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Colonna romana nella Basilica di Agliate
CASSAGO BRIANZA NEL MEDIO EVO
Pasquale Cattaneo
1956
Il testo tratto da appunti di Pasquale Cattaneo, primo presidente della associazione S. Agostino, ricostruisce la storia di Cassago alle origini con una ricostruzione talvolta suggestiva ma solo in via di ipotesi e talora alquanto fantasiosa, condita da un racconto palesemente inventato.
Chi fu il successore di Verecondo nei possedimenti di Cassago? Non sappiamo. Penso tuttavia che fosse un erede di Verecondo stesso, ed escludo che il fondo di Cassago sia stato venduto alla morte di Verecondo. Anzi, fra gli immediati successori, vi fu senz'altro un Aurelio, nome ereditato da S. Agostino che a Cassago e nella famiglia di Verecondo era conosciuto col nome di Aurelio [Ndr: ipotesi molto azzardata].
Questo erede, o per aver acquistato un altro fondo, o per averlo avuto in divisione fra fratelli costruì una casa propria con relativi rustici ed abitazioni per i coloni.
Il fondo, con il suo centro abitato, fu dal suo nome chiamato AURELIANUS, che è l'attuale Oriano [Ndr: affermazione non confermabile]. Nel testamento dell'Arcivescovo Andrea, che reca la data del 903 Oriano è indicato con la denominazione "Aurelianum". Recentemente, in occasione di scavi per la fondamenta di una costruzione, ai confini di Oriano con Renate, furono rinvenute delle anfore e delle urne cinerarie, probabilmente dell'epoca romana. Prova questa dell'antica origine della località Tornago, che aveva un'estensione edilizia maggiore dell'attuale, e che Oriano, poco lontano, sorse più tardi dell'epoca romana e, precisamente, nel secolo V, da un successore di Verecondo, di nome Aurelio [Ndr: ipotesi quest'ultima non verificata].
In questo periodo, o poco più tardi venne fatta costruire la corte di Zizzanorre, ad opera di un altro signore. Essa, in origine, era chiamata "Situs Novus", da cui derivò Sucenò, indi Sizanore (Noto che la dizione locale dialettale è ancor oggi "Suscianò").
Queste sono le tre località più antiche dell'attuale comune di Cassago Brianza. Esse sorsero in mezzo ai primitivi fondi coltivati e lungo le strade di comunicazione.
Da Zizzanorre ed Oriano passava la via per Missaglia, come pure quella per Agliate attraverso Tornago e Renate. Cassago si collegava a Bulciago mediante l'attuale strada del Gambajone, rettificata nel secolo scorso con l'apertura dell'attuale Viale delle Rimembranze. Nella località Montino si diramava la strada per Cremella, ora ridotta a viottolo di campagna. Cassago era pure collegato direttamente con Nibionno a mezzo della attuale strada il cui ultimo tratto, dall'incrocio dei Campi Asciutti, è era quasi abbandonato, in seguito all'apertura della strada della stazione e della strada Como-Brivio.
Con Veduggio era collegato mediante la strada di Rosello, ora ridotta a sentiero campestre (A Veduggio una indicazione stradale presso il circolo indica come "via per Cassago" questa antica strada di Rosello).
Anche in questo periodo gli abitanti di Cassago ed Oriano traggono i mezzi e le possibilità di vita dalla coltivazione della parte morenica delle colline del Baciolago, fondi fertili per natura; il versante ovest del colle, invece, di natura calcarea, era ricoperto di boschi e gli avvallamenti erano paludosi. E' tradizione che la valletta tra i "Ronchi" ed il palazzo Visconti fosse anticamente una cava di torba. Ancora oggi questa località è denominata il "Fiume".
Le invasioni dei barbari, seguite alla disgregazione dell'Impero romano lasciano le loro ripercussioni anche nei nostri paesi, causando un certo abbandono e trascuratezza nell'agricoltura. Una ripresa si verifica soltanto sotto la dominazione dei longobardi, ad opera specialmente dei benedettini che a Cremella fondarono un monastero sotto la regina Teodolinda. Anche il Monastero di Pontida e la Basilica di S: Giovanni in Monza ebbero possedimenti a Cassago. Ad opera dei monaci, i colli brianzoli vengono trasformati in ripiani come si vedono al giorno d'oggi, coltivati a grano, granoturco (!) e vigne e, sparsi un po' ovunque, alberi da frutta. Furono pure guadagnati alla coltivazione molti boschi sorgenti su un terreno povero e calcareo, dando così maggior possibilità di vita alla popolazione in aumento.
Ai Longobardi successero i Franchi che instaurarono il sistema di vita medioevale, costruendo ovunque castelli entro i quali si chiudeva il feudatario. Anche Cassago ebbe il suo piccolo castello, costruito nell'alto medioevo, che all'occorrenza dava rifugio alla popolazione che vi si rinchiudeva con le masserizie, i viveri ed il bestiame [Ndr: non esistono ad oggi attestazione documentarie che giustifichino questa affermazione].
Nel 1412 un signore del luogo, Rainerio Scaccabarozzi, fa una fidelitas de terra Cassaghi, accolta con la lettera ducale del 17 luglio 1412 (Manaresi, I Registri Viscontei, pag. 9). Nel 1479 due fratelli, Francesco e Marco de Benedetti, fanno istanza al Duca di Milano per edificare una torre ed un ricetto: "Habens quondam possessionem in partibus Montisbrianzi nominatam Cassagho cum quadam turri et recepto seu duobus recepis quae cum maxima parte ruerint, cupiunt illa reparari, fortificari, se rehedificari facere pro tutandis et conservandis frustibus dictorum bonorum suorum ac massariis suis eorumque arments uti alias factum fuit." L'istanza viene esaudita con la lettera ducale del 13 marzo 1479 - Archivio Storico Civico, Dicasteri, cart. 60, Registro lettere ducali n. 1473=79 c. 225).
Il castello di Cassago sorgeva a nord dell'attuale Palazzo Visconti, ed aveva una torretta o roccaforte più avanti, a mezzogiorno. Era di forma quadrangolare e misurava circa 50 m. per ogni lato. Era cinto di mura in un perimetro molto più esteso. La difesa consisteva in una ripida scarpata ad occidente ed a settentrione, mentre gli altri due lati erano protetti da un'alta muraglia, rafforzata ad est da un profondo vallo. Entro la cinta delle mura si conservava la villa di Verecondo [Ndr: non è nota l'origine di questa affermazione]. Non abbiamo documenti storici sulla vita medioevale del castello di Cassago. Ognuno può quindi ricostruire questa vita con un po' di fantasia, appoggiandosi sulla storia degli altri castelli più grandi ed importanti. Mi proverò, pertanto, a scrivere un episodio immaginario ma verosimile delle vicende medioevali di Cassago.
Siamo alla fine del 900. La Brianza formava allora il cosiddetto Contado della Martesana, infeudata ad un conte (da cui contado), ed era suddivisa in 12 pievi: Alzate, Desio, Seveso, Asso, Incino, Cantù, Missaglia, Oggiono, Garlate, Brivio, Vimercate e Mariano. Cassago apparteneva alla pieve di Missaglia. Un brutto giorno, il campanone della torre sopra Nava fa sentire i suoi cupi rintocchi. Gli fanno eco le campane minori dei vari paesi della pieve. La gente si precipita fuori dalle case ed ascolta attonita quel lugubre richiamo. E' la guerra!
Gli uomini validi, dai 18 ai 70 anni, dan di piglio alle spade, alle sciabole, alle mazze, ai coltellacci, alle roncole, alle forche, insomma, ad ogni cosa che potesse servire da offesa e si radunano nel cortile del castello. I più ricchi portano la corazza. Qui il castellano assume il comando degli armati, li arringa e spiega i motivi ed il perché della guerra: "L'Arcivescovo di Milano, Landolfo da Carcano, figlio di Bonizone, è stato scacciato dal popolo milanese. Ora egli, nostro amico ed alleato, ha dichiarato guerra ai milanesi per riconquistare la sua sede. All'armi dunque! Partiamo!".
Fra un gran vociare ad alte grida di giovinastri, i soldati partono per la guerra. Restano solo le donne, i vecchi, i fanciulli e gli invalidi che si rintanano nelle loro case a sfogare i loro pianti. L'incontro dei due eserciti avviene nella campagna di Campo Carbonario. Scorre il sangue dei combattenti e, nella mischia, cade ferito a morte Tazzone, signore di Mandello. Questa morte decide le sorti della battaglia. Infatti Mantegazza, fanatico servo di Tazzone, vuole vendicare ad ogni costo il suo padrone e se la prende con chi era stato la vera causa della guerra, cioè l'ambizioso e prepotente Bonizone, padre dell'Arcivescovo.
Bonizone giaceva nel suo letto, vecchio ed infermo, Mantegazza si porta alla sua abitazione, e riesce ad introdursi nella di lui stanza con pretese di amicizia. mentre sta ragionando delle sorti della battaglia, gli pianta improvvisamente un pugnale cuore ed il vecchio trae l'ultimo respiro. A questa notizia Landolfo cede le armi. Succede allora una precipitosa ritirata dei martesani, inseguiti dai milanesi fatti baldanzosi dalla vittoria.
La triste novella si diffonde rapidamente nel contado, come portata sulle ali del vento. Nei paesi tutti si rifugiano e si abbarbicano nei castelli. I milanesi hanno vinto e saccheggiano, distruggono, malmenano e uccidono chiunque incontrano sul loro cammino. Da Campo Carbonaro inseguono i martesani in fuga verso le montagne, Un gruppo di essi, lasciato Alzate, si dirige verso Oggiono per poi passare a Missaglia e quindi a Vimercate, la capitale della Martesana.
Siamo in una notte piovosa del mese di ottobre. Qualche fuggitivo, stanco, lacero e inzuppato d'acqua e di fango arriva a Cassago tutto trafelato ed annuncia che una masnada di milanesi da Oggiono si sta dirigendo su Missaglia: passeranno anche per Cassago! Occorre rifugiarsi nel castello al più presto! Nel frattempo giungono altri fuggitivi, poi altri ancora. Non v'è un minuto da perdere! Occorre trasportare al più presto ogni cosa al sicuro!
Si caricano carri e carretti di tutto quanto si può trasportare e gli stessi possono contenere. Al lume di torcia si forma una corrente tumultuosa di uomini ed animali che vanno e che tornano dal castello, tutti stracarichi dei generi più diversi ed impensati. Alcuni fanno opera di sabotaggio, dicendo di non portare nulla al castello perché poi nulla sarà reso. Altri approfittano del parapiglia per impossessarsi della roba altrui che nascondono nella campagna, con l'intenti di ritornare a tempo opportuno a riprendere la refurtiva. Ma la massa fa ressa attorno al castello. Specialmente le donne e i bambini vogliono entrare, vogliono essere protetti. Giungono intanto al castello anche quelli di Oriano e di Zizzanorre e quelli sparsi nelle baracche più lontane. Mugghiano i buoi, belano le pecore, i cani abbaiano ed i polli starnazzano nelle gabbie sballottate sui carretti. Gli uomini poi, dal canto loro, sembrano presi da una frenesia pazzesca, urlano, minacciano, piangono. Il cortile del castello rigurgita di ogni ben di Dio. I sotterranei si riempiono. Si formano gruppi tra i vicini di casa e parenti. Le donne, i vecchi ed i bambini si adagiano alla meglio sulla paglia, per riposare. Gli uomini stanno di guardia alle mura. Verso l'alba tutto è calmo, sembra quasi sia tornata la normalità. Ma poi, sul tardo mattino, le sentinelle della torre avvistano gli avanzati nemici nella valle del Gambajone. Vien dato l'allarme e tutti gli uomini, compresi i ragazzi ed i vecchi, si precipitano sugli spalti del castello, si mettono alle feritoie e si nascondo dietro i merli. Pietre e frecce vengono ammucchiate un po' dovunque, le spade vengono affilate e l'olio comincia a bollire nelle enormi pentole. Si teme un assalto, ma non è tanto questo che preoccupa, quanto la distruzione e l'incendio delle abitazioni.
Infatti Cassago è infeudata alla Chiesa Monzese, il Monastero di S. Giovanni, che vi possiede anche dei beni, i milanesi odiano i preti e nobili, fautori dell'arcivescovo, e prendono di mira i loro castelli. Dalla valle del Gambajone salgono i soldati, un centinaio circa, e si affacciano minacciosi al castello dal lato occidentale. L'altezza della scarpata quasi a picco, e la muraglia, smorzano le velleità dei nemici, che si dirigono al lato orientale, verso Cremella. Ma qui trovano il vallo! I più bellicosi osano ugualmente tentarne la scalata; con pali e scale prese nel paese si arrampicano su per la muraglia. Però una grandine di sassi e frecce accoglie i temerari, olio ed acqua bollente cade dagli spalti sulle teste e sulle schiene ricurve, e coso così costretti a desistere dall'impresa. Alcuni giacciono feriti e urlanti in fondo al vallo, altri dopo aver urlato incomprensibili minacce, scendono in paese ad incendiare case e fienili.
Per buona ventura, nel frattempo, giunge il castellano con la guarnigione di Cassago, reduce dalla battaglia di Campo Carbonario. Tosto si pon mano alle armi ed i milanesi vengono messi in fuga. Si provvede quindi a spegnere gli incendi. Il paese è così salvo dalla distruzione. Episodi come questo si ripeteranno di sovente a Cassago nei secoli del medioevo, quando continue erano le lotte intestine. Nel 920 Cassago era infeudata alla Chiesa Monzese [Ndr: affermazione inesatta]. Nel 1162 a Benedetto d'Asia [Ndr: inesatto] nunzio imperiale di Federico I° il Barbarossa. Nel 1412 abbiamo abbiamo menzione di un Raniero Scaccabarozzi, Signore di Cassago che con lettera del 17 luglio giura fedeltà ai Visconti. Nel 1479 il castello di Cassago è di proprietà di due fratelli, Gian Francesco e Marco De Benedetti, che pensano a restaurarlo, anzi a riedificarlo, chiedendone l'autorizzazione al duca di Milano. Siamo alla fine del medioevo e la ricostruzione del castello denota un certa importanza per Cassago.
Fin dall'alto medioevo Cassago aveva pure un prete, che godeva di un beneficio. Nel 1397, questi era un certo Giovanni da Tabiao. Egli era il rettore della chiesa di S. Maria, la più antica di Cassago, demolita nel 1611 per decreto del cardinale Federigo Borromeo. L'atto del 28 febbraio 1397 in A. S. M. fondo di Religione, Cremella, Monastero di S. Pietro, cart. quinta, dice: "Dominus presbiter Johannes de Tabiago beneficialis ecclesie sancti Iohannis de Biolzago et rector sancte Marie de Cassago".
Nel secolo XIII sappiamo che vi era pure un'altra chiesa, quella di S. Giacomo, fatta erigere dai monaci del monastero di Pontida [Ndr: errato, la chiesa dedicata a S. Brigida d'Irlanda assunse la cointestazione per la presenza di Pontida a Cassago], che a Cassago avevano dei possedimenti. La chiesa di S. Maria possedeva ab anqico degli immobili, come si rileva dalle coerenze dei fondi di Sizanò di proprietà della Chiesa di Monza (Cfr. A.S.M. Pergamene del Fondo di Religione, S. Giovanni di Monza, atto del 29 luglio 1206). Un oratorio esisteva a S. Salvatore, eretto sul luogo del cimitero degli appestati. E' questa la dimostrazione di frequenti epidemie che ogni tanto decimavano la popolazione, per cui ogni paese aveva il suo lazzaretto dove venivano isolati i poveri infetti dal morbo. Suppongo che il lazzaretto di Cassago fosse a Tremoncino.
Ad oriano vi era l'oratorio di S. Gregorio, ed aveva il .....