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Percorso : HOME > Iconografia > Pittori > Elenco > Settecento: Maestro di BogotàPITTORI: Maestro di Bogotà
Agostino e la Trinità
MAESTRO DI BOGOTA'
1700-1780
Bogotà, Palazzo Arcivescovile
Agostino e la Trinità
L'anonimo pittore di questa tela ha posto l'accento sul desiderio di Agostino di comprendere il mistero della Trinità. Il santo è seduto davanti al suo scrittoio con in mano una penna d'oca con cui sta scrivendo sopra una pagina di un libro che regge con la mano sinistra appoggiata a un paio di libri. Il santo indossa un bellissimo piviale, molto ben decorato da ricami floreali, sopra la nera tunica dei monaci che seguono la sua regola.
La mitra, finemente decorata, è stata deposta alle sue spalle assieme al bastone pastorale con sullo sfondo una tela rossa. Il volto del santo esprime pace interiore e una grande tranquillità Una folta barba nerastra si accompagna ad una fronte calva. Gli occhi, assai incisivi, sono rivolti verso un lato del quadro, dove, fra un insieme nero di nuvole, si apre uno squarcio di luce che propone le tre figure dello Spirito Santo.
vede in lontananza il Cristo crocifisso che mostra le ferite al costato, il padre seduto in trono maestosamente e la colomba dello spirito santo che volteggia sopra di loro.
La scena può raffigurare l'ispirazione di Agostino che pervade i suoi libri, come pure il desiderio di mettere in parole i suoi pensieri in un libro che si intitola De Trinitate.
Lo scopo del De Trinitate è rendere ragione, per quanto è possibile, del fatto che la Trinità è un solo Dio e che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono di una sola e medesima sostanza. I libri I-IV intendono innanzitutto mostrare che questo è il contenuto della fede nella Trinità, sulla base dell'autorità delle Scritture. I libri V-VII quindi formulano il dogma evitando gli errori opposti del triteismo (secondo cui il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero tre dèi) e del modalismo (secondo cui essi sarebbero soltanto manifestazioni estrinseche di un unico essere divino). Agostino si serve a tal fine della dottrina aristotelica delle categorie. Di Dio possiamo dire che è sostanza (substantia) o essenza (essentia); anzi, Egli "è" nel senso più vero del termine, perché è immutabile. Proprio perché immutabile, il Lui non vi sono accidenti; le sue perfezioni (bontà, giustizia, ecc.) si predicano dunque secondo la sostanza, cioè si identificano con il suo stesso essere. Non tutto ciò che si predica in Dio, tuttavia, si predica secondo la sostanza. Alcune cose si predicano in Dio secondo la relazione. È il caso dei nomi "Padre", "Figlio" e "Spirito Santo", che indicano appunto non la sostanza di Dio, ma le relazioni che sussistono in Lui. Il Padre è tale non in se stesso, ma in relazione al Figlio, e viceversa. Anche nomi come "principio" e "Signore" sono predicati di Dio secondo la relazione: essi fanno riferimento non all'essenza di Dio, ma alle sue relazioni nei confronti delle creature, o meglio alle relazioni che le creature intrattengono con Lui.