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Sibour: Traslazione Reliquia di Agostino 

Immagine di Festa religiosa a Tolone

Festa religiosa a Tolone

 

 

 

LETTERA SECONDA

AL SIG. POUJOULAT SULLA TRASLAZIONE DELLA RELIQUIA DI S. AGOSTINO DA PAVIA AD IPPONA

dell'abate Sibour, VICARIO GENERALE DI DIGNE, PROFESSORE DI STORIA ECCLESIASTICA ALLA FACOLTA' TEOLOGICA D'AIX

 

 

 

Tolone, lunedì sera, 24 ottobre.

Piove dirottamente, ed io vengo, amico, a passare la serata con voi, e ne trarrò doppio vantaggio; prima per il mio cuore poi per il mio giornale. Vi devo render conto delle nostre feste d'ieri e del nostro vagare oggi, che non voglio troppo addietrarmi ai fatti. Per rimaner fedele alle mie promesse sento che bisogna togliere alla mia poltroneria ogni pretesto di mancare all'assunto. Poi, non so come si comporterà meco il mare e se avrà rispetto alle mie funzioni di annalista, poiché, per la prima volta perdo di vista la spiaggia e affronto il pericoloso piacere di un lungo tragitto, non conoscendo fino ad ora in fatto di navigazione che quella del fiume e degli stagni del paese nativo; dove per vascello ammiraglio avevamo nella nostra fanciullezza quella povera barca che avete ultimamente veduto legata al canneto del lago degli 0livi, le onde tranquille del quale bagnano le verdi campagne del mio villaggio. Non devo però scordare il recente viaggio di lungo cammino che abbiamo fatto insieme attraverso lo Stagno di Berre, che meriterebbe quasi un nome di mare come il mare di Galilea, e che divide le colline, ai piedi delle quali la Provvidenza pose le nostre due culle. Vedo anche di qui la vela latina della scialuppa, pallidamente inargentata dalla luna sorgente, quelle luci fosforiche che ad ogni colpo di remo uscivano dai flutti addormentati, quella bella stella lucente, quasi faro alla sommità della montagna, che dietro voi fuggiva, tutti quegli astri che si mostravano sulle nostre teste e che dalle acque azzurre si riflettevano. Pareva che noi sorvolassimo alla guisa delle ombre in un altro mondo e verso altri cieli: dolce memoria ancora vivissima nell'anima mia, e che tutte le grandi e religiose rimembranze cui vado incontro e sono per rendervi in carta non cancelleranno. Ieri dunque, come nella prima mia lettera ve ne davo avviso, gli uffici mattutini e vespertini sono celebrati in chiesa, intorno alle sante reliquie, con pompa inusitata. Per certo erano scorsi molti secoli dacché la cattedrale di Santa Maria non aveva veduto tanti vescovi e tanto clero assembrati nel seno di lei, che a riscontrar simil fatto sarebbe bisognato risalire il corso delle età ed arrivare fino a qualche concilio nella città di S. Cipriano. Infatti al veder tutti quei vescovi e sacerdoti ordinati in cerchio nel santuario che appena ne era capace, sarebbesi detto un concilio.

Il vescovo di Frejus ufficiava. Nelle venerabili sembianze di monsignor Michele, parevami vedere il santo pontefice del sesto secolo, il discepolo di Cesario d'Arles, lo stesso Cipriano, venendo a porger gli onori della sua basilica al gran Vescovo d'Ippona, del quale, come di maestro, fu uno dei più grandi ammiratori. Cipriano di Tolone e Cesario d'Arles furono capi, come sapete, del concilio d'0range in cui gli avanzi del pelagianismo ebbero gli ultimi colpi, ed in cui furono consacrate nella loro integrità le dottrine di Agostiuo sulla grazia. Ambedue combattevano le influenze di Lerins, poco favorevole al vescovo d'Ippona: il quale Lerins, per via di Cipriano di Marsiglia e del monachesimo orientale, donde derivava l'origine, si annetteva alquanto alle tendenze in apparenza stoiche, di Pelagio e dei suoi aderenti.

Ho letto in qualche luogo che Cesario d'Arles fu uno dei primi vescovi delle Gallie che istituirono nella loro chiesa una festa in onore di S. Agostino. Si correrebbe poco rischio di prendere un abbagli supponendo che fu imitato da Cipriano di Tolone, del quale. in ogni cosa, era modello; in modo che la festa d'oggi è forse l'anniversario di qualche solennità analoga del sesto secolo, di cui l'istoria non ha serbato memoria, ma è restata negli annali del cielo. Durante tutta questa giornata di domenica, la chiesa è stata sempre piena di fedeli accorsi a venerare le sante reliquie, che erano esposte sopra un altare laterale in una delle basse navate della chiesa. Grandissimo numero di faci ardevano intorno alla cassa e formavano un aureola di gloria e di luce, immagine pallida dello splendore dell'ingegno e degli ardori della fede d'Agostino. Dopo i vespri che furono celebrati da monsignore arcivescovo di Bordeaux, il vescovo d'Algeri ha preso la parola ed ha tentato di rendere in una corta e calda orazione improvvisa alcuno dei sentimenti onde aveva pieno il cuore. "II Signore ha fatto tutte le cose ammirando che noi vediamo, egli esclamò: A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris.

Infatti nulla di più meraviglioso che quest'Africa ad un tratto resa al Cristianesimo; questa fede la cui luce perfora sì folte tenebre d'infedeltà; le spiagge inospitali che dalla stessa barbarie traevano il nome, nuovamente visitate dalla nostra splendida civiltà; il baluardo della pirateria è rovesciato; un vescovo che porta il nome singolare di vescovo d'Algeri; la catena delle tradizioni, dopo tanti secoli, riannodata!

Le stesse ossa dei santi che trovano nuovamente la loro patria diletta; Agostino, il più illustre figlio dell'antica Chiesa africana, una delle più pure e splendide glorie della Chiesa universale, il modello dei vescovi, il maestro dei dottori, ritornante in trionfo, attraverso i mari, dopo tanto lungo esilio, a prender di nuovo possesso della sua Ippona diletta. 0 meraviglia! Come la mano di Dio visibilmente vi si dimostra ! A Domino factum est istud !»

Il prelato dipoi ha raccontato brevemente il suo viaggio da Pavia a Tolone: l'antica città lombarda, tanto beata del tesoro a lei affidato dalla pietà dei suoi re, sì superba dell'averlo fedelmente serbato per più di undici secoli, e che oggi lo divise generosamente colla nuova Chiesa africana; tutte quelle religiose popolazioni dell'Italia e della Provenza da tanti straordinari avvenimenti commosse, affrettantesi da per tutto sui passi d'Agostino e del suo successore, e convertendo il loro cammino in lungo trionfo, quelle consolanti memorie, quelle impressioni tanto recenti e vive, rianimavano l'oratore e il viso ne era infiammato e la sua voce era di colui che lagrima. Ma la sua e la nostra commozione crebbero, allorché. girando una rapida occhiata sull'avvenire della sua Chiesa: "Rallegriamoci, esclamò, questo giorno che sull'Africa sorge è per lei il più bello dei suoi giorni, ed il Signore l'ha fatto: Haec dies quam fecit Dominus; exultemus et laetemur in ea.

portiamo con noi un certo pegno di misericordia, ed appoggiati sul braccio di Agostino ritorniamo pieni di fiducia e di gioia. Per lui di nuovo sarà fecondata questa terra, che, senza il celeste soccorso, invano innaffieremmo dei nostri sudori. Sì, questa è la nostra speranza: che Dio rinnoverà per questo potente braccio d'Agostino i prodigi che lo stesso Agostino ne racconta, dei quali fu testimone e che segnalarono la traslazione in Africa di alcune ossa del primo dei martiri. Non a caso la Chiesa stamattina ne poneva sott'occhi quelle parole di pace e di speranza: Ego cogito cogitationes pacis.

Volgonsi pensieri di misericordia per l'Africa nell'eterno consiglio, e questi pensieri si manifestano nei meravigliosi avvenimenti che da dodici anni si compiono, e che dal felice avvenimento di oggi hanno corona. Affrettiamo con le nostre preghiere quest'istante segnato per la rigenerazione dell'Africa: uniamoci ad Agostino che, senza dubbio, incessantemente intercede per la conversione di quelle contrade che a lui furono sì care. Preghiamo del pari per i vescovi pontefici accorsi a questa festa e tanto degni rappresentanti della gallica Chiesa. Pregate tutti di ottenere per me, indegno successore di lui, alquanto di quella umiltà e bontà caritatevole che distinguono il primo pastore di questa diocesi.

"Alcun che della fede e della prudenza di quel prelato che ne fu padre (Monsignor arcivescovo di Bordeaux), cui tutto dobbiamo e che ora era tanto fedele alla massima adottata di congiungere in tutto la forza e la dolcezza.

«Alcun che del nobile carattere e dello zelo apostolico del pontefice che possiamo chiamare nostro predecessore (Monsignor vescovo di Marsiglia) poiché fu vescovo d'Icosia.

«Alcun che dell'insinuante dolcezza, della persuasione strascinante di quell'eloquente pontefice, che siede a lato di lui (Monsignor vescovo di Digne), e che testé ne diceva: siamo succeduti a Vincenzo e a Donnino; e dall'Africa, e forse dalle mura d'Ippona, partirono questi primi apostoli delle Alpi, e sul suolo d'Ippona vogliamo ringraziare Dio della fede cha a noi venne da questa contrada.

Alcun che pure dello zelo e dell'ardente pietà di venerandi prelati (Monsignor di Chàlons e di Valenza), cui né l'età né il lungo, cammino, né i pericoli del mare poterono fermare, trattandosi di rendere ad Agostino quest'omaggio solenne.

«Alcun che finalmente della maschia e vigorosa eloquenza del nuovo atleta che la santa unzione ancora non ha ricevuto (Monsignor Dufètre, vescovo nominato di Nevers), ma che di già con tanta gloria ha combattuto i combattimenti del signore, dell'uomo apostolico che, a quella guisa che gli antichi capitani andavano avanti la battaglia ad affilare la spada sulle tombe degli eroi, va sulle rovine d'Ippona a riempirsi della fede, dell'ardore, dello zelo infaticabile d'Agostino. »

Dopo questo discorso del quale solo intendo darvene il senso, quantunque sull'atto ne abbia raccolto anche qualche brano che mi aveva specialmente commosso, si fece una processione trionfale attraverso le vie della città. Il cielo che era minaccioso e coperto di vere nuvole, si era aperto ad un tratto all'uscire della reliquia, e parve sorridere ad Agostino. Un immenso corteggio composto di vescovi, del clero delle quattro parrocchie e di tutte le pie congregazioni di Tolone, accompagnava la cassa che da sacerdoti era portata.

Tutta la popolazione partecipante alla bella ovazione, dimostrava dappertutto sui nostri passi caldissima premura e rispetto ad un tempo. Lunghissimo fu il giro della processione, e prima che si fosse di ritorno alla chiesa, era notte; e più bello fu lo spettacolo, poiché noi si sfìlava sotto gli anditi del corso, dove già il gas spandeva la sua splendida luce, e tranquillo era il cielo e consentiva il lume alle Faci. Le case erano illuminate. I vari splendori, il sordo mormorio della folla che andava sperdendosi lontano nelle spesse ombre della notte, le voci che da più lati salivano verso il cielo, i suoni della musica militare, ma più che ogn'altra cosa, gli acconsentì ispirati dell'inno Ambrosiano, che parevano più chiari e più ardenti che mai, risonare in onor d'Agostino, del quale forse, sotto le volte della basilica di Milano, avevano celebrato la conversione, tutto il santo ardore l'anima suscitava.

Dopo il ritorno della processione e la benedizione del santo sacramento, monsignore vescovo di Fréjus volse alcune convenienti parole al suo popolo. La sua voce è ben nota nella chiesa di Santa Maria, della quale tanto tempo è stato pastore, prima di esserlo della diocesi intiera; per la qual cosa la sua parola toglieva forma di vaga semplicità e paterna amorevolezza che al cuore scendeva. Finì chiedendo preghiere pel felice viaggio dei vescovi che stavano per imbarcarsi alla volta dell'Africa. Per domattina alle ore nove è fissata la partenza della nostra santa spedizione. Tutt'oggi bisognò per assestare a bordo ogni cosa, non che preparar le due navi di cui si comporrà la nostra piccola flotta.

Profittai di questa dilazione per visitare Tolone che appena conoscevo. Non vi parlerò né del porto tanto vasto e mosso, specialmente dopo la conquista d'Algeri; né della sua bella rada, dove con cera cupa e minacciosa dormono i vascelli della nostra squadra d'0riente, da poco tempo richiamata e della politica sulle nostre spiagge incatenata; né dell'immenso arsenale, né delle sue officine di costruzione, dove lo scricchiolio de' ferri trascinati dai galeotti si mischia ai rumori de' lavoranti e penosamente offende le orecchie; né del magnifico ospedale di S. Mandriero, con gli annessi giardini, e gli echi strani, e la cappella tagliata in forma leggiadra rotonda.

Tutto ciò, meglio di me, conoscete. Tolone non è città d'arte né di commercio, ma un gran campo fortificato, in cui non sono da cercarsi altri monumenti che l'architettura militare. L'ardita fantasia di Puget non ha avuto campo a dispiegarvisi. Vidi la casa del grande architetto e la facciata del palazzo della città che pure è un suo lavoro. ll fecondo quanto robusto scalpello del Michel Angelo francese, di sole due opere notevoli di scultura ha dotato la seconda patria sua: gli Adoratori di S. Maria e le Cariatidi della Casa comune. Anguste sono le vie e le piazze della città, la quale racchiusa in doppia cintura di bastioni e di fortificazioni, affoca nello stretto recinto in cui il genio militare la tiene chiusa e sotto chiave.

Le case cui non è fatto slargarsi, ammonticchiano piani su piani, andando in cerca di libero spazio d'aria e di sole. Tolone colle sue grigie montagne coronate di cannoni, sul seno scarno delle quali serpeggia soltanto il sentiero che fa capo alle batterie, come le tracce della folgore sulla roccia improntate, ha severo aspetto che ben si addice alla sua destinazione e che a prima vista è alieno dal porgere indizi delle incantevoli vedute dei poggi e delle vicine campagne.

Supponete al certo, caro amico, che nelle nostre corse della giornata non ometteremo d'andare a visitare i due bastimenti che debbono trasportarci in Africa. Il primo, il Gassendi, è una bella corvetta a vapore, a bordo della quale staranno le reliquie ed i vescovi viaggiatori; il secondo è il Tenaro, pachebotto della corrispondenza, che porterà un'accolta d'ecclesiastici e di religiose. Il mio posto è sul Gassendi, fra il seguito di monsignor di Digne. Non è singolare circostanza il nome di Gassendi, una delle nostre principali glorie delle alpi basse  apposto ad un vascello che debbe trasportarci in Africa? Ho fatto ultimamente un pellegrinaggio al vallone di Champtercier, dove il filosofo è nato e ho visto alla punta della montagna il povero casolare dove ebbe la culla.

Nulla è cangiato dal giorno in cui Gassendi, fanciullo prima che maturasse l'ingegno, conduceva a pascere intorno al podere e sui ripidi pendici delle vicine montagne il piccolo gregge del padre, e dove, nel silenzio della solitudine, alla vista dei cieli stellati, la sua vocazione astronomica e l'inclinazione per la meditazione ed il calcolo si formava.

Non è caduto il minimo raggio della gloria di lui sul luogo oscuro che lo vide nascere, ed io non vidi colà nessuna marmorea iscrizione che ne rammentasse la memoria. Solamente un povero Mendit guardava pochi magri montoni sulle sponde degli stessi burroni, ed io mi compiaceva a guardarlo quasi immagine viva del grand'uomo.

Digne, col superbo egoismo delle capitali, si è fatto suo tutto lo splendore della gloria di Gassendi e ne ha diseredato Champtercier. Per vero dire questa fama appartiene per parecchi titoli anche a quella città, poiché il filosofo fu professore nel suo collegio e prevosto nel suo capitolo di Nostra Donna. Chi l'avrebbe detto al pastore di Champtercier che un giorno dal suo nome, tolto dai fasti delle glorie nazionali, sarebbe nomata una di queste meravigliose creazioni della scienza moderna, chiamata bastimento a vapore?

Chi avrebbe detto più tardi al rivale di Descartes, all'amico di Peyresc, che un giorno quelle coste di Barberia che non sdegnarono fare esplorare in vantaggio della scienza, sarebbero dalla Francia conquistate in vantaggio della civiltà e del Cristianesimo; e che un naviglio col nome di Gassendi porterebbe, per restituirle alla chiesa d'lppona, le venerate reliquie del maggior filosofo che la chiesa Africana, e fino la chiesa cattolica abbia prodotto?

Questa sera, tornati, fummo informati che un giornale della città, uno di quei fogliuzzi, che, per quanto appare, vivono di scandali, aveva pubblicato un articolo in cui si tentava di sparger dubbio sull'autenticità delle reliquie di S. Agostino, e per spargere scherno sulla nostra spedizione. Bisogna avere un ben tristo coraggio per affaticarsi a raffreddare un entusiasmo sì puro e sì universalmente sentito.

Soltanto uomini nudi non che d'ogni religioso sentimento , ma anche dei nobili istinti nati dal doppio amore della patria e dell'umanità, possono esser capaci di ciò senza capire nulla del grande avvenimento di cui siamo ora testimoni. Dunque si tratta oggi di un'ordinaria traslazione di reliquie, alla quale sia invitata a partecipare la sola pietà ?

Non vi è ad un tempo un gran fatto di civiltà ed un gran fatto nazionale? Un continente intiero da quattordici secoli era stato diviso dalle influenze dell'incivilimento europeo e dalle idee cristiane; e la barbarie e l'infedeltà, prima di sedere sull'Africa, avevano abbattuto pietra per pietra il vecchio edificio della doppia dominazione punica e romana, e il più giovane edificio della Chiesa cristiana; ed ogni memoria era sparita, disperse erano state le ceneri dei santi, fin le rovine pareva fossero perdute; dalla cima delle montagne Atlantiche rotto la tenda del deserto, o anche al sicuro dietro le mura del loro casbah, i Barbari insultavano l'Europa, e i loro pirati, come avvoltoi, lanciavansi fino a giungere sulle nostre spiagge a fare schiavi, infestavano il Mediterraneo e toglievano ogni sicurezza al commercio; e l'Europa vilmente soffriva tutte le crudeli ingiurie, a tale che le più potenti nazioni erano tributarie ad un pugno di ladroni; quando alfine sorge la Francia e scancella quest'onta che da tanto tempo sfregiava la fronte alla cristianità, e rende l'Africa alla civiltà e fa rifiorire su questa terra, da tanto tempo incolta e selvaggia, l'ordine, la religione, la libertà, il commercio, l'agricoltura.

Forse il sole che sull'Algeria si leva, fra non molto illuminerà coi suoi benefici raggi le tenebrose e inesplorate regioni che l'Africa centrale nasconde nel seno. Tutta Europa ciò accolse nella mente; e tutti i popoli, tranne uno forse, la cui cupidigia ed orgoglio talora fanno oltraggio al sentimento morale, hanno battuto le mani alla nostra conquista ; e la Francia sentì qual gran cosa da lei si faceva in Algerìa, e magnanimamente fu prodiga dell'oro e del sangue dei suoi figli. La pubblica opinione da mirabile istinto ispirata, accoglie lieta ogni favorevole evento al nostro stabilimento Africano; e il governo del 1830 niuna cosa ha fatto più universalmente accetta al popolo, quanto la creazione del vescovado d'Algeri.

Fino allora non avevamo apparenza che di accampati in Africa, e da quel punto apparve la nostra volontà di definitivamente ivi piantarci. Ogni giorno la croce mette profonde radici nel suolo e l'Africa non è già più una conquista ma una nostra seconda patria. Ecco dunque il momento di richiamare tutti gli esiliati da lei, e il più illustre di tutti, il gran vescovo d'Ippona, alzi la pietra della sua tomba a Pavia, e torni a prender possesso degli altari che l'Africa cristiana gli aveva innalzato. Questo ritorno è il segno più luminoso del radicare del nostro dominio, e questo è inteso dal popolo che sui nostri passi si spinge, dal popolo che ha sentimento di tutte le grandi cose e quindi cangia in trionfo gli omaggi da noi resi alle ossa sacrate. Sì, lo ripeto, è d'uopo coraggio a certi uomini per tentare d'intorbidare questa commovente ovazione, e per non vedere in questa festa che una sciocca commedia. Fortunatamente per noi, e disgraziatamente per il giornalista di Tolone, nessuna cosa è più facile a provare dell'autenticità delle reliquie d'Agostino, giacché, senza fatica, si può tener dietro alle sante spoglie dal momento in cui i discepoli d'Agostino le seppellirono piangendo nelle cripte della Basilica della Pace, fino a quello il cui noi andiamo con tanta letizia e solennità a renderne una parte alle colline d'Ippona.

La tomba di S. Agostino non parve ai fedeli asilo sicuro, dopoché furono signori i Vandali di questa città e dell'Africa intera. E' noto il furore col quale questi barbari ariani perseguitavano i cattolici e facevano opera di soffocare il loro culto, e principalmente i vescovi erano segno alla loro crudeltà; talché toccò loro per lo più o la morte o l'esilio. L'isola di Sardegna vicina all'Africa, era piena di confessori della fede, cacciati da' principi ariani, fra i quali principi, Unerico e Trasamondo si distinguevano per odio contro la vera fede. Sotto quest'ultimo, Eugenio di Cartagine e Fulgenzio di Ruspa, che in certa maniera fu in Africa l'ultimo discepolo d'Agostino, presero la via dell'esilio; Vittore di Tunisi porta a cento venti il numero de' vescovi che subirono allora lo stesso destino.

Quei santi pontefici, lasciando l'Africa devastata dalla barbarie e bruttata dall'eresia, portarono seco le venerate ossa dei loro padri nella fede, delle quali questa infelice terra non era più degna. Per tal guisa le reliquie d'Agostino giunsero in Sardegna e la città di Cagliari ricevette il prezioso deposito. Vi è qualche dubbio circa la data precisa della traslazione a Cagliari. Tillemont crede che accadesse sotto Unerico; ma gli storici antichi come Beda, Pietro 0ldrado, Paolo Diacono, e con loro il Baronio, don Ruinart ecc., pongono questa traslazione sotto Trasamondo, alla metà del sesto secolo, ed è il parere di maggior probabilità. Ma che che ne sia la traslazione degli avanzi di Agostino a Cagliari non è meno incommensurabile però, basandosi sopra gran numero di monumenti contemporanei: talché qui si può dire che le pietre stesse parlano. La capitale della Sardegna venera ancora oggi nell'antica basilica di S. Saturnino la tomba vuota dove riposarono le ossa del vescovo d'Ippona; tomba che non poté custodirle che per duecento ventitre anni, dopo i quali la Sardegna cadde nelle mani degl'infedeli che avevano conquistato l'Africa, i quali cedettero il corpo di S. Agostino, per sessantamila scudi d'oro al pio Liutprando che portava allora a Pavia la corona di ferro dei re longobardi.

Di questa terza e solenne traslazione a Pavia, abbiamo moltissimi storici la maggior parte contemporanei. Il primo, Beda, che viveva in quei tempi, e che racconta a lungo I'avvenimento nel suo liliro De sex aetatibus rmundi; poi Pietro 0ldrado, arcivescovo di Milano, da me già citato, il quale scriveva a preghiera di Carlomagno, una completa relazione della traslazione; finalmente, per pormi confini, Paolo Diacono che ne fa menzione nel sesto libro della sua istoria, De gestis langobardorum. Potrei aggiungere ancora queste testimonianze, quella del martirologio di Adone, che è del nono secolo e in tal modo si esprime: "Il venerabil corpo di Agostino, trasportato in primo luogo da Ippona in Sardegna a cagione dei barbari, è stato di recente trasportato a Pavia dal re Liutprando, che ne ha dato una gran somma. Hujus corpus venerabile primo de sua civitate propter Barbaros Sardiniam translatum nuper a Liutprando rege, dato magno praetio, Ticinis relatum."

Singolare ed importante è il testo della cronica di Beda e voglio trascrivervelo tal quale lo trovo tradotto in un mandamento di monsignore vescovo d'Algeri, che oggi mi è stato rilasciato in mano. « L'anno quinto dell'imperatore Leone l'Isaurico, Luitprando avendo saputo che i Saraceni si erano travolti sulla Sardegna, minacciando di contaminare e violare i luoghi sacri stessi, dove con tanta gloria riposavano le benedette ossa d'Agostino dal tempo della loro antica traslazione da Ippona, saccheggiata dai Vandali furori, spedì in gran fretta illustri personaggi che ad ogni costo dovevano riportare le venerabili reliquie.

"Costoro, fedeli al loro mandato, e degni messaggeri di tal principe, partirono solleciti, e infatti fecero tanto colle loro suppliche, le loro minacce e i loro fini artifici, che ottennero a prezza d'oro, quanto desideravano con tanto amore; e non guari dopo superbi di quelle sacre spoglie, scesero al lido di Genova.

« Non pertanto Luitprando, impazientissimo, da tutte parti faceva molti preparativi solenni: e subito che seppe l'esito felice, non potendo più contenere la gioia, corse all'incontro di quelle reliquie accompagnato dalla maggior parte della sua soldatesca, e da molti vescovi, preti e signori, e da popolo innumerabile e tutti a gara mandavano fuori la maggiore allegrezza possibile.

« Subito, viste da lontanissimo le sante reliquie, si prostrò colla faccia a terra, venerando per lungo tempo e nella più profonda umiltà il glorioso corpo d'Agostino, che ricevette anche con più rispetto e pietà, essendo piaciuto a Dio di segnalare nel momento stesso, in quello stesso luogo (vicino a Dortona), la presenza del suo servo con prodigi stupendi.

« La nuova del suo avvicinarsi essendosi sparsa nella felice capitale, la città di S. Siro (Pavia) ne fu tutta commossa, e con gioia ineffabile, quanti potevano camminare, uomini, donne, fanciulli, senza distinzione nessuna e ad una foga, corsero incontro, facendo rimbombare l'aria d'ogni qualità d'inni e di cantici, celebrando, cantando a vicenda le lodi di Dio e quelle del suo fedele servitore, e ringraziandolo di essersi degnato, con favore incomprensibile quanto insperato, mandar loro tanto grande tesoro e un tal pegno della sua bontà provvidenziale.

« Poi essendo tutti felicemente ritornati, le deposero con riverenza e nella maniera che fosse di maggiore onore, secondo l'uso consacrato per la sepoltura dei martiri, nel sotterraneo della basilica di S. Pietro del Cielo d'oro, fabbricata con questa pia intenzione da Luitprando, fuori delle mura della città e adornata da lui con magnificenza reale. Egli si compiaceva a ridire: Quali ornamenti di più potrebbe, per essa desiderarsi. una volta che possieda colui? »

La traslazione a Pavia accadde dunque, secondo tutti questi documenti, al principio dell'ottavo secolo. Anche qui vi è qualche piccolo dissentimento fra gli storici circa l'anno preciso, poiché gli uni dicono il 712, gli altri il 728; altri, a varie epoche fra queste due più distanti, ma ciò non importa nulla per la certezza del fatto della traslazione.

Dal momento in cui le reliquie furono poste nella cripta della basilica di s. Pietro del cielo d'oro, esse furono segno di un culto solenne che non è stato mai interrotto. Religiosi d'ordini differenti, e primi i benedettini, poi i canonici regolari e gli eremiti di S. Agostino, sono stati costantemente di guardia alla tomba, e notte e giorno, appo la Confessione, ardevano un gran numero di lampade, simbolo della preghiera che incessantemente vegliava.

I popoli vi accorrevano in folla, specialmente ad ogni anniversario della festa del santo; e grandi miracoli segnalavano sulla terra la potenza di lui e la sua valida intercessione nel cielo. Si racconta che un pozzo vicino al sepolcro, in quel giorno spandeva le sue acque profonde e inondava la chiesa sotterranea quasi a simboleggiare, per ripetere una felice espressione del vescovo di Algeri, le fortune del genio d'Agostino.

Frattanto il tesoro sepolto nella Confessione della basilica era nascosto a tutti gli sguardi, ché per accertare la conservazione di questo prezioso deposito, i sovrani pontefici avevano fatto dichiaratissime e solennissime proibizioni, non solamente di nulla staccarne ma anche di scoprirlo ed esporlo; precauzioni non inutili in un tempo in cui era d'uopo guardar le reliquie, ora contro la pia rapacità dei fedeli, ora contro le sacrileghe profanazioni dei nemici della religione.

Come io ve lo riferisco stavano le cose, quando il primo d'ottobre del 1695, essendo diventate necessarie delle riparazioni nell'interno della Confessione di S. Pietro dal Cielo d'oro, gli operai che vi lavoravano scoprirono la cassa di Agostino, dopo aver demolito un primo muro di mattoni che la nascondeva.

Tosto i lavori furono sospesi. I canonici regolari e gli eremiti guardiani che li avevano ordinati a spese comuni, s'affrettarono a portarsi ad avverare l'importante scoperta; più tardi fu nominata una Commissione dal papa Benedetto XIII per esaminare tutto di nuovo; e dopo le più severe e minute ricerche, constatò solennemente l'autenticità delle reliquie, la quale autenticità allora fu confermata da una bolla del sovrano pontefice. 0ggi le reliquie di S. Agostino riposano nella cattedrale di Pavia, ed il magnifico monumento che le racchiude è dovuto principalmente alla generosa pietà del santo vecchio che ora governa la chiesa di S. Ciro.

Ecco, caro amico, l'istoria di tutte le traslazioni delle reliquie d'Agostino che precedettero la traslazione solenne alla quale partecipiamo. Voi vedete che è pianissimo il seguitare, di stazione in stazione, questi venerabili avanzi, e se vi è qualche incertezza su data di poca importanza, sui fatti principali non ve n'è alcuna.

Quand'anche l'autenticità delle nostre reliquie non fosse sostenuta dall'apostolica autorità, irrefragabile per ogni cattolico, sarebbe pure appoggiata su tante prove e tanto positive, che non si potrebbe negare senza negare ad un tempo i fatti storici i più attestati. Spero che si troveranno qui persone che racconteranno tutto ciò al giornalista incredulo; e se non si avesse dovuto partire domani io stesso avrei assunto I'incarico. Vedete che ho assai per le mani questa storia; ma non è da ammirarsene, poiché ne ho letto oggi tutte le particolarità nel tomo VI dei Bollandisti, che percorrendo le tavolette di un mio amico di Tolone mi è caduto fra le mani. Ognuno li potrà leggere tra agio gli squarci originari che vi si trovano riportati in extenso. Quanto a me ho molto più caro in questo momento di andare a provare coi miei omaggi l'autenticità delle reliquie d'Agostino, piuttosto che farlo con una dissertazione.

Addio, caro amico. Temo che non giudicate aver io preso troppo alla lettera i miei obblighi di annalista, che non fu mai cronaca più diffusa e vagante della mia. Dopo tutte queste lunghe pagine che vi mando per discarico della mia coscienza, la vostra coscienza di lettore potrà benissimo, senza scrupolo, gettarle da banda se v'infastidiscono. E con questo, buona sera. Vado a dormire, se la folla nell'albergo che tutti questi avvenimenti sollevano, lo conserte. Domattina ne bisogna essere in piedi di buon ora, e ci si annunzia che dobbiamo prender terra a Cagliari; e se ci arrestiamo un poco in Sardegna, son capace di scrivervi e di darvi nuove della nostra partenza da Tolone e del nostro tragitto.