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Sibour: Traslazione Reliquia di Agostino 

Immagine di Festa religiosa a Tolone

Festa religiosa a Tolone

 

 

 

LETTERA PRIMA

AL SIG. POUJOULAT SULLA TRASLAZIONE DELLA RELIQUIA DI S. AGOSTINO DA PAVIA AD IPPONA

dell'abate Sibour, VICARIO GENERALE DI DIGNE, PROFESSORE DI STORIA ECCLESIASTICA ALLA FACOLTA' TEOLOGICA D'AIX

 

 

 

Tolone, 23 ottobre 1842

Caro amico,

Quando giorni fa, sulle rive del Rodano, ci separammo, non vi cadeva in mente, e io stesso era ben lontano da ciò, che sarei partito per l'Africa; ed ecco che fra poco io navigherò alla volta di questa terra illustre, conquistata dalle armi nostre e alla quale tanto belle memorie cristiane si riferiscono; e che io, come prete e come Francese, sono lietissimo di recarmi a visitare; pure, quasi a fatica, posso ancor credere a questo viaggio, tanto è inopinato, ed è quasi per me un dolce sogno dal quale temo essere ad un tratto svegliato. Mi son trovato travolto qui, e a momenti sarò travolto più lungi per tal concorso di circostanze, di cui prima di tutto mi è d'uopo rendervi conto per spiegarvi questa subitanea determinazione.

Era tornato a Viviers, dove, dopo avervi lasciato, veniva a fare i preparativi per partire alla volta d'Aix, quando una lettera di monsignore vescovo di Digne mi ha recato la nuova, che egli partiva per l'Africa accompagnando le reliquie di S. Agostino, che con felice pensiero il vescovo d'Algeri era andato a chiedere all'antica basilica di Pavia, la quale sembra non averle tanto studiosamente serbate da tanti secoli, che per renderle un giorno ad Ippona, quando di nuovo il lume della fede avesse splenduto sulle sue colline. La traslazione doveva farsi con grandissima solennità, e sarà quasi una nuova conquista dell'Africa fatta dal Cristianesimo; quindi parecchi vescovi scorteranno gli avanzi di uno dei più grandi vescovi, e senza dubbio del più gran dottore della Chiesa. Monsignore Dupuch aveva premurosamente scritto una lettera a tutto l'episcopato francese; ed ogni diocesi era invitata a spedire qualche rappresentante a questa festa religiosa e nazionale. Monsignore vescovo di Digne mi diceva, che egli partiva, mosso dall'antica sua ammirazione per S. Agostino, e per gratitudine verso !a chiesa d'Africa, madre della scienza.

Infatti due apostoli africani, Donnino e Vincenzo, recarono primi nelle Alpi i semi della fede. Alla fine della lettera, monsignore mi dava luogo di convegno a ToIone per il 22, giorno fissato per l'arrivo delle reliquie. Tostamente mi risolvetti, ché a tale invito non poteva mancare. Compiva un anno da me passato con S. Agostino, a cagione dei miei studi sul pelagianismo, dei quali sapete che ho dovuto ultimamente trattare nel mio corso di lezioni, e quest'intimo commercio col genio tanto alto quanto gentile del vescovo d'Ippona, aveva aggiunto un non so che di tenero al mio culto per la memoria di lui. Agostino mi era diventato come un illustre amico che si era degnato di ammettermi nella sua familiarità, e mi aveva aperto tutti i segreti dell'anima, talché conoscevo la sua casa di Tagaste, l'aveva seguitato a Cartagine, a Roma, a Milano; spesso mi ero inframmischiato a quel piccolo cerchio composto d'Alipio, di Trigezio, di Licenzio, d'Adeodato, che per ordinario si formava nel prato di Cassiciaco, ai piedi d'un albero fronzuto, e dove anche Monica aveva il suo luogo destinato, quantunque vi si discorresse di filosofia, e che talvolta vi si trattassero le più gravi questioni. Felice Monica! Dio non aveva tardato a chiamarla a lui. Parevami essere stato fra lei ed il figlio a quella finestra d'Ostia, dove, poco prima che ella morisse, in un tenero e sublime colloquio, avevano avuto insieme quei dolci rapimenti verso Dio, dei quali Agostino ha stupendamente parlato nelle Confessioni, e che erano per Monica quasi il principio della celeste beatitudine.

Ma, più che altrove, ad Ippona io avevo tenuto dietro ad Agostino, e seguitatolo passo per passo ed mi ero fatto consapevole di tutte le particolarità della sua vita di vescovo e di dottore. Quante volte aveva frammesso o il mio plauso o le mie lacrime, alle lacrime ed ai plausi di quel popolo di marinari, che faceva ressa intorno alla cattedra di lui nella basilica della Pace! Io l'avevo visto con ammirazione passare i giorni a scriver lettere a conchiuder dissidi, ad adempire alle tante funzioni del faticoso ministero; eppure abile ancora a trovar tempo affievolito come egli era nella salute, di comporre e rivedere le sue opere immortali e sostenere con tutti i nemici della Chiesa lotte accanite, nelle quali doveva riportare così grandi trionfi. Ora che le reliquie di questo grand'uomo sono per passare tanto vicino a me, come avrei potuto resistere al piacere di vederle e venerarle? L'immagine del genio di lui aveva scolpita nell'anima, ma parevami che dalla vista del suo corpo si aggiungerebbe alcun che alla nostra conoscenza, e la farebbe più reale e compiuta. Io pure mi sentivo trascinato dall'ammirazione e dalla gratitudine, e se non mi veniva in pensiero di seguitare fino sulla terra africana quelle reliquie gloriose, credendomi ciò impossibile, almeno non volevo mancare al convegno di Tolone, per poi ritornare dopo avere assistito alle fèste ed appagata la mia devozione. L'indomani, caro amico, io scendeva rapidamente il Rodano.

Il tempo stringeva, e benché il pachebotto nel suo rapido corso trasportato dal filo impetuoso del fiume paresse volar sulle acque, minore del mio desiderio era quella celerità. Io sedevo sul ponte e a pena salutavo passando le vecchie conoscenze che sempre a mio gran contento ritrovo sulle amate sponde del Rodano; a sinistra, l'alture di S. Paolo dei Tre Castelli, le verdi campagne della Palud, la pianura d'Orange, superba di sue antichità; ed, alto su tutto, il monte Ventoso, che, colla cima quasi sempre coronata di ghiacci, sembra il vecchio genio della contrada; a dritta, le gole di S. Marcello dalle fantastiche grotte, le onde turchine dell'Ardeca, che timidamente s'insinua fra i salici e cheta ai rapidi flutti del gran fiume si viene ad unire, il ponte Santo Spirito, spoglio ormai di tutti i suoi terrori, e dimostrante ai viaggiatori le leggiadre terrazze delle sue case, la sua certosa di Valbuona circondata da foreste, ma soprattutto i suoi fertili campi coperti di gelsi, e che noi perlustravamo insieme, caro amico, non molli giorni or sono, condotti dall'ottimo fra gli ospiti; poi, un poco più lungi, il ricco bacino del Bagnolo, in fondo del quale la Sesa volve pagliucole d'oro, meno prezioso delle sue acque, le cui onde limpide innaffiano tanti verdi prati; poi di nuovo la torre di Mornos, le rovine del quale sono familiari al barone Adrets, e il castello di Roccamaura, che alla memoria dei Saraceni consorta quella dei cardinali e dei papi d'Avignone.

Trovai sul pachebotto monsignor vescovo di Valenza, che avevo conosciuto alla consacrazione di monsignor di Viviers, ed un gruppo di religiose della dottrina cristiana di Nancy; e seppi tosto che quelle sante fanciulle partivano per l'Africa, essendo destinata per Bona e per Filippeville. Esse avevano l'anima immersa nella gioia del pensiero dell'opera di devotamento, di fede e d'incivilimento. che erano pronte a compire. Monsignor vescovo di Valenza si recava a Tolone per la gran festa della traslazione delle reliquie, ed il pio prelato era deliberato, potendo, anche a passare i mari; e oltre il desiderio di convenire a quel gran trionfo di S. Agostino, in cui, con ragione, scorgeva più il trionfo della religione che quello d'un santo, avrebbe voluto visitare nell'Algeria una santa colonia di religiose trinitarie delle quali è fondatore. Ben doveva esservi luogo per le figlie di S. Giovanni di Mata su questa terra africana, dove l'ordine della redenzione degli schiavi fece in altri tempi tanti miracoli. Fra le opere di carità cui la nostra bella conquista aveva offerto all'inesauribile devotamento della Francia, le Trinitarie di Valenza avevano avuto a loro parte il servigio di tutti gli ospedali della provincia d'Orano.

Appena erano scorse poche ore dacché seguivamo rapidamente i mille graziosi giri del fiume, lasciando nell'aria lunga tracce di fumo la cui nube svaniva fra gli alberi che coprivano le rive, quando ne apparvero le torri dell'antica città papale e le pittoresche rocce di Nostra Donna di Dom, meta alla nostra navigazione. Non rimasi in Avignone che il tempo necessario per trovarvi il mezzo di partirne; e la sera era già sulla strada d'Aix, dove l'indomani fui giunto. Monsignore arcivescovo d'Aix è metropolitano d'Algeri. La nuova Chiesa africana è figlia della Provenza, onde era bella occasione di recarsi a vederla; e Monsignore rammaricavasi che dall'età e dalla salute gli fosse impedito così lungo viaggio, e mi commise di farlo scusato presso il vescovo d'Algeri e tutti i prelati, che all'invito sarebbero accorsi. Nel tempo stesso mi dava, ridendo, la missione di rappresentare alla cerimonia la nostra chiesa metropolitana d'Aix , missione che debbo compiere, a quello che pare più per intero che da lui e da me stesso non si credesse.

Finalmente, ieri, sabato, giorno in cui le reliquie erano aspettate da Pavia, verso le tre ore di sera arrivai a Tolone. A grado che ci avvicinavamo alla locanda della Croce d'Oro, dove si doveva scendere, una folla ansia e stivata empiva le vie che n'era d'uopo traversare. La festa annunziata aveva commosso tutta la città. Trovai assembrati alla locanda della Croce d'Oro tutti i vescovi che da diverse parti della Francia erano accorsi a Tolone, alcuni dei quali venivano di lontanissimo; e li trovai circondati da numeroso clero e disponentisi ad andare all'incontro delle reliquie. Scorsi per primo monsignore vescovo di Châlons, che con quella precisione ed ardore militare, che del suo antico stato gli restano, già aveva indossati gli ornamenti pontificali, e aspettava mitrato e con in mano il bastone pastorale, che si desse il cenno della partenza; ma il venerabile prelato ebbe d'uopo di pazienza pari alla sua esattezza. L'arrivo delle reliquie era stato annunzialo per le due ore e già quattro ore erano scorse, e nuova alcuna non si aveva. Una immensa folla si era posta nel campo di Marle, vasta spianata che spesso presenta l'immagine della guerra, e per consueto risuona al fragore delle armi e al passo misurato del soldato, ma porgeva allora ben altro spettacolo. Alle onde del popolo essa era angusta e sopra tutte quelle teste si svolgevano le sante e pacifiche bandiere delle parrocchie della città venute in processione, le pie congregazioni delle quali circondavano in larghi cerchi l'altare, dove dovevano, tosto arrivate, esser deposte le reliquie. Appena udivansi i loro canti religiosi che nella gran voce della folta si disperdevano.

Tutto il popolo aveva gli occhi rivolti dalla parte d'Italia e l'irrequietezza e l'impazienza suscitavansi, essendo vicine le cinque ore ed il giorno stava presto a spegnersi. E allora corre al pensiero che il minimo accidente nel cammino, poteva essere cagione dell'indugio e già la folla si era commossa per ritornare, quando grida di gioia diedero cenno di due carrozze che rapidamente si avanzavano, dirigendosi al campo di Marte e presto fu visto scender da quella i vescovi di Frejus e d'Algeri, portando l'ultimo nelle sue braccia l'arca santa che chiudeva le reliquie. Ne affrettammo di recare ai prelati questa felice nuova, ma essa ci aveva preceduti e quando arrivammo alla locanda il clero ne usciva processionalmente alla volta del campo di Marte. Ma il corteggio vanamente tentò di passare le porte per uscir dalla città, ché i passi angusti erano stivati da popolo immenso, cui nullo provvedimento d'ordine o polizia conteneva, talché solo partito restò la ritirata; alla quale monsignor vescovo di Châlons, di animo non mollo volenteroso, pareva accomodarsi; ma finalmente fu gioco forza cedere alla necessità ed i vescovi si recarono alla chiesa maggiore di Santa Maria ad attendervi le reliquie.

Quanto a me, caro amico, che in questo caso non avevo a salvare la dignità del mio grado, ed era da tanta impazienza spinto alla volta delle reliquie d'Agostino, tentai di perforare l'onde stivate della folla; ma era a modo di due torrenti, uno dei quali entrava nella città, l'altro ne usciva; e s'incontravano s'urtavano alla porta d'Italia; ed ora non so capire che in quel cammino coperto e cupo di bastioni, e traversando il ponte angusto dei fossati, non accadesse nessuna disgrazia. Ho visto vecchi, donne, anche madri con in braccio i loro bambini, tutti alla cieca incastrati in quei passi pericolosi, talché è certo miracolo il non avere avuto da piangere nessun funesto accidente di persona o soffocata o calpestata. Senza molto porre mente a tutti questi gravi pericoli, presi il filo della corrente che usciva dalla città e fortunatamente mi trovai portato al campo di Marte, non lontano dall'altare dove posava la cassa. Mi fu dato allora di contemplare e venerare la prima volta l'insigne reliquia che la chiesa di Pavia aveva ceduta a quella d'Ippona, ed era il braccio destro d'Agostino, quel braccio che aveva sì alto e con tanta fermezza portato lo scettro dell'ingegno e dell'ortodossia, in uno dei più grandi secoli della Chiesa; quel braccio che ancora oggi, e sempre, sarà uno dei più saldi sostegni della Chiesa; quel braccio che aveva abbattuto i manichei, i donatisti, gli ariani, Pelagio, Celestio, Giuliano, e che, morto ancora, pur minacciava e valeva a giungere tutti i nemici del Cristianesimo; quel braccio finalmente che sulla terra d'Africa aveva sparso tante benedizioni: seme da quattordici secoli sepolto, ma seme immortale, il quale finalmente per opera della Francia si dischiudeva. Sembravami veder quelle ossa animate, e ad un tratto levate benedire questa terra, le cui armi gloriose avevano riconquistate le contrade africane al Cristianesimo ed alla civiltà; poiché la Francia restituendo ad Agostino la sua cuna e la sua tomba diventava patria di lui [1].

Il mio cuore, con fuoco d'amore, dava al grande vescovo d'Ippona i dolci nomi di padre, di fratello, di concittadino, e lacrime di gioia il mio volto inondavano. Frattanto a poco a poco la folla si sfilava per assistere al passare del corteggio; e la notte sorgeva; e la processione poté finalmente incamminarsi verso la chiesa di Santa Maria. Splendevano mille faci, e al canto dei sacerdoti, al suono delle campane, e al religioso stringersi della folla, e alla voce del popolo, che, come un immenso concerto, s'alzava, faceva tutto ciò bellissimo e consolante spettacolo. Giungendo alle porte della basilica vedemmo sei vescovi, ritti nel santuario e aspettanti con santa impazienza l'entrata della processione. Non molto dipoi le reliquie furono poste sull'altare maggiore e allora ogni prelato si fece innanzi per venerarle solennemente e dare ad Agostino il bacio fraterno. Fu primo monsignor vescovo di Frejus, beato di avere accolto cotanto ospite, e che almeno aveva voluto accompagnarlo fino ai confini della sua diocesi, e come era di dritto quella sera aveva presieduto alla prima cerimonia dell'accogliere le reliquie.

Seguì a lui monsignore arcivescovo di Bordeaux, da strettissimi legami unito alla chiesa d'Algeri, poiché monsignor Dupuch è per nascita suo diocesano, e suo figlio per la consacrazione. Il venerabile vescovo di Châlons; monsignor de Prilly, fu il terzo, il quale, serbando in un età già inoltrata tutta l'operosità e quasi tutte le forze della gioventù, non aveva temuto le fatiche di un lungo viaggio per venire a porgere ad Agostino quella testimonianza d'amore e di venerazione.

Poi venne monsignore di Mazenod. Il luogo del vescovo di Marsiglia, del vescovo antico d'lcosia, era stato precedentemente distinto in tale solennità; essendo stato quest'ultimo pure, in certo modo, successore di S. Agostino; e le rive dell'Africa e quelle della sua diocesi sono vicine, e le stesse onde le bagnano e separandole le congiungono. Vedemmo di poi procedere, uno dopo l'altro, i vescovi di Digne e di Valenza dei quali vi ho parlato.

Finalmente ultimo veniva il vescovo nominato di Nevers monsignor Dufètre, che condannato momentaneamente a non voluto riposo, per l'aspettativa delle sue bolle, aveva tostamente colto l'occasione di quel santo pellegrinaggio per alimentare in qualche modo la sua operosità ed il suo zelo.

Così fu terminata, caro amico, questa prima giornata, che aveva ripieno il mio cuore di lietissimi e caldissimi affetti, e versandoli la sera nel cuore tanto amorevole inverso di me, di chi, chiamandomi in Tolone, mi aveva dato campo di sentirli, subitamente mi fu fatta la proposta del viaggio d'Africa; precorrendo in tal modo un desiderio ormai non più vago, ma non di facile effetto. Erano presso a finire le nostre vacanze; poi a qual titolo farmi innanzi per tal viaggio? L'eccellente vescovo di Digne assunse di acconciare ogni cosa, e volle la Provvidenza che ciò che era ostacolo principale, sia diventato un mezzo. Maggiore del preveduto era il numero di coloro che si presentavano per far questo bel pellegrinaggio, e non si sapeva come a tutti dar luogo sulla nave posta in balìa del vescovo d'Algeri; ma il governo, con lodevole munificenza, ne accordò un’altra, per cui fu dato agio di trovar luogo anche ai soprannumerari come ero io; del che è venuto a darmi contezza stamani il vescovo di Digne e il mio nome è già scritto per le cure di lui sulla nota dei passeggeri.

Dunque, caro amico, senza più pensare a niente, io parto e vi prometto un racconto circostanziato della nostra santa e gloriosa spedizione; e sarò l'Alberto d'Aix di questa pacifica crociata. Voi sapete che è mia fantasia sostener contro tutti, che il vecchio cronista è una delle glorie del nostro capitolo, ma che che ne sia voi avrete la mia cronaca. Le mie lettere scritte in fretta, ora, come in questo istante, sopra una tavola in un albergo, ora in qualche banco della nostra nave se l'ondeggiamento lo consente, ora, forse chi sa ? sotto la tenda di un beduino, non potranno aver pretensioni di altro merito che di fedeltà. D'altra parte sono certo che molto vi starà a cuore un avvenimento, del quale l'animo vostro religioso quanto alto, di prima giunta comprenderà l'importanza ; e la mia narrazione, per quanto fosse informe, avrà sempre valore agli occhi vostri.

La partenza per Bona è fissata per martedì mattina. Ci viene annunziata per oggi, domenica, una grande solennità, e, se potrò, domani ve ne farò parola. Sento le campane della messa maggiore.

Addio.

 

 

 

Nota

(1)  Qualunque non sia indifferente al vantaggiarsi dell'umana civiltà terrà gloriose le armi di Francia nell'Africa, ma quanto al potersi ella dire patria di S. Agostino, specialmente come dal sig. Poujoulat è proclamato, non tutti se ne vorranno così pienamente capacitare. Il sig. Poujoulat dopo aver detto che i santi non sono di nessun paese perché la Chiesa è società universale che non conosce frontiere, dice che S. Agostino appartiene più che ad altri popoli del mondo alla Francia, perché dopo tredici secoli fu da lei conquistata l'Africa, la quale quando nacque S. Agostino da cinque secoli e mezzo era caduta in potestà di Roma; e che fosse ormai del tutto informata dalla civiltà romana lo afferma e lo prova l'autore stesso. Egli ci ha descritto Agostino agitato dalle passioni della sua patria in cui durò più che altrove ostinato il paganesimo ed un brutale sensualismo predominava, e, propizio ricettacolo alle infezioni del panteismo orientale, fu per barbarico genio sempre sconvolta da scismi e l'indole impetuosa in Tertulliano e in Cipriano stesso manifestava. Ora, Agostino, che vista in Cartagine la copia di Roma agogna all’originale, Agostino assuefatto dalla sua prima giovinezza a pensare nella lingua e ad esercitare l'ingegno nella letteratura del Lazio, Agostino che in Italia sfacendosi di manicheo in certo modo si sfa d'africano ed in Ambrogio ha modello completo della nuova persona che assume; tornato in Africa, colla mite natura e la pratica e speculativa universalità della mente, ci appare anche Apostolo della civiltà da due Rome maturata in Italia, che nel suo eloquio, raccolti tutti i frutti della sapienza pagana, parlava la nuova, verso la quale l’antica, secondo la divulgata espressione dei Padri, era naturale preparativo. Infatti Agostino, come filosofo, per via di Platone perfezionatore di Pitagora, risale alla filosofia italiana antichissima e prima.

Le quali cose facilmente saranno scorte anche solo guardando alla storia del sig. Poujoulat e toglieranno saldezza alle ragion postume su S. Agostino di una nazione il cui nome d'oggi era ignoto alle orecchie di lui, che ai suoi tempi la vide con l’Africa provincia d'Italia, la quale preparato il terreno coll'antica sua civiltà, stava tuttavia coltivandolo colla nuova; talché alla Francia signora d'Africa non restano che le rovine della patria d'Agostino, sulle quali son passate, e si posarono nuove razze e lunga barbarie, che dalla Francia sarà gloriosamente dissipata; grandiosa opera di cui meritamente ella va altera, e alla quale non è da togliersi augurio dal poco grandioso monumento eretto alla memoria del massimo Padre. Non sarà del pari così pianamente conceduto all'autore che la scuola di Descartes non sia altro che la scuola di S. Agostino (tom. III, cap. XVIII). E quanto a trovare il principio della filosofia cartesiana nei Soliloqui, sarebbe da fare, fra le altre, l'avvertenza, che sono da distinguersi le opere composte dal gran dottore mentre di pagano passava al cristiano, da quelle scritte dopo che fu assunto al vescovato, le quali ultime furono monde d'ogni sentore di semipelagianismo.

Si potrebbe, senza pure uscire dall'esposizione delle dottrine d'Agostino che fa il sig. Poujoulat, dimostrare l’ontologia di quelle in assoluta opposizione col sistema di Descartes, la cui scuola viene dall'autore invocata a riprender dominio sui pergami francesi, come la vera scuola filosofica secondo l'indole del Cristianesimo; ma non crediamo ciò di nostro dovere, e basti qui l'accennare che imprendendo l'ufficio di traduttori non intendemmo dichiararci aderenti a tutte le opinioni dell'autore; al quale non vorremmo tacere il desiderio nostro che da lui si fossero omessi i documenti che formano la quarta nota al secondo volume, nel sentimento dei quali d'altronde egli non consente. (Nota del traduttore)