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Stanzione Marcello: S. Agostino e S. Monica

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SANT'AGOSTINO E SANTA MONICA

I SANTI PREFERITI DI PAPA LEONE XIV

PER CONOSCERE LE LINEE DOTTRINALI DEL SUO PONTIFICATO.

AUTORE: MARCELLO STANZIONE

PIERO GRIBUADI EDITORE S.R.L - VIA C. BARONI 190 – 20142 MILANO

– PRIMA EDIZIONE – GIUGNO 2025

 

 

Santa Maria La Nova nel comune di Campagna

 

La sede episcopale di Milano aveva una grande guida in Ambrogio, un uomo dalla personalità ricca di cultura, di eloquenza, di zelo e predicatore instancabile della Parola di Dio. Con la sua predicazione Ambrogio aiutò molto Sant'Agostino ad allontanarsi dagli eretici Manichei e ritornare alla fede della Chiesa cattolica. Quando Monica giunse a Milano trovò il figlio in uno stato di forte depressione per i molti problemi che lo assillavano, ma quando Agostino le comunicò di aver abbandonato per sempre il Manicheismo, la madre si rasserenò, e pensò in cuor suo che presto il figlio sarebbe ritornato alla Chiesa cattolica. A Milano c'era anche un circolo culturale molto attivo che riuniva il fior fiore delle intelligenze della città, animato dall'anziano dotto e pio presbitero Simpliciano, sostenuto dal vescovo Ambrogio. E Agostino ne rimase presto affascinato. Monica vedeva in Sant'Ambrogio un angelo di Dio perché proprio grazie a lui, il figlio Agostino era entrato in crisi e lei era sicura che sarebbe guarito e ritornato alla Chiesa.

La stima però era reciproca: "Ambrogio amava mia madre a cagione della sua vita religiosa, per cui fra le opere buone e con tanto fervore spirituale frequentava la Chiesa". Alla scuola di questa Chiesa, Monica poté anche rivedere le proprie pratiche religiose, come quella di portare cibi sulla tomba dei morti. Ambrogio ebbe incontri saltuari con Agostino, diverse volte era andato a fargli visita per esporgli i suoi problemi e, vedendolo concentrato nello studio, non volle recargli disturbo anche se Agostino sentiva il desiderio di ascoltarlo; all'inizio fu per curiosità poi incominciò a simpatizzare e ad accogliere le tante verità che lo aiutarono a rientrare in quella Chiesa da cui si era allontanato e che riprese via via ad amare. La predicazione del vescovo Ambrogio gli insegnò che la lettura materiale della sacra Scrittura non bastava; ci voleva anche una lettura spirituale che andasse al di là della lettera. E Agostino si rese conto delle bugie dei Manichei e le abbandonò completamente riconoscendo la Chiesa come sua vera Madre. A fine ottobre, primi di novembre, Agostino si trasferì nella villa messa a disposizione da Verecondo. Insieme a lui c'erano il figlio Adeodato, Monica, il fratello Navigio, gli alunni Trigezio e Licenzio, Alipio e Lastidiano e Rustico, i quali, attratti dalla fama del loro ormai famoso cugino, già da tempo si erano trasferiti a Milano. Nei primi giorni di soggiorno intanto che il gruppo si sistemava nella nuova casa, Agostino, ad ore prestabilite, continuava l'insegnamento ai suoi alunni, stimolandoli ad amare la vera filosofia.

Il sistema di vita a Cassiciaco, l'odierno Cassago Brianza (CO), funzionava bene e qui il gruppo visse in tranquillità. La giornata si apriva e si chiudeva con la preghiera e quasi tutto il tempo era dedicato a conversazioni sulla filosofia, alla meditazione e al lavoro dei campi, con la raccolta della frutta, la vendemmia e dei pasti molto frugali. Per quanto riguarda i dialoghi di carattere filosofico, Agostino fece chiamare alcuni stenografi e scrivani affinché trascrivessero fedelmente le loro conversazioni, così come erano state pronunciate, in ogni minimo particolare, in modo che anche gli amici assenti, specialmente il suo protettore economico, Romaniano, potessero venire a conoscenza dei risultati delle loro meditazioni. Il silenzio della campagna era interrotto soltanto dal rumore di un ruscello vicino, dal cinguettio degli uccelli e dal fruscio delle foglie, un'atmosfera di pace che aiutava Agostino a riconquistare la pace interiore in preparazione al battesimo. In quei mesi Agostino ha modo di ripensare al suo passato, ai suoi errori, ai peccati, alle stravaganze, mentre sua madre faceva ricorso alla sua sapienza evangelica per stargli vicino come un angelo protettore, soffrendo col figlio per quel lungo esame di coscienza e gioendo mentre lo partoriva nello spirito. Non solo, Monica era affaccendata a portare avanti la casa, "ebbe cura come se di tutti fosse stata la madre e ci servì come se di tutti fosse stata la figlia" (Conf. IX, 9,22).

Spesso compariva dov'erano riuniti i dialoganti e, invitata da Agostino, prendeva parte alle conversazioni dimostrando una saggezza e una sensibilità particolari, l'energica massaia punica si rivelava una maestra sapiente anche se inizialmente per umiltà si mostrò piuttosto restia a prendere parte a queste dotte conversazioni filosofiche. Una volta, entrata così per caso nella stanza dove il gruppo era riunito a conversare, sentendosi invitata a restare disse: "Ma che fate? Ho forse mai sentito dire che nei libri da voi letti anche le donne sono invitate a simili discussioni?" (L'Ordine I, 11,31). Agostino le rispose che spesso gli orgogliosi e gli ignoranti valutano le persone non dalle doti che possiedono, ma dalle vesti che indossano e dalle ricchezze e dai possedimenti che sfoggiano, mentre lui preferiva la saggezza di una donna semplice e senza pretese come la madre. Aggiunse anche che nel passato c'erano state anche altre donne che avevano atteso alla filosofia. A causa della lunga convivenza e di una continua attenzione con la madre, Agostino ne aveva notato le belle doti e l'anima ardente per le cose di Dio (L'Ordine II, 1,1), per cui quando non c'erano impegni casalinghi faceva in modo che Monica non mancasse ai loro dialoghi. "Mi si manifestò la sua intelligenza in maniera tale da farmi ritenere che non ve n'era altra più idonea al vero filosofare" (L'Ordine II, 1,1). Agostino riconosceva che la madre non si esprimeva in maniera verbalmente perfetta e mai avrebbe raggiunto un modo di parlare privo di difetti di forma e di espressione, tutte quelle cose che lui era stato costretto ad apprendere per esigenza professionale. Ma nonostante questo si accorgeva che lo spirito della madre, o per maturità o per l'ammirevole moderazione, tenendosi lontano da ogni banalità e distaccandosi dalla passione, s'era levato a grande dignità interiore (L'Ordine II, 17,45).

Monica, secondo il pensiero del figlio, non dava peso alla purezza linguistica o alla precisione della pronuncia, considerandoli problemi trascurabili e non di sua competenza. Pensava invece all'essenziale, allo spirito della sapienza e lasciava i problemi di forma agli eruditi. Agostino spiegava alla madre che il grande amore che lei mostrava verso le sacre Scritture non era altro che amore per la saggezza, non la saggezza del mondo, bensì quella divina, che lei, senza rendersene conto, amava più del figlio che pure amava tanto, e in essa aveva tanto progredito da non lasciarsi atterrire dalla paura di una eventuale sventura e perfino della morte (L'Ordine I, 11,32).

La filosofia di Monica in fin dei conti non era altro che la sapienza del Vangelo, una sapienza che lei aveva acquisto non con lo studio ma con la preghiera, la carità e la docilità a lasciarsi plasmare dal suo maestro interiore Gesù. Agostino stesso in seguito scriverà: "Se non hai tempo di indagare su tutte le pagine sante, di togliere il velo ai sacri discorsi, di penetrare i segreti delle Scritture, attieniti alla carità, su cui tutto si fonda. Così possiederai quello che lì hai imparato e possiederai anche quello che non hai ancora imparato. Pertanto chi pratica la carità possiede delle divine Scritture, tanto quello che è chiaro, quanto quello che resta nascosto" (Discorso 350,2). Tutto questo Monica lo aveva capito bene e da molto tempo e, di fronte a questa rivelazione della sua statura spirituale, Agostino si dichiarava discepolo di sua madre. Monica, per umiltà e per ridimensionare l'espressione del figlio, rispose che Agostino non aveva mai detto tante bugie in una sola volta insieme. Quando il clima lo permetteva, il gruppo scendeva sul prato per discutere, poi arrivava Monica o per fermarsi con loro o per chiamarli perché il pranzo era già in tavola. Il pranzo solitamente era frugale, quanto fosse sufficiente per far tacere lo stimolo della fame (Controversia Accademica II, 6, 14) tanto che, come racconta Agostino, l'inizio del pranzo coincideva sempre con la fine dello stesso e subito dopo si poteva tornare sul prato a filosofare. Una mattina Agostino accusò un fortissimo mal di denti e disse che, se solo gli fosse balenata la verità che cercava, la gioia sarebbe stata tale che avrebbe sopportato più facilmente il dolore. Niente più ormai lo turbava o lo interessava.Il 13 novembre ricorreva il compleanno di Agostino. Il gruppo, dopo un pranzo anche quel giorno frugale, si riunì nella sala delle terme per discutere sulla felicità, argomento già trattato da Cicerone.

Alla domanda di Agostino se fosse vero che è felice chi raggiunge l'oggetto del suo desiderio, Monica rispose: "Se desidera e consegue il bene è felice; se poi desidera il male, ancorché lo raggiunga, è infelice" (La Felicità II, 10). A questa appropriata risposta della madre, Agostino ribadì che certamente le era mancata la precisione della terminologia usata da Cicerone ma aveva raggiunto la vetta del vero filosofare. Così tutti gli altri, ammirati dalla risposta di lei, dimentichi del suo sesso, considerarono Monica un uomo illustre assiso in mezzo a loro (La Felicità II, 10), mentre Agostino, ancora all'inizio del suo ritorno alla fede, si chiedeva da quale e quanta sovrumana sorgente derivassero le parole della madre (La Felicità II, 10). Il dialogo sulla felicità continuò anche nei giorni seguenti e Monica, ormai accolta ufficialmente e ammirata per le sue risposte, non aveva più timore di partecipare alla conversazione. Sempre intorno al tema della felicità Monica sosteneva che chi è ricco e possiede tutto, ma ha timore di perdere quello che ha, dimostra di mancare di saggezza, perché quel timore lo rende bisognoso. Anche per questa affermazione Monica fu ammirata e, ulteriormente incoraggiata, ripeté un versetto del vescovo Ambrogio: "O Trinità, proteggi coloro che ti invocano, e soggiunse: La felicità consiste senza dubbio nel raggiungimento del fine e si deve aver fiducia che ad esso possiamo essere condotti da una ferma fede, da una viva speranza, da un'ardente carità" (La Felicità IV, 35).

Un giorno durante il pranzo Monica chiese al figlio chi fossero gli accademici, di cui aveva percepito notizia dalle loro discussioni. Agostino approfittò della richiesta della madre per fare una breve e chiara esposizione, così che non solo Monica, ma anche gli altri potessero comprendere. Quando ebbe finito, Monica disse che secondo la sua opinione gli accademici dovevano probabilmente essere tutti soggetti all'epilessia. Tutti risero per questa facezia e ne approfittarono per mettere fine alla dotta conversazione e uscire di casa. Alla festa dell'Epifania il vescovo di Milano annunciò la data della Pasqua e Agostino consegnò la domanda per essere ammesso alla preparazione al battesimo. Ai primi di marzo cominciava la quaresima e tutto il gruppo si trasferì nuovamente a Milano per poter seguire le catechesi tenute da Ambrogio.

La sera precedente il battesimo tutti coloro che si erano preparati a ricevere il sacramento venivano trattenuti alla porta della chiesa con letture e canti che fecero commuovere il dotto Agostino. La notte tra il 24 e il 25 aprile, la Pasqua del 387, Agostino, Adeodato e Alipio recitarono la formula della rinuncia a Satana e ai riti pagani, fecero la loro professione di fede e per mano di Ambrogio: "Fummo battezzati e fuggì da noi ogni rimorso e inquietudine per la vita passata ... Quanto piansi per la commozione, ascoltando gli inni e i canti che soavemente risuonavano nella tua chiesa" (Conf. IX, 6,14). Non c'era più nulla che lo trattenesse a Milano e anche gli impegni che tanto lo avevano gratificato avevano perduto il loro fascino. Agostino e Monica vivevano ormai in piena comunione spirituale e cominciarono a pensare alla casa paterna a Tagaste, dove Agostino voleva continuare il progetto di vita monastica iniziato con il resto della famiglia nella villa del suo amico Verecondo, dedicandosi alla preghiera, alla meditazione, allo studio e al lavoro. Così in estate salutarono i loro amici e conoscenti e dopo circa venti giorni di viaggio (ormai non viaggiava più a spese dello stato), in ottobre furono a Ostia e qui si sistemarono in un alloggio in attesa di poter salpare alla volta di Cartagine di cui sentivano grande nostalgia.