Contenuto
Percorso : HOME > Iconografia > Pittori > Elenco > Settecento: Maestro d MedellinPITTORI: Maestro d Medellin
Agostino scrive il De Trinitae
MAESTRO DI MEDELLIN
1740-1780
Medellin, Collezione Privata
Agostino scrive il De Trinitae
Questo quadro presente in una collezione privata a Medellin raffigura sant'Agostino nel suo studio mentre sta scrivendo un trattato, molto probabilmente il De Trinitate. Il santo indossa i paramenti episcopali con al collo una grossa catenella cui è appesa una grossa croce. La mano sinistra sta sfogliando un libro che tiene aperto, mentre altri libri chiusi sono sovrapposti sul tavolo di lavoro, che fa da elegante scrivania. Sul tavolo è stata deposta la mitra. Con la mano destra Agostino impugna una penna mentre volge la testa e lo sguardo all'indietro dove in alto a sinistra si vede un cerchio con all'interno un triangolo rosso, da cui prendono origine numerosi raggi luminosi che illuminano il volto del santo.
L'espressione del viso di Agostino lascia intendere che stia ascoltando la voce della Trinità per trarne ispirazione e poi tradurla in un linguaggio comprensibile ai fedeli. Ha una espressione estatica, quasi si sia estraniato dal mondo reale in cui si trova pur di sintonizzarsi con il dettato divino. Una folta barba gli copre il mento e un'aureola gli sta sopra la testa. Lo sfondo dell'ambientazione scelta dal pittore è piuttosto cupa e contrasta apertamente con il chiarore luminoso del soggetto principale.
L'immensa opera letteraria di Agostino conobbe dei vertici straordinari, che segnarono la cultura per millenni. Fra i suoi testi più letti e studiati va sicuramente annoverato il De Trinitate, un'opera in cui il santo cerca di comprendere il mistero che avvolge le tre persone divine. Questa sua indagine lo ha reso famoso nel tempo: una sua tipica rappresentazione iconografica ricorda infatti la sua ricerca che si svolge e si conclude in riva al mare, su una spiaggia dove un bambino gli spiega perché vano è il suo tentativo di comprendere.
15. 1. Ho impiegato alcuni anni per comporre i libri su La Trinità, che è Dio. Già però nel tempo in cui non ero ancora giunto alla fine del dodicesimo e avevo trattenuto presso di me quelli già composti troppo a lungo rispetto all'aspettativa di coloro che avrebbero voluto averli, quei libri mi vennero sottratti, pur non essendo ancora corretti come avrebbero potuto e dovuto esserlo al momento in cui avessi deciso di pubblicarli. Quando me ne accorsi, visto che me n'erano rimasti altri esemplari, decisi di non pubblicarli di persona, ma di conservarli, ripromettendomi di chiarire l'accaduto in qualche altro mio scritto. In seguito però alle pressioni dei fratelli, alle quali non seppi resistere, provvidi a correggerli nei limiti che ritenni opportuno, completai l'opera e la pubblicai. Premisi al testo una lettera, indirizzata al venerabile Aurelio, vescovo della Chiesa di Cartagine, e in questa sorta di prologo esposi ciò che m'era accaduto, ciò che avevo avuto in mente di fare e ciò che in realtà avevo fatto per l'affettuosa pressione dei fratelli.
15. 2. Nell'undicesimo libro, trattando del corpo visibile ho detto: Perciò amarlo equivale a una pazzia. L'affermazione vale per quel tipo d'amore secondo il quale si pensa che, godendo dell'oggetto del proprio amore, si possa esser felici. Non è invece follia amare una bellezza sensibile in lode del Creatore e giungere così alla felicità vera godendo dello stesso Creatore. Ho ugualmente detto nel medesimo libro: Non mi ricordo di un volatile quadrupede, perché non l'ho visto, ma riesco facilmente a costruirne l'immagine aggiungendo a un tipo di volatile che ho visto oltre due altre zampe che pure ho visto. Dicendo questo non ero riuscito a ricordarmi dei volatili quadrupedi dei quali parla la Legge. Essa non annovera fra i piedi le due zampe posteriori che servono alle cavallette per saltare. Definisce inoltre queste ultime monde, distinguendole così da quei consimili volatili immondi che non riescono a saltare con quelle zampe come gli scarabei. Tutti gli animali di questo tipo son definiti nella Legge volatili quadrupedi.
15. 3. Non mi soddisfa la spiegazione da me data nel dodicesimo libro delle parole dell'Apostolo: Ogni peccato compiuto dall'uomo è fuori del suo corpo. Quanto alle parole: Chi commette fornicazione pecca contro il proprio corpo non penso vadano intese nel senso che si macchia di fornicazione colui che compie un'azione per ottenere i piaceri che si presentano attraverso il corpo e pone in questo il fine del suo bene. Tale comportamento comprende un numero ben maggiore di peccati di quello di fornicazione, che vien perpetrato in una unione illecita e del quale soltanto sembra parlare l'Apostolo nel passo citato. Quest'opera, ove si escluda la lettera, che solo in un secondo tempo ho collocato all'inizio, incomincia così: Il lettore di queste mie discussioni sulla Trinità.
AGOSTINO, Ritrattazioni, 15, 1-33