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Percorso : HOME > Cassiciaco > Vexata quaestio > Virginio RivaVirginio Riva: Sant'Agostino a Cassiciaco
Mappa settecentesca di Cassago
IN CASSAGO BRIANZA NEL IV SECOLO DOPO CRISTO
di Virginio Riva
Pagnano di Merate, lì 16 dicembre 1969 Tratto dalla rivista BRIANZA a cura degli AMICI DELLA BRIANZA edizione del Licinium - Erba 1969, volume XVII.
In Cassago Brianza nel IV secolo dopo Cristo esisteva una ricca dimora romana destinata alla villeggiatura di tale Verecondo che si vuole ospitasse, nei ritiri di meditazione, Aurelio Agostino, manicheo. Cassago dista circa 30 chilometri da Milano donde al Santo, futuro Padre della Chiesa, era comodo, cavalcando, raggiungere Milano e ritornare a Cassago nel corso di una giornata, così da poter a proprio agio aver colà incontri con Ambrogio, vescovo di Milano, che lo convertì al cattolicesimo. Virginio Riva, autore dello studio qui sotto pubblicato, desiderava fosse ricordato come Cassago di Brianza e l'ospitalità di Verecondo fossero più vicini alla metropoli che non l'altro Cassago nel Varesotto che si trova a 60 chilometri da Milano. In una simpatica pubblicazione edita a cura del Centro Culturale Cassiciacum dal titolo: «Da 'Rus Cassiciacum' a Cassago Brianza» l'autore, signor Pasquale Cattaneo, da vero appassionato e da profondo cultore delle vicende della Sua terra, avanza supposizioni e deduzioni non prive di fondamento nel tentativo di provare non solo un reale soggiorno di Sant'Agostino a Cassago ma anche di fissare un punto dove ben sedici secoli or sono doveva sorgere la villa di quel Verecondo che ospitò il personaggio citato. È noto che tra le varie indicate come probabili, due sono le località più indiziate che da secoli si attribuiscono il privilegio d'avere accolto Sant'Agostino tra le loro mura.
Casciago in quel di Varese e appunto Cassago nella Brianza centrale. Le supposizioni fin qui avanzate circa la derivazione dei due attuali centri dal Cassiciacum romano sono sempre rimaste tali poiché prove sicure non sono mai emerse a definire positivamente una disputa antica; né sarà nostra intenzione inseguire la vana illusione di provare ciò che altri hanno inutilmente tentato sfogliando enormi quantità di manoscritti e documenti polverosi giacenti in svariate biblioteche e collezioni pubbliche e private. Se una prova decisiva dovrà un giorno vedere la luce è probabile che uscirà dal terreno più che da un antico manoscritto; e poiché tutto il territorio di Cassago si è rivelato fonte ricchissima di reperti archeologici resta una certa speranza di vedere un giorno coronate da successo le ipotesi avanzate per colmare un brano di storia dimenticata. Tra gli argomenti presentati dal Cattaneo nella citata pubblicazione degno di nota è senza dubbio quello riguardante il supposto nome originario del torrente Gambajone che l'autore, con lodevole immaginazione, fa derivare da Canalis Balneorum cioè «canale dei bagni» confortato in questo anche da un documento del 1217 conservato nella Basilica di Monza in cui viene citato un «prato Canbaliono» (si noti l'analogia con Canalis Balneorum di cui è probabile contrazione) esistente nel territorio di Cremella. Poiché Sant'Agostino nei suoi scritti tratta effettivamente di un canale che alimentava i bagni durante la sua permanenza a Cassiciacum, questo fatto va preso nella dovuta considerazione. Ma altri argomenti non trascurabili sono ultimamente emersi per caso, tingendo di colori incredibilmente romanzeschi questa appassionante vicenda.
LA MAPPA DI CASSAGO
In un tempo che sembra ormai tanto lontano scrittori dalla più sbrigliata fantasia, dal francese Dumas all'inglese Stevenson, seppero stimolare lo spirito avventuroso non solo nei giovani creando eccellenti opere la cui trama si svolgeva attorno ad una pergamena sulla quale un elementare e incerto disegno tracciato da mano ignota conduceva inevitabilmente a un tesoro di pietre preziose e monete sonanti. Ma il tesoro che il signor Cattaneo e il signor Giussani entrambi da Cassago sognano da anni di rinvenire, forse ben più modesto agli occhi di un profano, è di tutt'altro genere. Dovrebbe essere costituito dai resti di una villa romana che se riportata alla luce potrebbe anche dimostrarsi residenza del citato Verecondo. La prima indicazione di una possibile sua esistenza non è del tutto priva di fondamento poiché la mappa che solitamente esiste solo nei romanzi è stata proprio rinvenuta; non resterebbe quindi altro da fare che armarsi di pala e piccone per vedere sino a che punto si può prestar fede ad essa.
Ma prima raccontiamo i fatti ordinatamente. Durante alcuni lavori di riparazione di un antico edificio nel centro dell'abitato di Cassago eseguiti nel 1945, veniva scoperto un rotolo di pergamena consunto dal tempo. Grande era la sorpresa quando svolto il rotolo ci si trovava di fronte ad una mappa dimenticata e forse unica nel suo genere vecchia di qualche secolo. Sulla testata, sotto l'insegna e le armi dei Visconti e degli Sforza recava la seguente intestazione:
TOPOGRAFICA DEL TERRITORIO DI CASSAGO PIEVE DI MISSAGLIA - DUCATO DI MILANO.
Seguiva un accurato disegno del territorio con notevole ampiezza di particolari come confini di proprietà, numeri di mappali e vie di comunicazione quali erano all'atto della stesura del documento. Ma ciò che più attirava l'attenzione era una veduta abilmente tracciata nell'angolo inferiore di destra. Qui vi si vedevano rappresentate, in primo piano, alcune rovine di marcata fattura romana con colonne poco o nulla rastremate verso la sommità sormontate da graziosi capitelli compositi sostenenti un tratto di trabeazione e i resti di un frontone. In secondo piano, lievemente accennate o piuttosto quasi cancellate dal tempo, altre rovine dotate di aperture ad arco pieno una delle quali lasciava intravedere sullo sfondo una collina, apparentemente identificabile con Cremella, terminante sulla sommità con due edifici.
La supposizione che il disegno, fosse un lavoro di fantasia compiuto diciamo a scopo ornamentale poteva anche essere presa in considerazione ma la dovizia di particolari evidenziata in primo piano sembrava confortare l'ipotesi che l'ignoto autore avesse ritratto dal vero tanto più che da innumerevoli anni un capitello quasi identico ai citati faceva bella mostra di sé sulla sommità di una colonna nel bel mezzo del sagrato di Cassago. Altri frammenti sempre dello stesso ordine architettonico unitamente a materiale granitico lavorato e a resti di iscrizioni latine sono reperibili, sempre in Cassago, nei pressi del palazzo comunale e precisamente nell'orto di una casa colonica. Che questi siano appartenuti ad una costruzione romana di una certa importanza è un fatto scontato. Ma dove localizzarla? Vedremo qui di seguito quanto può contare il fattore fortuna nella nostra indagine.
LA VILLA VISCONTI DI MODRONE Questa secolare e caratteristica costruzione sorta in epoca imprecisata, con ogni probabilità per graduali ampliamenti e rammodernamenti, nella zona collinare più alta di Cassago, fu abbattuta nel 1963; e dobbiamo al cassaghese Giuseppe Giussani se oggi siamo in possesso di una buona documentazione fotografica sulle varie fasi di demolizione dell'opera muraria. Documentazione resa ancora più viva dalla memoria visiva del Giussani che detiene tuttora le planimetrie dell'edificio distrutto dalle quali si può arguire come la villa sia sorta sfruttando opere preesistenti e ciò a causa di un eterogeneo e irrazionale spessore dei muri persino con tentativi di raddrizzamento di quelli orientati secondo un piano diverso dalla restante costruzione. Del resto fonti storiche testimoniano l'esistenza di un castello e forse di un'antichissima chiesa sull'area poi occupata dalla villa. Ma il fatto notevole ricordato dal Giussani riguarda la eccezionale diversità dei leganti riscontrati nella muratura, poiché mentre la maggior parte della costruzione si presentava composta di pietre unite da comune malta di calce da noi in uso dal medioevo sino agli inizi del secolo scorso, la parte centrale, dal piano di terra sino a un'altezza approssimativa di cinque metri, presentava muri di spessore superiore ai due metri composti di legante tenace e compatto molto simile per colore e resistenza alla calce idraulica impiegata oggigiorno.
Poiché sappiamo che in passato solo i romani impiegarono leganti cementizi da loro ottenuti mediante mescolanza e cottura di rocce calcaree e argilla oppure, dove possibile, sostituendo a questa la pozzolana, bisognava convenire che almeno una parte della costruzione doveva essere appartenuta a un edificio romano. Ma gli imprevisti non erano finiti: quando le ruspe cominciarono ad avere ragione della solidità dei muri ci si accorse che questi andavano liberando numerosi sarcofagi granitici colmi di calcestruzzo e corredati dei relativi coperchi. Purtroppo tutti i reperti venivano spezzati e distrutti fatta eccezione per un esemplare che si può tutt'oggi vedere dimenticato sul posto. Un altro è stato impiegato come abbeveratoio e collocato in una stalla poco lontano. Scavi sistematici sapientemente condotti potrebbero ancora mettere in luce i più remoti particolari di questa terra prima che la inevitabile e sollecita distruzione dell'uomo li assegni ai millenni perduti. È comunque certa una cosa e chiunque la potrà rilevare esaminando i reperti esposti nel piccolo museo allestito in una sala del municipio. Cassago già esisteva come nucleo abitato parecchi secoli prima della nascita di Sant'Agostino. E i romani vi fecero passare una via diretta al nord ricalcando presumibilmente piste già esistenti. Ebbe veramente l'onore di ospitare Sant'Agostino? Non è escluso che una pietra possa un giorno rispondere positivamente all'interrogativo con un semplice nome: quello di Verecondo.