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Plinio il Vecchio: Le abitudini e la storia dei Galli

Frammento graffito di vaso ad impasto argilloso grossolano proveniente dalla località 
					Pieguzza a Cassago

Frammento di vaso ad impasto argilloso grezzo (Pieguzza)

 

 

Le abitudini e la storia dei Galli

 

 

I Galli ornano con coralli le loro spade, i loro scudi, i loro elmi.

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXII, 23

 

 

E' necessario non dimenticare l'ammirazione dei Galli per il vischio. I druidi - è il nome che danno ai loro maghi - non hanno nulla di più sacro del vischio e dell'albero che lo porta, purché sia un rovere.

Il rovere é già di per se stesso l'albero che scelgono per i boschi sacri e non compiono nessuna cerimonia religiosa senza il suo fogliame ... Considerano tutto ciò che spunta su questi alberi come inviato dal cielo e vi vedono un segno dell'elezione di tale albero da parte della divinità stessa. Si trova molto raramente del vischio di rovere e quando lo si scopre, lo si coglie con gran pompa religiosa. Questo deve avvenire soprattutto al sesto giorno di luna, che presso di loro segna l'inizio dei mesi, degli anni e dei secoli, che durano trent'anni, giorno scelto perché la luna ha già tutta la sua forza senza essere a metà percorso. Essi lo chiamano nella loro lingua "colui che tutto guarisce".

Preparano secondo i riti ai piedi dell'albero un sacrificio e un festino religioso e conducono due torelli bianchi dalle corna legate per la prima volta. Un sacerdote vestito di bianco, taglia il vischio con una serpe d'oro e lo riceve su un saio bianco. Immolano quindi le vittime pregando il dio di rendere il suo dono propizio a coloro a cui l'ha accordato. Credono che il vischio, macerato nella bevanda, doni la fertilità a ogni animale sterile e che sia un rimedio contro tutti i veleni.

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XVI, 45

 

 

In questa regione e nell'undicesima si trovano celebri laghi, e fiumi che dai laghi traggono vita o sono alimento, quando vengono restituiti al loro corso dopo essere stati da essi ricevuti: così fa il Lario con l'Adda, il Verbano col Ticino, il Benaco col Mincio, il Sebino con l'Oglio, l'Eupili col Lambro, tutti fiumi che affluiscono nel Po.

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 23

 

 

Dal nome del Po si chiama Transpadana la regione undicesima; essa è situata tutta nell'entroterra, ma il fiume le trasporta ogni prodotto dal mare grazie al suo comodo letto. Le città sono Forum Vibi e Segusione; le colonie, Augusta dei Taurini, alle pendici delle Alpi - da lì il Po è navigabile - di antica stirpe ligure, e Augusta Pretoria, città dei Salassi, presso le duplici porte delle Alpi, la Graia e la Pennina, dette così perché, secondo la tradizione, da questa passarono i Cartaginesi, da quella Ercole; c'é poi la città di Eporedia, fondata dal popolo romano per ordine dei libri Sibillini (i Galli chiamano «Eporedii» i bravi domatori di cavalli). Vercelli, città dei Libici, è di origine Sallua; Novara fu fondata dai Vertacomori che sono di stirpe voconzia (danno ancor oggi il nome a un villaggio dei Voconzi) e non, come pensa Catone, di stirpe ligure; Liguri invece i Levi e i Marici che fondarono Ticino, non lungi dal Po. A loro volta i Boi, venuti da oltre le Alpi, fondarono Laus Pompeia e gli Insubri Milano. Como, Bergamo, Forum Licinii e altre comunità limitrofe sono di stirpe orobica: lo attesta Catone, che confessa però di ignorare l'origine degli Orobici. Cornelio Alessandro invece sostiene che essi provengono dalla Grecia, basandosi anche sull'interpretazione del loro nome, che significa «quelli che vivono sui monti». In questa zona è scomparsa la città orobica di Parra, di cui sono discendenti secondo Catone gli abitanti di Bergamo. I suoi resti mostrano ancora oggi come il sito fosse più elevato che scelto felicemente. Sono scomparsi anche i Caturigi, esuli insubri.

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 21

 

 

All'imperatore Cesare Augusto, figlio del divino Cesare, pontefice massimo, XIV volte imperatore, XVII volte ribuno della plebe, il Senato e il Popolo romano, poiché sotto il suo comando e con i suoi auspici, tutte le genti alpine che si estendevano dal mare Adriatico fino al Tirreno furono ridotte sotto l'impero del popolo romano. Popolazioni alpine vinte: Triumpilini, Camunni, Venosti, Vennoneti, Isarci, Breuni, Genauni, Focunati, quattro tribù di Vindelici, Consuaneti, Rucinati, Licati, Catenati, Ambisonti, Rugusci, Suaneti, Caluconi, Brixenti, Leponzi, Uberi, Nantuati, Seduni, Varagri, Salassi, Acitavoni, Medulli, Ucenni, Caturigi, Brigiani, Sogionti, Briodonzi, Nemaloni, Edennati, Vesubiani, Veamini, Galliti, Triullati, Ecdini, Vergunni, Egui, Nematuri, Oratelli, Nerusi, Velauni, Suetri. Non figurano nell'elenco le dodici comunità cozie, che non erano entrate in guerra, né quelle aggregate ai municipi in base alla legge Pompea.

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 24

 

 

Catone attesta che Como e Bergamo e Foro Licinio e altri popoli intorno sono della stirpe degli Orumbovii, ma dice di ignorare l'origine di questa popolazione, che Cornelio Alessandro insegna essere derivata dalla Grecia anche secondo la interpretazione del nome, che spiega come le popolazioni conducono la vita tra i monti. In questo luogo scomparve Parra, oppido degli Orumbovii, dai quali, dice Catone, sono derivati i Bergomati e che ancora oggi appare un luogo più famoso che fortunato.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 17