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Quattrocento: La seta

Copertina del libro di Ettore Verga

Copertina del libro di Ettore Verga

 

sec. XV

Origini dell'industria della seta e delle armi nel Ducato di Milano

 

Ettore Verga, Storia della vita milanese, Milano 1909

 

 

 

 

In questi tempi ebbe un grande impulso in Milano l'arte della seta.

Già Filippo Maria Visconti aveva cercato di allettare con speciali privilegi per varie città artefici stranieri affinché venissero a professare in Milano la loro arte; nel 1442 aveva chiesto a Firenze di impiantare uno stabilimento completo per l'industria serica e aveva trovato l'individuo ad hoc in Pietro di Bartolo il quale veniva nominato direttore generale dell'arte, con uno stipendio pagatogli dal governo e una indennità che avrebbe dovuto ripartire tra i suoi lavoranti. Non che a Milano non esistessero affatto fabbriche di seta, perché nella convenzione tra il Bartolo e il Duca si dichiara che gli esercizi già esistenti avrebbero continuato il lavoro, ma le fabbriche milanesi non dovevano essere adatte a quella varia produzione richiesta dal lusso del tempo, come lo era la Toscana, la culla dell'arte serica in Italia.

I documenti degli Archivii ci menzionano come insigne artefice in seta il cremonese Bortolomeo Comezani, e l'esempio dei fiorentini invitati da Filippo Maria fu presto imitato da una compagnia di genovesi che impiantarono qua e là le loro industrie e ottennero in breve i medesimi privilegi.

Francesco Sforza secondò con ardore lo sviluppo di questa industria, e concedeva speciali privilegi ai fratelli Maggiolini che qui la esercitavano; accondiscendeva a tutte le domande del bergamasco Giacomo di San Giovanni e dei suoi fratelli, i quali offrivano di trapiantare da Venezia a Milano la loro fabbrica; concedeva la cittadinanza a Enrico De Piccheti specialista in velluti; ordinava ai suoi ufficiali che facilitassero l'opera di Antonio da Brivio che impiantava, accanto alla pusterla nella contrada di S. Andrea in Porta Nuova, un "filatoio abinatorio e incanatorio".

La produzione milanese dovette in breve crescere assai in quantità e in valore, perché verso il 1460 cominciano gli editti che proibiscono l'importazione delle stoffe auroseriche. E pure in questi anni si organizza la prima corporazione degli artefici della seta, tessitori, filatori e tintori, i quali presentano per l'approvazione i loro primi statuti al Duca.

la materia prima fin ora si importava da fuori; ma i milanesi furon solleciti, non appena fu possibile, a procurarsi i mezzi per produrla. Nel 1475 un Giovanni Celidonio offriva alla Duchessa "certa semenza che ne nasse li bigati che fanno li folixelli de seta" e pochi anni prima il Duca aveva ordinato la piantagione di moroni, che erano da noi una novità, nei Borghi e nei Corpi Santi di Milano.

Così questa preziosa industria prosperò e i documenti d'Archivio ci danno frequenti notizie di cospicue Società fondatesi in Milano nel secolo XV per la produzione delle stoffe seriche, come quella tra Ambrogio Arzate, pagano da Firenze, Priamo del Conte e Rizardo Crivelli con un capitale di circa ventimila lire, e quella tra Gasperino da Casate, Alberto di Villanterio e Antonio Ponzone con circa trentamila. A questo tempo lavoravano intorno alla seta ventimila operai. L'industria della lana e del fustagno, già da gran tempo organizzate e fiorenti, mantenevano un altro esercito di lavoratori.

Il Governo geloso della buona fama delle industrie milanesi non lasciava uscire stoffe scadenti; all'Imperatore che mandava apposta in Milano a cercare panno adulterinum, oggi di direbbe imitazione rispondeva con un rifiuto. Grandemente favorirono i Duchi lo sfruttamento delle miniere della nostra regione, cioè tra il lago di Como e quel di Garda, il Varesotto, la Valsesia e quella di Domodossola: le fucine di Como, Lecco, Sondrio, Brescia ne lavoravano i prodotti. Tutto il distretto minerario lombardo, e specialmente il territorio lariano, provvedevano agli enormi bisogni dell'industria armiera di Milano. L'industria mineraria era sotto l'alta sorveglianza del Governo ducale che ne aveva affidata la direzione ad un norimberghese, assai pratico e valente, Giorgio Unanguened. Le armi erano senza dubbio il principale profitto dell'industria milanese; fin dal secolo XIII, se non prima, le nostre armi con la marca della lupa ci erano richieste da ogni parte d'Europa; carichi interi di armature passavano con frequenza le Alpi.

Le officine di Antonio Missaglia avevano una tale reputazione che lodovico il Moro conduceva a visitarle i suoi ospiti più illustri. Uno spettacolo mirabile fu apprestato dagli armaiuoli milanesi nel 1491 nella circostanza delle feste pel matrimonio di Lodovico il Moro con Beatrice d'Este; tutti gli armaiuoli, che, secondo il costume di allora, avevano le loro botteghe in una medesima strada, chiamata da loro degli Armorari, esposero sulla via, architettandole in modo artistico, le loro armature; erano due ordini di guerrieri immobili, lungo i lati della strada, chiusi dal capo alle piante in ferreo vestimento, inforcanti destrieri da battaglia, anch'essi ricoperti di squame di ferro: l'artificio era così perfetto che i riguardanti sulle prime credevano trattarsi d'uomini viventi. Così narrano le cronache.

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