorsi all'impiego dello stilo per raccogliere tutti gli
interventi perchè il sistema giovava alla mia salute. |
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Omnes
has imagines, quas phantasias cum multis vocas, in tria genera
commodissime ac verissime distribui video: quorum est unum sensis
rebus impressum, alterum putatis, tertium ratis. Primi generis
exempla sunt, cum mihi tuam faciem, vel Carthaginem, vel familiarem
quondam nostrum Verecundum et si quid aliud manentium vel mortuarum
rerum, quos tamen vidi atque sensi, in se animus format.
Lettera
7, 2, 4 del 388-391, indirizzata a Nebridio |
Io
vedo che tutte queste immaginazioni che tu, con molti, chiami
fantasie, si dividono molto opportunamente in tre categorie: la
prima delle quali è stata impressa (in noi) dalle cose percepite
attraverso i sensi, la seconda da quelle opinate e la terza da
quelle trovate razionalmente. Esempi del primo tipo si hanno quando
la mia mente si raffigura il tuo volto o Cartagine o il nostro
defunto amico Verecondo e qualsiasi delle altre cose che esistono
ancora o sono scomparse, che però io ho visto e sentito. |
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| Attività
letteraria a
Cassiciaco
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Et
venit dies, quo etiam actu solverer
a professione rhetorica, unde iam cogitatu solutus eram. Et factum
est, eruisti linguam meam, unde iam erueras cor meum, et benedicebam
tibi gaudens profectus in villam cum omnibus. Ibi quid egerim in
litteris iam quidem servientibus tibi, sed adhuc superbiae scholam
tamquam in pausatione anhelantibus testantur libri disputati cum
praesentibus et cum ipso me solo coram te; quae autem cum absente
Nebridio, testantur epistulae. Et quanto mihi sufficiat
tempus commemorandi omnia magna erga nos beneficia tua in illo
tempore praesertim ad alia maiora properanti ? Revocat
enim me recordatio mea, et dulce mihi fit, Domine, confiteri tibi,
quibus internis me stimulis perdomueris.
Confessioni
9, 4, 7 |
E
venne il giorno della liberazione anche materiale dalla professione
di retore, da cui ero spiritualmente già libero. Così fu:
sottraesti la mia lingua da un'attività, cui avevi già sottratto
il mio cuore. Partito per la campagna con tutti i miei familiari, ti
benedicevo gioioso. L'attività letteraria da me esplicata laggiù
interamente al tuo servizio, benchè sbuffante ancora, come nelle
pause di una lotta, di alterigia scolastica, è testimoniata nei
libri ricavati dalle discussioni che ebbi con i presenti e con me
solo davanti a te; mentre quelle che ebbi con Nebridio assente sono
testimoniate nel mio epistolario. E quanto mi basterà il tempo
per mettere in scritto tutti i tuoi grandi benefici a noi accordati
in quel periodo, tanto più che ho fretta di passare ad altri,
ancora maggiori ? La mia memoria mi richiama, pregusto la dolcezza
di confessarti Signore i pungoli interiori con cui mi domasti. |
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Pauculis
igitur diebus transactis, posteaquam in agro vivere coepimis, cum
eos ad studia hortans atque animans, ultra quam optaveram paratos et
prorsus inhiantes viderem, volui tentare pro aetate quid possent:
praesertim cum Hortensius liber Ciceronis iam eos ex magna parte
conciliasse philosophiae videtur. Adhibito itaque notario, ne aurae
laborem nostrum discerperent, nihil perire permisi. Sane
in hoc libro res et sententis illorum, mea vero et Alypii etiam
verba lecturus es.
Contra
Acad. 1,
1, 4
|
Quindi
passati pochissimi giorni dal nostro arrivo in campagna, li trovai,
dopo averli esortati e stimolati allo studio, pronti e quasi ansiosi
più di quanto avevo sperato. Volli allora provare di che cosa, data
l'età, fossero capaci, soprattutto perché mi sembrava che un libro
di Cicerone, L'Ortensio, li avesse abbastanza ben disposti alla
filosofia. Fatto dunque venire uno stenografo perché il frutto del
nostro lavoro non andasse al vento, non ho permesso che qualche cosa
andasse perduto. In questo libro potrai leggere i loro discorsi e le
loro opinioni, di me e di Alipio anche le parole. |
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| Post
pristinum sermonem, quam in primum librum contulimus, septem diebus
a disputando fuimus otiosi, cum tres tamen Virgilii libros post
primum recenseremus, atque ut in tempore congruere videbatur,
tractaremus. Quo tamen opere Licentius in poeticae studium sic
inflammatus est, ut aliquantum mihi etiam reprimendus videtur... Et
forte dies ita serenus effulserat, ut nulli prorsus rei magis, quam
serenandis animis nostris congruere videtur. Maturius itaque solito
lectos relinquimus, paululumque cum rusticis egimus quod tempus
urgebat. Tum Alypius: Antequam vos, inquit, audiam de Academicis
disputantes, volo mihi legatur sermo ille vester quem dicitis me
absente perfectum: non enim possum aliter, cum inde huius
disceptationis occasio nata sit, in audiendis vobis non aut errare,
aut certe laborare. Quod cum factum esset, et in eo pene totum
antemeridianum tempus consumptum videremus, redire ab agro, qui
deambulantes nos acceperat, domum instituimus.
Contra Acad. 2,
4, 10
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Dopo
la prima disputa che abbiamo raccolto nel primo libro, per circa una
settimana non ci occupammo di continuarla. Commentammo tuttavia dopo
il primo, tre libri di Virgilio. Volevamo poi riprendere la
trattazione nel tempo che sembrasse più conveniente. Licenzio fu
tanto infiammato allo studio della poetica che mi parve doveroso
moderarlo... E per buona fortuna era sorta una giornata tanto
luminosa e serena. Sembrava fatta a bella posta per rasserenare i
nostri animi. Pertanto lasciammo il letto un po' più presto del
solito, ci trattenemmo con i campagnoli qualche istante soltanto. Il
tempo stringeva. Alipio osservò: «Prima che ascolti la vostra discussione
sugli accademici, vorrei che mi si leggesse il discorso che dite di
avere tenuto durante la mia assenza. Lo chiedo perchè l'attuale
discussione si deve rifare alla precedente ed io non potrei,
nell'ascoltarvi, non sbagliarmi o per lo meno non trovarmi in
difficoltà». Così si fece. Nella lettura si trascorse quasi tutto
il mattino. Pertanto dalla campagna, in cui ci eravamo intrattenuti
passeggiando, riprendemmo il cammino verso casa. |
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Atque
ibi, ut potuimus, sane diligenter (nam et recentes res erant, et
quando poterant tam insignita trium studiosorum memoriam effugere? )
omnia nostrae lucubrationis opuscula in hanc libelli partem
contulimus nihilque a me aliud factum est illo die, ut valetudini
parcerem, nisi quod ante coenam cum ipsis dimidium volumen Virgilii
audire quotidie solitus eram, nihil nobis ubique aliud quam rerum
modum considerantibus. Quem
non probare nemo potest; sentire autem, cum quisque aliquid studiose
agit, difficillimum atque rarissimum.
De
Ordine
1, 8, 26 |
Quivi
(nei balnea), per quanto ci fu possibile, ma certamente con
diligenza, trascrivemmo i risultati della nostra disputa notturna in
questa parte del libro. Erano fatti recenti e non potevano argomenti
tanto importanti sfuggire alla memoria di tre studiosi. In quel
giorno, per risparmiare la salute, non feci altro. Ero solito
tuttavia ogni giorno leggere, prima di pranzo assieme a loro, metà
di un libro di Virgilio. Ma per il resto non facevamo che meditare
ogni occasione sulla misura della realtà. Averne la nozione è
possibile a tutti, ma scoprirla, quando ci si applica intensamente,
è assai difficile e raro. |
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| Lettura
dei salmi |
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Quas
tibi, Deus meus, voces dedi, cum legerem psalmos David, cantica
fidelia, sonos pietatis excludentes turgidum spiritum, rudis in
germano amore tuo, cathecuminus in villa cum cathecumino Alypio
feriatus, matre adhaerente nobis muliebris habitu, virili fide,
anili securitate, materna caritate, Christiana pietate! Quas tibi
voce dabam in psalmis illis et quomodo in te inflammabar ex eis et
accendebar eos recitare, si possem, toto orbi terrarum adversus
typhum generis humani!
Confessioni
9, 4, 8 |
Quali
grida, Dio mio, non lanciai verso di te leggendo i salmi di Davide,
questi canti di fede, gemiti di pietà contrastanti con ogni
sentimento d'orgoglio! Novizio ancora al tuo genuino amore,
catecumeno ozioso in villa col catecumeno Alipio e la madre stretta
al nostro fianco, muliebre nell'aspetto, virile nella fede,
vegliarda nella pacatezza, materna nell'amore, cristiana nella pietà.
Quali grida non lanciavo verso di te leggendo quei salmi, quale
fuoco d'amore per te non attingevo! Ardevo dal desiderio di
recitarli, se potessi, al mondo intero per abbattere l'orgoglio del
genere umano. |
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| Il
termine villa
nei testi
agostiniani
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| Ad
aliquam villam nos convenire debere non magnam, ubi nullius nostrum
esset ecclesia, quam tamen villam communiter possident homines et
nostra communionis et ipsius, sicuti est villa Titiana.
Lettera
44, 6, 14
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Sarà
bene radunarci in un villaggio non grande, dove non ci sia alcuna
chiesa dei fedeli di nessuna delle due confessioni, ma sia di
proprietà dei nostri come dei loro, come sarebbe il villaggio di
Tiziano. |
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| Il
colore delle
pareti della
villa di
Verecondo
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Non
enim ut sit iste paries, paries hoc colore fit, quem in eo videmus,
cum etiam si quo casu nigrescat aut albescat, vel aliquem alium
mutet colorem nihilominus tamen maneat paries ac dicatur.
Soliloquia
2,
12, 22 |
Difatti
la parete non perchè sia parete è tinteggiata con questo colore
che in essa vediamo. Anche se diventa nera o bianca o abbia
qualsiasi altro colore rimane e viene denominata parete. |
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| I
Bagni o
balneolae
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Quod
quaeso, Alypi, ne in villa nobis licere arbitreris, certe vel istae
balneolae aliquam decoris gymnasiorum faciant recordationem.
Contra
Acad.
3, 4, 9 |
Scusami
Alipio, ma non credere che questo ci sia permesso perchè ci
troviamo in campagna. Anche questo piccolo bagno valga a farci
rievocare in qualche modo lo splendore dei gimnasi. |
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Itaque
in hoc ipso aedificio singula bene considerantes non possumus non
offendi quod unum ostium videmus in latere, alterum prope in medio
nec tamen in medio collocatum. Quippe in rebus
fabbricatis, nulla cogente
necessitate, iniqua dimensio partium facere ipsi aspectui velut
quemdam videtur iniuriam. Quod autem intus tres fenestrae, una in
medio, duae a lateribus, paribus intervallis solio lumen infundunt,
quam nos delectat diligentius intuentes quamque in se animam rapit,
manifesta res est nec multis verbis vobis aperienda. Unde ipsi
architecti iam suo verbo rationem istam vocant et partes discorditer
collocatas dicunt non habere rationem.
De
Ordine 2,
11, 34 |
Allo
scopo esaminiamo bene in questo edificio i particolari. Non possiamo
non essere contrariati nel vedere una porta da un lato e l'altra
posta vicino al centro, ma non proprio al centro della facciata.
Infatti nelle strutture architettoniche, se non ve n'è necessità,
la sproporzione delle masse sembra quasi contrariare la vista.
Invece il fatto che tre finestre, una in mezzo e due ai lati,
diffondono a spazi eguali luce nella stanza, se osserviamo bene, ci
piace e attira a sè l'attenzione. Ed è cosa evidente che non deve
essere esposta a voi con molte parole. Pertanto gli stessi
architetti con termine tecnico definiscono ragione la proporzione e
affermano che le masse disposte asimmetricamente non hanno una
ragione. |
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| Il
significato dei
termini flumen
e torrens
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Torrentes
proprie dicuntur fluvii qui aestate deficiunt aquis autem hiemalibus
inundantur et currunt.
Enarrationes
in Psalmos
73, 17 |
Torrenti
vengono chiamati propriamente i corsi d'acqua che scarseggiano di
acque in estate mentre in inverno si ingrossano e scorrono rapidi. |
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Torrentes
autem dicuntur flumina hyemalia, magno enim impetu repentinis aquis
impleta currunt.
Enarrationes
in Psalmos
125, 10
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Torrenti
si dicono pure i corsi d'acqua invernali, che scorrono con grande
impeto rigurgitanti di acque. |
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| Corsi
d'acqua presso la villa |
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| Ergo,
ut dixi, vigilabam, cum ecce aquae sonus pone balneas quae
praeterfluebat, eduxit me in aures, et animadversus est solito
attentius. Mirum admodum mihi videbatur quod nunc clarius nunc
pressius eadem aqua strepebat silicibus irruens. Coepi a me quaerere
quaenam causa esset. Fateor, nihil occurrebat, cum Licentius lecto
suo importunos percusso iuxta ligno sorices terruit seseque
vigilantem hoc modo indicavit. |
Dunque,
come ho detto, ero sveglio. Ed ecco che il mormorio dell'acqua che
scorreva accanto alle terme colpì il mio udito e fu avvertito da me
più attentamente del solito. Mi pareva assai strano il fatto che la
medesima acqua scorrendo sulle pietre del greto desse un suono ora
più distinto ora più soffocato. Presi a ricercarne la causa.
Confesso che non mi venne in mente nulla. Ed ecco che Licenzio dal
suo letto tentò di porre in fuga alcuni topi importuni battendo un
mobile di legno che gli stava accanto. In tal maniera mi avvertì
che era desto. |
| Cui
ego:
Animadvertis, inquam, Licenti (nam videbo tibi Musam tuam lumen ad
lucubrandum accendisset), quomodo canalis iste inconstanter sonet ?
Iam, inquit, mihi hoc non est novum. Nam desiderio serenitatis cum
experfegactus aliquando aurem admovissem, ne imber ingrueret, hoc
agebat aqua ista quod nunc. Approbavit Trygetius. Nam et ipse in
eodem conclavi lecto suo cubans vigilabat, nobis nescientibus: erant
enim tenebrae, quod in Italia etiam pecuniosis prope necesse est. |
Gli
dissi: «Giacchè vedo che la tua Musa per farti fantasticare ti ha
acceso il suo lume, noti, o Licenzio, come varia il mormorio del
ruscello ? ».«Il fatto non m'è nuovo, rispose. Una volta mi
svegliai di notte col desiderio che fosse sereno. Prestai allora
l'orecchio per avvertire se cadeva la pioggia e l'acqua del ruscello
produceva lo stesso fenomeno di adesso». Trigezio confermò poichè
anch'egli, che era coricato nella stessa camera, era desto senza che
noi lo sapessimo. Stavamo infatti al buio ed è questa un'economia
che in Italia è quasi indispensabile anche ai più facoltosi. |
| Ergo
ubi vidi scholam nostram, quantacumque aderat, nam et Alypius et
Navigius in urbem ierant, etiam illis horis non sopitam, et me
cursus ille aquarum aliquid de se dicere admonebat: Quidnam vobis,
inquam, videtur esse causa quod sic alternat hic sonus ? Non enim
quemquam putamus his horis vel transitu, vel re aliqua lavanda
toties illum meatum interpellare.
|
Mi
accorsi così che la nostra scuola, quella presente poichè Alipio e
Navigio erano andati in città, era desta anche a quell'ora. La
stranezza del fenomeno nello scorrere delle acque mi stimolava ad
esaminarlo. Mi rivolsi quindi a loro: |
| Quid
putas, inquit, Licentius, nisi alicubi folia cuiuscemodi quae
autumno perpetua copioseque decidunt, angustiis canalis intertrusa
vinci (evinci) aliquando atque cedere, ubi autem unda quae urgebat,
pertransierit, rursum colligi atque stipari aut aliquid aliud vario
casu foliorum natantium fieri, quod ad illum fluxum nunc refrenandum
nunc emittendum similiter valeat ?
|
«Quale
ritenete che sia la causa del variare del mormorio? Non possiamo
certo pensare che qualcuno a quest'ora o passandovi sopra o
lavandovi qualche cosa ne interrompa lo scorrimento». «E perchè
non pensare, disse Licenzio, ad un fenomeno prodotto dalle foglie di
varie piante ? Esse in autunno cadono continuamente
e abbondantemente qua e là. Stipate nelle parti più strette
del greto sono di tanto in tanto trascinate via e quando la massa
d'acqua che le spingeva è passata, di nuovo si raccolgono e
ostruiscono. Può anche avvenire un altro qualsiasi fenomeno a causa
della diversa fortuita posizione di foglie trasportate, che è
sufficiente ora a rallentare ed ora ad accelerare lo scorrimento». |
| Visum
est mihi probabile aliud non habenti, confessusque sum, laudans
ingenium eius, nihil me invenisse, cum diu quaesissem cur ita esset.
De
Ordine 1, 3, 6-7
|
A
me che altra non ne avevo sembrò probabile tale spiegazione e
ammisi, lodando la sua perspicacia, che io non avevo trovato nulla
sebbene a lungo ne avessi cercata la causa. |
|
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| Hoc
ipsum, inquam, mihi responde, primo unde tibi videatur aqua ista non
temere sic sed ordine influere. Nam quod ligneolis canalibus
superlabitur et ducitur usque in usus nostros potest ad ordinem
pertinere. Factum est enim ab hominibus ratione utentibus, ut uno
eius itinere simul et biberent et lavarent et pro locorum
opportunitatibus consequens erat ut ita fieret. Quod vero illa, ut
dicis, folia sic inciderunt, ut hoc quod admirati sumus eveniret,
quo tandem rerum ordine ac non potius casu factum putabimus ? Quasi
vero, inquit ille, aliter atque ceciderunt debuisse aut potuisse
cadere cuiquam videri potest, serenissime intuenti nihil posse fieri
sine causa. Quid ? Iam
vis persequar situs arborum atque ramorum, ipsumque pondus quantum
natura foliis imposuit ? Quid, aeris vel mobilitatem qua volitant,
vel mollitiem qua descendunt, variosque lapsus affectione coeli, pro
onere, pro figuris suis, caeterisque innumerabilibus atque
oscurioribus causis, quid me attinet quaerere ?
De
Ordine
1, 4, 11
|
Prima
di tutto, gli dissi, rispondi a questa domanda: « Perchè ritieni
che l'acqua di questo ruscello non scorre a caso, ma secondo una
legge ? Soltanto il fatto che viene convogliata in canali di legno e
condotta ai nostri usi può rientrare nei termini di un ordine.
Infatti l'opera è dovuta agli uomini che hanno usato la ragione per
ottenere dal suo scorrere il vantaggio di bere e lavare e l'effetto
è necessariamente congiunto con la configurazione dei luoghi. Ma
come possiamo pensare che sia dovuto all'ordine anzichè al caso il
fatto che le foglie cadute in maniera da causare, come tu spieghi,
il fenomeno che ha destato la nostra meraviglia? ». «Come se, mi
rispose, chi afferma senza pregiudizi l'impossibilità dell'effetto
senza la causa propria possa ritenere che le foglie sarebbero dovute
o potute cadere diversamente da come sono cadute. E dovrei forse
ricercare la posizione degli alberi, e dei rami e perfino la quantità
del peso che la natura ha stabilito alle foglie ? Ed è forse mia
competenza indagare il movimento dell'aria che le fa volare, la
lentezza con cui discendono e i vari modi di cadere secondo le
condizioni atmosferiche, secondo il loro peso e forma ed altri
innumerevoli e occulti agenti naturali ?». |
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|
|
An
non vides (tuo enim simili utar libentius) illa ipsa folia quae
feruntur ventis, quae undis innatant, resistere aliquantulum
praecipitanti se flumini et de rerum ordine homines commonere, si
tamen hoc quod abs te defenditur verum est ?.
De
Ordine
1, 5, 13 |
Userò
allo scopo il tuo esempio. Non vedi che le stesse foglie portate dal
vento e trascinate sulle acque fanno una certa resistenza nel
ruscello che scorre e fanno così riflettere gli uomini sulla legge
razionale ? Lo dico nell'ipotesi che la tua tesi sia vera. |
|
|
| Le
latrine |
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|
| Cum
audio Licentium succinentem illud Propheticum laete atque garrule:
Deus virtutum, converte nos, et ostende faciem tuam, et salvi erimus.
Quod pridie post coenam cum ad requisita naturae foras exisset,
paulo clarius cecinit, quam ut mater nostra ferre posset, quod illo
loco talia continuo repetita canerentur. Nihil enim aliud dicebat,
quoniam ipsum cantilenae modum nuper hauserat et amabat, ut fit,
melos inusitatum. Obiurgavit eum religiosissima, ut scis, femina, ob
hoc ipsum quod inconveniens locus cantico esset.
De
Ordine 1, 8, 22
|
All'improvviso
odo Licenzio cantare a voce lieta e spiegata il versetto del
salmista: O Dio della fortezza, volgici a Te, mostraci il tuo volto
e saremo salvi. Il giorno prima, dopo cena, essendo uscito fuori per
un bisogno naturale, l'aveva cantato a voce molto alta. Mia madre
non tollerava che in quel luogo si cantassero, e ripetute volte,
tali parole. Egli ripeteva sempre le stesse poichè aveva appreso da
poco la modulazione e si dilettava, com'è costume, di una melodia
nuova. La donna molto pia, come sai, lo rimproverò perchè il luogo
era sconveniente a quel canto. |
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| Vita
a Cassiciaco |
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Tum
ego, cum iam stilum nox impediret, et quasi de integro magnum
quiddam disserendum viderem oboriri, in alium diem distuli: nam
disputare coeperamus sole iam in occasum declinante, diesque pene
totus cum in rebus rusticis ordinandis, tum in recensione primi
libri Virgilii peractus fuit. Deinde mox ut illuxit (ita enim res
pridie constitutae ut largum esset otium) statim peragendum negotium
susceptum est.
Contra
Acad. 1, 5, 15-16 |
Ormai
l'oscurità impediva il lavoro dello stilo. Ed io stavo riflettendo
che emergeva un argomento assai importante, che doveva essere
trattato a fondo.Rimandai quindi ad un altro giorno tanto più che
avevamo incominciato a disputare nel tardo pomeriggio poichè
avevamo trascorso quasi tutta la giornata a sorvegliare i lavori di
campagna e a recensire il primo libro di Virgilio. L'indomani,
appena fu giorno, ebbe subito inizio la disputa. Il giorno avanti
naturalmente, erano state disposte le faccende in maniera che
rimanesse un largo spazio di tempo. |
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Postridie
autem quamvis non minus blandus tranquillusque dies illuxisset, vix
tamen domesticis negotiis evoluti sumus. Nam
magnam eius partem in epistolarum maxime scriptione consumpseramus.
Et cum iam duae horae vix reliquae forent, ad pratum processimus.
Nam invitabat coeli nimia serenitas, placuitque, ut ne ipsum quidem
quod restiterat tempus, perire pateremur. Itaque cum ad arborem
solitam ventum esse, et mansissemus loco.
Contra
Acad.
2, 11, 25 |
L'indomani
sorse un sole non meno sereno e tranquillo. Ma potemmo con difficoltà
sbrigare le faccende domestiche. Difatti passammo gran parte del
tempo nello scrivere lettere. Ed essendone rimaste appena due ore,
ci portammo sul prato. Ci invitava la pura serenità del cielo. Ci
parve quindi opportuno di non lasciar trascorrere inutilmente quel
po' di tempo che restava. Arrivammo sotto il solito albero e ci
fermammo. |
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Convertam
me ad ea quae villa et ager ministrat: onerant me potius maiora quam
praeparant. Nam cum otiosus diu cogitassem in isto rure, quonam modo
possit isthuc probabile aut veri simile actus nostros ab errore
defendere, primo visum est mihi, ut solet videri cum ista vendebam,
belle tectum et munitum.
Contra
Acad. 3, 15, 33-34 |
Mi
volgerò agli argomenti che mi forniscono la villa e la campagna.
Libero da occupazioni, ho meditato a lungo, in questa campagna, come
possa il probabile ossia il verosimile difendere le nostre azioni
dall'errore. Dapprima la tesi, come quando vendevo chiacchiere, mi
sembrò buona e inattaccabile. |
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Cum
post illum sermonem quem secundus liber continet, alio die
condissemus in balneis, nam erat tristior quam ut ad pratum liberet
descendere ... Sed quaeso vos, nonne miserati nos estis, cum pridie
ita cubitum issemus, ut ad dilatam quaestionem, et prorsus ad nihil
aliud surgeretur, quod tanta de re familiari necessario peragenda
exstiterunt, ut his penitus occupati, vix duas extremas diei horas
in nosmetipsos respirare possemus
?
Contra
Acad.
3, 1, 1- 3, 2, 2 |
Dopo
la discussione riferita nel secondo libro, l'indomani ci adunammo
nelle terme poichè il tempo era troppo triste per poter scendere
nel prato... E me, scusate, non mi avete un po' commiserato ? Ieri
siamo andati a letto con l'intenzione che non ci si levasse per
altro che per la disputa differita. Ma vi furono tante faccende,
riguardanti la casa, che si sono dovute inderogabilmente sbrigare.
Occupati in esse, abbiamo potuto attendere a noi soltanto le due
ultime ore del giorno. |
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|
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Hic
postquam sermonis finem me fecisse aspexerunt, quamquam iam erat nox,
et aliquid etiam lucerna illata scriptum erat, tamen illi
adolescentes intentissime exspectabant, utrum Alypius vel alio die
se responsurum esse promitteret.
Contra
Acad.
3, 20, 44 |
I
miei giovani uditori a questo punto si accorsero che avevo terminato
di parlare. Era già notte e qualche parte del discorso era stata
trascritta al lume della lucerna. Attendevano tuttavia, con lo
sguardo fisso, se Alipio intendeva rispondere, magari in un altro
giorno. |
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Ita
nos pueri apud mediterraneos nati atque nutriti, vel in parvo calice
aqua visa, iam imaginari maria poteramus; cum sapor fragorum et
cornorum, antequam in Italia gustaremus, nullo modo veniret in
mentem.
Epistola
a Nebridio
7, 3, 6 |
Così
noi da fanciulli, pur nati e allevati nell'entroterra, vedendo
l'acqua anche solo in un piccolo bicchiere potevamo già immaginarci
il mare; mentre il sapore delle fragole e delle corniole in nessun
modo ci sarebbe venuto in mente prima che le gustassimo in Italia. |
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|
|
Exorto
sole clarissimo invitavit coeli nitor et quantum in illis locis
hieme poterat blanda temperies in pratum descendere, quo saepius te
familiarius utebatur. Nobiscum erat etiam mater nostra.
De
Ordine
2, 1, 1 |
S'era
levato un sole splendente. La serenità del cielo e la mite
temperatura, quale poteva darsi d'inverno in quei luoghi, ci invitò
a scendere nel prato. Lo facevamo assai spesso quasi per abitudine.
C'era anche mia madre. |
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|
|
Tertius
autem dies disputationis nostrae matutinus, nubes quae nos cogebant
in balneas, dissipavit tempusque pomeridianum candidissimum reddidit.
Placuit ergo in pratuli propinqua descendere atque omnibus nobis ubi
commodum visum est considentibus.
De
Beata Vita 4,
23 |
Al
terzo giorno della nostra disputa, di mattino, si dissipò la nebbia
che ci costringeva ad adunarci nella sala delle terme e si ebbe un
limpido pomeriggio. Ci fece piacere quindi scendere nel prato
vicino. Ci sedemmo ciascuno nel luogo che sembrò più comodo. |
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| Una
zuffa di galli |
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|
|
Deinde
ego quoque surrexi, redditisque Deo quotidianis votis ire coeperamus
in balneas (ille enim locus nobis, cum coelo tristi in agro esse
minime poteramus, aptus ad disputandum et familiaris fuit) cum ecce
ante fores advertimus gallos gallinaceos
ineuntes pugnam nimis acrem. Libuit
attendere ... ut in eisdem ipsis gallis erat videre intenta
proiectius capita, inflata comas, vehementes ictus, cautissima
evitationes, et in omni motu animalium rationis expertium nihil
decorum, quippe alia ratione desuper omnia moderante, postremo legem
ipsam victoris: superbum cantum et membra in unum quasi orbem
collecta velut in fastum dominationis, signum autem victi: elatas a
cervice pennulas, et in voce atque motu deforme totum et eo ipso
naturae legibus nescio quomodo concinnum et pulchrum.
De
Ordine
1, 8, 25 |
Mi
alzai anch'io. Fatte le preghiere del mattino, ci avviammo alle
terme. Il luogo, quando non potevamo scendere al prato a causa del
tempo inclemente, ci parve adatto alle sedute e accogliente
quand'ecco che davanti alla porta scorgemmo due galli che avevano
cominciato ad azzuffarsi ferocemente. Ci piacque osservarli .. in
quei galli era possibile scorgere le teste intente al colpo, le
penne arruffate, il rapido assaltare, l'accorto schivare.Niente vi
era di disarmonico in animali privi della ragione appunto a causa
d'una ragione che da un ordine superiore tutto armonizza. Infine era
possibile scorgere le intimazioni del vincitore nel canto superbo e
nelle membra raccolte, per così dire, a cerchio, come in
esaltazione del dominio, e gli indizi del vinto nelle penne
sollevate sulla testa e nella difformità completa della voce e del
passo che per ciò stesso era conformata e proporzionata, non so
come, alle leggi naturali. |
|
|
| Il
paesaggio |
|
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|
O
mihi transactos revocet si pristina soles Laetificis
aurora rotis, quos libera tecum
Otia tentantes, et candida iura bonorum
Duximus Italiae medio, montesque per altos ! Non me dura gelu
prohiberent frigora cano,
Nec fera tempestas Zephirum, fremitusque Borini,
Quin tua sollicito premerem vestigia passu.
LICENZIO,
Licentii Carmen, CSEL 91,
Carmen Licentii Ad Augustinum
praeceptorem,CSEL 89-95. |
Oh se l'aurora
ancora una volta con le sue ruote,apportatrici di gioia, mi
riportasse i giorni passatiche trascorremmo nel centro dell'Italia
su per gli alti monti anelando insieme con tealle occupazioni dello
spiritoe alle immacolate leggi dei buoni!Oh allora né i rigori del
freddo con i loro bianchi ghiacci, né la furiosa tempesta degli
Zefiri, né le raffiche della Bora mi tratterrebbero dal calcare le
tue orme con passi solleciti. |
|
|
|
Per
diem respondebo, qui mihi iam videtur redire, nisi lunae est ille
qui fenestris fulgor induitur.
De
Ordine
1, 7, 20 |
Esporrò
la mia tesi durante il giorno che pare stia sorgendo, se non è
della luna il chiarore che ammanta le finestre. |
|
|
| L'episodio
del millepiedi |
|
|
| Cum
enim nuper in agro essemus Liguriae, nostri illi adulescentes qui
tunc mecum erant studiorum suorum gratia, animadverterunt humi
iacentes in opaco loco reptantem bestiolam multipedem, longum dico
quemdam vermiculum: vulgo notus est, hoc tamen quod dicam numquam in
eo expertus eram. Verso namque stilo quem forte habebat, unus
illorum animal medium percussit: tum ambae partes corporis ab illo
vulnere in contraria discesserunt, tanta pedum celeritatem, ac
nihili imbecilliore nisu, quam si duo huiuscemodi animantia forent.
Quo miraculo exterriti, causaeque curiosi, ad nos, ubi simul ego et
Alypius considebamus, alacriter viventia frusta illa detulerunt. Ne
que nos parum commoti, ea currere in tabula quaquaversum poterant
cernebamus: atque unum ipsorum stilo tactum contorquebat se ad
doloris locum, nihil sentiente alio, ac suos alibi motus peragente.
Quid plura? Tentavimus, quatenus id valeret; atque vermiculum, immo
iam vermiculos in multas partes concidimus: ita omnes movebantur, ut
nisi a nobis illud factum non esset, et comparerent vulnera recentia,
totidem illos separatim natos, ac sibi quemque vixisse crederemus.
De
Quantitate Animae
31, 62 |
Qualche
tempo dopo ci siamo trovati nella campagna della Liguria. I nostri
giovani, che allora abitavano con me per i loro studi, mentre erano
sdraiati a terra all'ombra, notarono un animaletto con molti piedi
che strisciava, una specie di lungo vermiciattolo. E' abbastanza
comune ma non avevano mai fatto, nei suoi confronti, l'esperienza
che sto per dire. Uno di loro, adoperando di traverso lo stilo, che
per caso portava con sè, lo colpì nel mezzo. Le due parti del
corpo, separate dal colpo, mossero in direzione opposta con tanta
celerità dei piedi e col medesimo impulso che se fossero due
animali della stessa specie. Stupiti dall'insolito fenomeno e
curiosi di saperne la ragione, si affrettarono a portare i due
tronconi vivi a noi, a me e ad Alipio, che eravamo seduti vicini.
Noi, non meno stupiti, li osservammo correre sulla tavola in ogni
direzione possibile. Uno di loro, toccato con lo stilo, si
contorceva nel punto dolorante e l'altro non sentiva nulla e
continuava a muoversi altrove. Aggiungo che volemmo verificare fino
a qual punto il fenomeno si verificasse. Tagliammo il vermiciattolo,
anzi i vermiciattoli, in molte parti. Tutte si muovevano. Che se il
fenomeno non fosse stato provocato da noi e non si notassero le
amputazioni fatte allora, avremmo creduto che fossero nati separati
e che ciascuno avesse vita indipendente. |
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|
| Il
servo di
casa |
|
|
|
Quae
cum dicta essent, puer de domo cui dederamus id negotii, concurrit
ad nos et horam prandii esse nuntiavit. Tum
ego: Quid sit, inquam, moveri, non definire nos puer iste, sed ipsis
oculis coget ostendere.
De
Ordine 2,
6, 18 |
Dopo
queste parole, il servitorello di casa, cui avevamo affidato
l'incarico, venne da noi e ci avvertì che era ora di pranzo. Dissi:
«Questo servitorello non c'induce a definire che cos'è il
movimento, ma a chiarircelo attraverso la vista ». |
|
|
| Agostino
|
|
|
|
Sed
ut breviter accipiatis omne propositum meum, quoquo modo se habeat
humana sapientia, eam me video nondum percepisse. Sed cum trigesimum
et tertium aetatis annum agam, non me arbitror
desperare debere eam me quandoque adepturum. Contemptis tamen
caeteris omnibus quae bona mortales putant, huic investigandae
inservire proposui.
Contra
Acad.
3, 20, 43 |
E
poichè in poche parole conosciate ogni mia intenzione, vi manifesto
che, qualsivoglia sia il contenuto dell'umana filosofia, sono
consapevole di non averla ancora raggiunta. Ma ho appena trentatré
anni, ritengo quindi di non dover disperare di raggiungerla alfine.
Disprezzate comunque tutte le altre cose che i mortali reputano
beni, mi sono proposto di attendere alla sua ricerca. |
|
|
|
Me
enim ipsum, cui magna necessitas fuit ista perdiscere, adhuc in
multis verborum sonis Itali exagitant et a me vicissim, quod ad
ipsum sonum attinet, reprehenduntur.
De
Ordine
2, 17, 45 |
Io
ho dovuto apprendere tali nozioni per esigenza di professione.
Eppure gli italiani ancora mi scherniscono per la pronuncia di molte
parole e per ricambio sono da me rimproverati sempre per questioni
di pronuncia. |
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|
| Cenacolo
Agostiniano
|
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|
|
Idibus
novembribus mihi natalis dies erat: post tam tenue prandium, ut ab
eo nihil ingeniorum impediretur, omnes qui simul non modo illo die,
sed quotidie convivabamur, in balneas ad consedendum vocavi; nam is
tempori aptus locus secretus occorrerat. Erant autem (non enim
vereor eos singulari benignitati tuae notos interim nominibus facere)
in primis nostra mater, cuius meriti credo esse omne quod vivo,
Navigius frater meus, Trygetius et Licentius, cives et discipuli mei;
Lastidianum et Rusticum consobrinos meos, quamvis nullum vel
grammaticum passi sint, deesse volui, ipsumque eorum sensum communem,
ad rem quam moliebar, necessarium putavi. Erat etiam nobiscum aetate
minimus omnium, sed cuius ingenium, si amore non fallor, magnum
quiddam pollicetur, Adeodatus filius meus.
De
Beata Vita 1,
6 |
Il
tredici novembre ricorreva il mio compleanno. Dopo un pranzo tanto
frugale che non impedì il lavoro della mente, feci adunare nella
sala delle terme tutti coloro che non solo quel giorno ma ogni
giorno convivevano con me. S'era presentato come luogo appartato,
adatto all'occorrenza. Partecipavano e non ho timore di presentarli
per ora con i soli nomi alla singolare tua benevolenza, prima di
tutto mia madre, ai cui meriti spetta, come credo, tutto quello che
sto vivendo, Navigio mio fratello, Trigezio e Licenzio miei
concittadini e discepoli. Volli che non mancassero neanche
Lastidiano e Rustico, miei cugini, sebbene non avessero frequentato
neppure il maestro di grammatica. Ritenni che il loro buon senso
fosse sufficiente all'argomento che intendevo trattare. Con noi era
anche mio figlio Adeodato, il più piccolo di tutti. Egli ha
tuttavia un ingegno che, salvo errore dovuto all'affetto, promette
grandi cose. |
|
|
| Mal
di denti |
|
|
|
Quando
recordabor omnia dierum illorum feriatorum? Sed nec oblitus sum nec
silebo flagelli tui asperitatem et misericordiae tuae mirabilem
celeritatem. Dolore dentium tunc excruciabas me, et cum in tantum
ingravesceret, ut non valerem loqui, ascendit in cor meum admonere
omnes meos, qui aderant, ut deprecarentur te pro me, Deum salutis
omnimodae. Et scripsi
hoc in cera et dedi, ut eis legeretur. Mox ut genua supplici affectu
fiximus, fugit dolor ille. Sed quis dolor? Aut quomodo fugit?
Expavi, fateor, Domine
meus Deus meus. Nihil enim tale ab ineunte aetate expertus
fueram.
Confessioni
9,
4, 12 |
Quando
ricorderò tutti gli avvenimenti di quei giorni di vacanza? Non li
ho però dimenticati, né tacerò la durezza del tuo flagello e la
mirabile prestezza della tua misericordia. Mi torturavi allora con
un male ai denti. Quando si aggravò tanto che non riuscivo a
parlare, mi sorse in cuore il pensiero di invitare tutti i miei là
presenti a scongiurarti per me, Dio di ogni salvezza. Lo scrissi
sopra una tavoletta di cera, che consegnai loro perché leggessero,
e appena piegammo le ginocchia in una supplica ardente, il dolore
scomparve. Ma quale dolore? O come scomparve? Ne fui spaventato, lo
confesso, Signore mio e Dio mio, perché non mi era mai capitato
nulla di simile da quando ero venuto al mondo. |
|
|
| Ritorno
a Milano
da Cassiciaco |
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|
|
Inde
ubi tempus advenit, quo me nomen dare oporteret, relicto rure
Mediolanum remeavimus. Placuit et Alypio renasci in te mecum iam
induto humilitate sacramentis tuis congrua et fortissimo domitori
corporis usque ad Italicum solum glaciale nudo pede obterendum
insolito ausu. Adiunximus etiam nobis puerum Adeodatum ex me natum
carnaliter de peccato meo. Tu bene feceras eum. Annorum erat ferme
quindecim et ingenio praeve
niebat
multos graves et doctos viros.
Confessioni
9,
6, 14 |
Giunto
il momento in cui dovevo dare il mio nome per il battesimo,
lasciammo la campagna e facemmo ritorno a Milano. Alipio volle
rinascere anch'egli in te con me. Era già rivestito dell'umiltà
conveniente ai tuoi sacramenti e dominava così saldamente il
proprio corpo, da calpestare il suolo italico ghiacciato a piedi
nudi, il che richiede un coraggio non comune. Prendemmo con noi
anche il giovane Adeodato, nato dalla mia carne e frutto del mio
peccato. Tu l'avevi ben fatto. Era appena quindicenne e superava per
intelligenza molti importanti e dotti personaggi. |
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| Viaggio
a Milano
di Alipio
|
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Hic
Alypius: Huius quaestionis, inquit, iudicem me tutius puto. Cum
enim iter mihi in urbem sit constitutum, oportet me onere alicuius
suscipiendae partis relevari.
Contra
Acad. 1, 2, 5 |
Alipio
intervenne: “Ritengo conveniente far da giudice in tale
discussione. Siccome è già stato prestabilito un mio viaggio in
città è opportuno dunque che io sia esonerato dall'incarico di
difendere l'uno o l'altro punto della controversia.” |
|
|
|
Tum
Alypius: Suscepti a me officii nondum partes esse, vosmetipsi mecum
recognoscitis. Sed quoniam iamdudum dispostita profectio
interrumpere me compellit, pro meo quoque munere geminatam, sibi
potestatem particeps mecum iudicii non longius progressurum.
Et
cum discessit: Quid, inquit Licentius, temere concesseras ? Profer
....
Quod cum concedendum putarem, non renuentibus caeteris, deambulatum
ire surreximus: nobisque inter nos multa variaque sermocinantibus,
ille incogitatione defixus fuit. Quod
cum frustra esse sensisset, relaxare animum maluit, et nostro se
sermoni miscere. Postea cum iam advesperasceret, in eumdem
conflictum redierant: sed modum imposui, persuasique ut in alium
diem differri paterentur. Inde ad balneas.
Contra
Acad. 1, 3, 8 - 1, 4,
10
|
Alipio
interloquì: “Voi
stessi riconoscete, d'accordo con me, che non è ancora giunto il
turno del ruolo da me assunto. E poiché la partenza già
predisposta mi costringe a un rinvio, chi partecipa con me
all'incarico di giudice non rifiuterà di assumersi, fino al mio
ritorno e in sostituzione del mio compito, le due parti del potere.
Sto osservando che la vostra disputa andrà per le lunghe”. E se
ne andò. Licenzio riprese: “Che cosa avevi ammesso senza
riflessione ? Parla ”.... Io non ero contrario a tale concessione
e gli altri si dimostrarono favorevoli. Ci alzammo allora per andare
a passeggio. Licenzio era immerso nella riflessione. Ma non
venendone a capo, preferì distrarsi e partecipare ai nostri
discorsi. E cadendo già la sera, finirono per tornare
all'argomento. Ma io mi imposi e li convinsi a rimandarlo
all'indomani. Quindi ce ne andammo alle terme. |
|
|
| Salute
di Agostino |
|
|
|
Quin
etiam quod ipsa aestate litterario labori nimio pulmo meus cedere
coeperat et difficulter trahere suspiria doloribus que pectoris
testari se saucium vocemque clariorem productioremve recusare, primo
perturbaverat me, quia magisterii illius sarcinam paene iam
necessitate deponere cogebat aut, si curari et convalescere
potuissem, certe intermittere.
Sed ubi plena voluntas vacandi et videndi, quoniam tu es Dominus,
oborta mihi est atqua firmata - nosti, Deus meus - etiam gaudere
coepi, quod haec quoque suberat non mendax excusatio, quae
offensionem hominum temperaret, qui propter liberos suos me liberum
esse numquam volebant.
Plenus igitur
tali gaudio tolerabam illud inter
vallum temporis,
donec decurreret - nescio utrum vel viginti dies erant - sed tamen
fortiter tolerabantur, quia recesserat cupiditas, quae mecum solebat
ferre grave negotium, et ego premendus remanseram, nisi patientia
succederet.
Confessioni
9,
2, 4
|
Ma
c'era di più. Durante quella medesima estate i miei polmoni avevano
cominciato a cedere sotto il peso dell'eccessivo lavoro scolastico.
Respiravo a stento e la lesione si manifestava con dolori al petto,
che mi impedivano di parlare in modo abbastanza chiaro e abbastanza
a lungo. Dapprima mi aveva contrariato la necessità, in cui presto
mi sarei trovato, di deporre il fardello dell'insegnamento, o quanto
meno, se era possibile una cura e la guarigione, di lasciarlo per
qualche tempo. Ma quando si sviluppò e si consolidò in me la piena
volontà di attendere liberamente a considerare che tu sei il
Signore, allora, come ti è noto, Dio mio, divenne addirittura una
gioia per me l'intervento di una scusa
non
falsa, capace di mitigare il malumore di chi a
vantaggio della libertà. Pervaso da questa gioia, sopportai
con pazienza il tempo che ci separava dalle vacanze, una ventina di
giorni al più; una pazienza che tuttavia mi costava fatica, perchè
si era dileguata la cupidigia che di solito mi aiutava a sostenere
il gravoso peso della scuola. ne sarei anzi rimasto schiacciato, se
non fosse succeduta la tolleranza. |
|
|
|
Quae
meipsum capere moliebantur quotidie ista cantantem, nisi me pectoris
dolor ventosam professionem abicere et in philosophiae gremium
confugere coepisset.
Contra
Acad. 1,
1, 3 |
Essi
stavano macchinando di accalappiare anche me, benchè esaltassi ogni
giorno questi valori, se il dolore di petto non mi avesse costretto
ad abbandonare la trionfa passione e a rifugiarmi in grembo alla
filosofia. |
|
|
|
Nam
cum stomachi dolor scholam me deserere coegisset, qui iam, ut scis,
etiam sine ulla tali necessitate in philosophiam confugere moliebar,
statim me contuli ad villam familiarissimi nostri Verecundi.
De
Ordine 1,
2, 5 |
Il
dolor di petto mi ha fatto abbandonare l'insegnamento, sebbene già,
anche senza tale evenienza, stessi tentando di rifugiarmi nella
filosofia. Mi condussi subito nella villa del nostro buon amico
Verecondo. |
|
|
|
Renuntiavi
peractis vindemialibus, ut scholasticis suis Mediolanenses
venditorem verborum alium providerent, quod et tibi ego servire
delegissem te illi professioni prae difficultate spirandi ac dolore
pectoris non sufficerem.
Confessioni
9,
5, 13 |
Al
termine delle vacenze vendemmiali avvertii i Milanesi di provvedersi
un altro spacciatore di parole per i loro studenti, poichè io avevo
scelto di passare al tuo servizio e non ero più in grado di
esercitare quella professione per la difficoltà di respirare e il
male di petto. |
|
|
| Scambio
epistolare con
Ambrogio |
|
|
|
Et
insinuavi per litteras antistiti tuo, viro sancto Ambrosio,
pristinos errores meos et praesens votum meum, ut moneret, quid mihi
potissimum de libris tuis legendum esset, quo percipiendae tantae
gratiae paratior aptiorque fierem.
Atque ille iussit Isaiam prophetam, credo, quod prae ceteris
Evangelii vocationisque gentium sit praenuntiator apertior. Verum
tamen ego primam huius lectionem non intelligens totumque talem
arbitrans distuli repetendum exercitatior in dominico eloquio.
Confessioni
9, 5, 13 |
Con
una lettera informai il
tuo vescovo, il santo Ambrogio, dei miei errori passati e della mia
intenzione presente, chiedendogli consiglio sui tuoi Libri che più
mi conveniva di leggere per meglio prepararmi e dispormi a ricevere
tanta grazia. Mi prescrisse la lettura del profeta Isaia, credo
perchè fra tutti è quello che preannunzia più chiaramente il
Vangelo e la chiamata dei gentili.Trovandolo però incomprensibile
all'inizio e supponendo che fosse tutto così, ne rinviai la
lettura, per riprenderla quando fossi stato addestrato meglio nel
linguaggio del Signore. |
|
|