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lettera 24      ad Alipio

 

Scritta nel 395

a Nola da Paolino e Terasia ad Alipio vescovo

 

Paolino scrive al vescovo Alipio per comunicargli d'aver ricevuto una sua lettera piena di carità ed affetto cristiano (n. 1), insieme con i cinque libri di S. Agostino contro i Manichei. Si scusa del ritardo nell'inviargli la Storia universale di Eusebio di Cesarea (n. 2-3); esprime il vivo desiderio di conoscere meglio la vita di lui e soprattutto i suoi rapporti col vescovo Ambrogio di Milano mentre gli dà qualche notizia sulla propria vita (n. 4); gli chiede infine preghiere e corrispondenza epistolare inviandogli un pane in segno di comunione (n. 5-6).

 

 

1.   Haec est vera caritas, haec perfecta dilectio, quamtibi circa humilitatem nostram inesse docuisti, domine vere sancte, et merito beatissime ac desiderabilis. Accepimus enim per hominem nostrum Iulianum de Carthagine revertentem, litteras tantam nobis Sanctitatis tuae lucem afferentes, ut nobis caritatem tuam non agnoscere, sed recognoscere videremur. Quia videlicet ex illo, qui nos ab origine mundi praedestinavit sibi caritas ista manavit, in quo facti sumus antequam nati, quia ipse fecit nos, et non ipsi nos 2, qui fecit quae futura sunt. Huius igitur praescientia et opere formati in similitudinem voluntatum et unitatem fidei vel unitatis fidem praeveniente notitiam caritate connexi sumus, ut nos invicem ante corporales conspectus revelante spiritunosceremus. Gratulamur itaque et gloriamur in Domino, qui unus atque idem ubique terrarum operatur in suis dilectionem suam Spiritu Sancto, quem super omnem carnem effudit, fluminis impetu laetificans civitatem suam. In cuius te civibus principalem cum principibus populi sui, sede apostolica merito collocavit: nosque etiam, quos erexit elisos, et de terra inopes suscitavit, in vestra voluit sorte numerari. Sed magis gratulamur in eo Domini munere, quo nos in pectoris tui habitatione constituit; quoque ita visceribus tuis insinuare dignatus est, ut peculiarem nobis caritatis tuae fiduciam vindicemus, his officiis atque muneribus provocati, ut nos diffidenter aut leviter te amare non liceat.

 

 

 

1. È vera carità, è perfetto amore quello che hai mostrato di nutrire in te nei confronti delle nostre umili persone, o signore veramente santo e meritamente beatissimo ed amabile. Infatti tramite il nostro domestico Giuliano, di ritorno da Cartagine, abbiamo ricevuto una lettera che ci arrecava una così chiara prova della tua Santità, che ci pareva non di ricevere un primo segno bensì la conferma della tua carità; poiché davvero questa carità è emanazione di Colui che dall'origine del mondo ci ha predestinati a Sé (Ef. 1, 4-5), nel quale siamo stati creati prima di essere nati, giacché Lui ci ha fatti e non noi stessi (Sal 99, 3), Lui che ha fatto le cose che sono destinate ad essere. Pertanto, plasmati dalla prescienza e dall'opera di Lui in conformità di propositi e nell'unità della fede, ovvero nella fede dell'unità, siamo stati uniti dalla carità che precede la conoscenza, così da conoscerci vicendevolmente per rivelazione dello spirito prima di esserci visti col corpo. Perciò ci felicitiamo e ci gloriamo nel Signore, che, solo ed identico in ogni parte della terra, suscita in coloro che gli appartengono il suo amore per opera dello Spirito Santo che ha riversato su ogni uomo (Gi 2, 28), colmando di letizia con le impetuose correnti del fiume la propria città (Sal 112, 8). Tra i cui cittadini egli ha meritamente collocato te come principe tra i principi del suo popolo (Sal. 145, 8; 112, 7) su di un seggio apostolico, ed anche noi (che, caduti, ha rialzato e, mendichi, ha sollevato da terra) ha voluto fossimo annoverati nella vostra condizione. Ma ci rallegriamo maggiormente per questo dono del Signore: che ci ha posti ad abitare nel tuo cuore e si è degnato di farci penetrare così profondamente nelle tue viscere, che noi possiamo osare di contare con particolare fiducia sulla tua carità, dopo essere stati spinti a rivaleggiare con te da tali prove di affetto e da tali servigi, che non ci è possibile amarti con diffidenza o superficialmente.

 

2.   Accepimus enim insigne praecipuum dilectionis et sollicitudinis tuae, opus sancti et perfecti in Domino Christo viri, fratris nostri Augustini libris quinque confectum, quod ita miramur atque suspicimus, ut dictata divinitus verba credamus. Itaque fiducia suspiciendae nobis unanimitatis tuae, et ad ipsum scribere ausi sumus, dum nos illi per te, et de imperitia excusandos, et ad caritatem commendandos praesumimus; sicut et omnibus sanctis, quorum nos et absentium officiis sospitare dignatus es, pari procul dubio curaturus affectu, ut per Sanctitatem tuam, nostris invicem salutentur obsequiis, et in clero Sanctitatis tuae comites, et in monasteriis fidei acvirtutis tuae aemulatores. Nam etsi in populis ac super populum agas, oves pascuae Domini regens sollicitis vigil pastor excubiis: tamen abdicatione saeculi, et repulsa carnis ac sanguinis, desertum tibi ipse fecisti, secretus a multis, vocatus in paucis.

 

2. Abbiamo infatti ricevuto un segno particolare del tuo affetto e della tua sollecitudine, l'opera di un uomo santo e perfetto in Cristo Signore, il nostro fratello Agostino, composta in cinque libri, per la quale proviamo tanta ammirazione e rispetto, da considerare le sue parole dettate da Dio. Perciò, confidando nella tua venerabile e fraterna carità per noi, abbiamo osato scrivere anche a lui mentre abbiamo fiducia che per mezzo tuo verremo scusati per la nostra imperizia e raccomandati alla sua Carità, così come a tutti i santi, con i cui saluti, benché essi siano lontani, ti sei degnato di allietarci, pronto senza dubbio a ricambiarli per parte nostra, accompagnati dal nostro ossequio, ai collaboratori della tua Santità nelle funzioni ecclesiastiche e a coloro che nei monasteri cercano di emulare la tua fede e la tua virtù. Infatti, sebbene tu viva fra le genti e sovrintendendo al popolo [di Dio], guidando con sollecite cure come vigile pastore le pecore del gregge del Signore (Sal 99, 3), tuttavia, rinunciando al mondo e respingendo le sollecitazioni della carne e del sangue, ti sei creato tu stesso un deserto, separato dai molti e eletto fra i pochi.

 

3.   Sane vicario aliquatenus munere, licet omnia tibi impara ut iusseras, providi illam Eusebii venerabilis episcopi Constantinopolitani de cunctis temporibus historiam. Sed in hoc fuit obtemperandi mora, quod instructu tuo, quia ipse non haberem hunc codicem, Romae reperi apud parentem nostrum vere sanctissimum Domnionem, qui procul dubio promptius mihi paruit in hoc beneficio, quod tibi deferendum indicavi. Verumtamen quia et loca tua mihi significare dignatus es, ut ipse monuisti, ad venerabilem socium coronae tuae, patrem nostrum Aurelium ita scripsimus, ut si nunc Hipponae-regio degeres, illo tibi litteras nostras, et transcriptam Carthagine membranam mittere dignaretur. Quod et sanctos viros, quosindice caritatis ipsorum, tuo sermone cognovimus, Comitem et Evodium rogavimus, ut scribere ipsi curarent, ne vel parenti Domnioni diutius codex suus deforet, et tibi transmissus sine necessitate redhibendi maneret.

 

 

 

3. Per parte mia, come dono che ricambi almeno parzialmente il tuo, sebbene io sia in tutto inferiore a te, ti ho procurato, come tu mi avevi ingiunto, la famosa Storia Universale di Eusebio, venerabile vescovo di Costantinopoli. Ma c'è stato un ritardo nell'esecuzione dell'ordine per il fatto che, non possedendo io questa opera, secondo le tue istruzioni l'ho dovuta rintracciare a Roma presso il nostro veramente santissimo parente Domnione, il quale senza dubbio nel rendermi questo servigio mi ha ubbidito più prontamente avendogli io rivelato che doveva essere mandata a te. In ogni modo, poiché ti sei compiaciuto di comunicarmi anche i luoghi in cui potevi trovarti, secondo quanto tu stesso mi hai consigliato ho scritto al padre nostro Aurelio, tuo venerabile collega nell'episcopato, in modo che, se tu attualmente ti trovi ad Ippona, egli abbia la cortesia d'inviarti costà la nostra lettera e il manoscritto dopo averlo fatto trascrivere a Cartagine. Ed abbiamo anche pregato Comite ed Evodio, i santi uomini che abbiamo conosciuto attraverso le tue parole rivelatrici della loro carità, di prendersi cura di scrivergli questo affinché il nostro parente Domnione non rimanesse troppo tempo privo del suo codice e quello a te trasmesso potesse restare a tua disposizione senza necessità di restituirlo.

 

4.   Specialiter autem hoc a te peto, quoniam me immerentem et inopinantem magno tui amore complesti, ut pro hac historia temporum, referas mihi omnem tuae Sanctitatis historiam: ut quod genus, unde sis domo tanto vocatus a Domino, quibus exordiis segregatus ab utero matris tuae, ad matrem filiorum Dei prole laetantem, abiurata carnis et sanguinis stirpe, transieris, et in genus regate et sacerdotale, sis translatus, edisseras. Quod enim indicasti, iam de humilitatis nostrae nomine apud Mediolanum te didicisse, cum illic initiareris, fateor curiosius me velle condiscere, ut omni parte te noverim, quo magis gratuler, si a suscipiendo mihi patre nostro Ambrosio, vel ad fidem invitatus es, vel ad sacerdotium consecratus, ut eumdem ambo videamur habere auctorem. Nam ego etsi a Delphino Burdegalae baptizatus, a Lampio apud Barcilonem in Hispania, per vim inflammatae subito plebis, sacratus sim; tamen Ambrosii semper et dilectione ad fidem innutritus sum, et nunc in sacerdotii ordine confoveor. Denique suo me clero vindicare voluit, ut etsi diversis locis degam, ipsius presbyter censear.

 

 

 

 

 

 

4. E, poiché hai voluto colmare con grandi dimostrazioni d'affetto da parte tua me che non le meritavo e non me le aspettavo, io ti chiedo in maniera particolare questo: che, in cambio di questa Storia Universale, tu mi racconti tutta la storia della Santità tua, in modo da spiegarmi minutamente da quale famiglia e in quale casa (VERG., Aen. 8, 114) tu abbia avuto i natali e sia stato chiamato da un così potente Signore e come, prescelto fin dal seno di tua madre e dopo aver rinnegato la famiglia della carne e del sangue, tu sia inizialmente passato alla madre dei figli di Dio, che si allieta della sua prole, e sia stato chiamato a far parte della famiglia di coloro che sono insigniti della dignità regale dei sacerdozio (1 Pt 2, 9). Confesso infatti che vorrei conoscere accuratamente quello a cui tu hai accennato, cioè di aver sentito il nome della mia umile persona a Milano, allorché ricevevi colà la prima iniziazione [al Cristianesimo], per conoscerti interamente, per rallegrarmi maggiormente se tu sei stato chiamato alla fede o consacrato al sacerdozio dal nostro padre Ambrogio, al quale io debbo particolare venerazione, per cui pare che colui che ci ha chiamati alla vita sia identico per entrambi. Infatti io pur essendo stato battezzato a Bordeaux da Delfino e consacrato [sacerdote] a Barcellona in Spagna da Lampio per la costrizione fattagli dal popolo improvvisamente infiammato, tuttavia sono stato sempre nutrito nella fede ed ora sono sostenuto nell'ordine sacerdotale dall'amore di Ambrogio. Egli infine ha voluto rivendicare la mia appartenenza al suo clero, cosicché, pur vivendo in luoghi diversi, sono considerato un suo prete.

 

5.   Sed de me quid ignores, scias antiquissimum peccatorem, non ita olim de tenebris et umbra mortis eductum, spiritum aurae vitatis hausisse, nec ita otim posuisse in aratro manum, et crucem Domini sustulisse; quam ut in finem perferre valeamus, orationibus tuis adiuvemur. Accumulabitur haec meritis tuis merces, si interventu tuo onera nostra relevaveris. Sanctus enim laborantem adiuvans (quia fratrem non audemus dicere) exaltabitur sicut civitas magna. Et tu quidem super montem civitas aedificata es, vel accensa super candelabrum lucerna in septiformi claritate colluces; nos sub modio peccatorum delitescimus: visita litteris tuis, et profer in lucem in qua ipge versaris, super aurea candelabra conspicuus. Eloqua tua lumen semitis nostris erunt, et oleo lucernae tuae impinguabitur caput nostrum. Et accendetur fides, cum de spiritu oris tui cibum mentis et lumen animae sumpserimus.

 

 

5. Ma perché tu nulla ignori di me, sappi che questo vecchio peccatore, da non molto tempo tratto dalle tenebre e dall'ombra della morte (Sal 106, 14; Lc 1, 79, cf. 1 Pt 2, 9), ha cominciato a respirare il soffio dell'aura vitale e da non molto tempo ha messo mano all'aratro (Lc 9, 62) ed ha preso su di sé la croce del Signore: possano le tue preghiere aiutarci affinché abbiamo la forza di portarla fino alla fine. Ai premi che ti sei meritato si aggiungerà anche questo se col tuo intervento avrai alleviato i nostri pesi. Infatti il santo che aiuta colui che soffre (non osiamo dire fratello) sarà esaltato come una grande città (Prv 18, 19). E tu invero sei la città edificata sul monte o la lucerna accesa sul candelabro (Mt 5, 14-15), che brilla nello splendore della luce settiforme; noi siamo, per così dire, nascosti sotto il moggio dei nostri peccati. Visitaci con le tue lettere e portaci nella luce in cui tu ti trovi a brillare agli occhi di tutti sugli aurei candelabri. Le tue parole saranno luce per il nostro cammino (Sal 118, 105), e il nostro capo sarà unto dall'olio (Sal 22, 5) della tua lucerna. E si accenderà la nostra fede quando dal soffio della tua bocca avremo attinto il cibo della mente e la luce dell'anima.

 

6.   Pax et gratia Dei tecum, et corona iustitiae tibi maneat in die illo, domine pater, merito dilectissime et venerabilis et exoptatissime. Benedictos Sanctitatis tuae comites et aemulatores, in Domino fratres, si dignantur, nostros, tam in ecclesiis quam in monasteriis Carthagini, Thagastae, Hippone-regio, et totis parochiis tuis atque omnibus cognitis tibi per Africam locis, Domino catholice servientes multo affectu et obsequio salutari rogamus. Si ipsam membranam sancti Domnionis acceperis, transcriptam nobis remittere dignaberis. Et hoc rogo scribas mihi quem hymnum meum cognoveris. Panem unum Sanctitatituae unitatis gratia missimus, in quo etiam Trinitatis soliditas continetur. Hunc panem eulogiam esse tu facies dignatione sumendi.

6. La pace e la grazia di Dio siano con te e ti sia conservata in quel giorno la corona di giustizia, o signore e padre meritamente dilettissimo, venerabile e ardentemente desiderato. Ti preghiamo di salutare con grande affetto ed ossequio i benedetti compagni ed imitatori della Santità tua e nostri fratelli nel Signore (se lo permettono) che a Cartagine, a Tagaste, a Ippona e in tutte le tue parrocchie e in tutti i luoghi dell'Africa da te conosciuti servono il Signore nella fede cattolica. Se riceverai il manoscritto stesso appartenente al santo Domnione, avrai la bontà di rimandarcelo una volta trascritto. Ti prego di scrivermi quale mio inno tu abbia conosciuto. Per testimoniare la nostra unione abbiamo mandato alla tua Santità un pane in cui è simboleggiata l'unità della Trinità. Se ti degnerai d'accettarlo, farai di questo pane una eulogia.