Percorso : HOME > Associazione > Attività > Notte al Museo > 2007

2007: una notte al museo

Agostino di Antonello da Messina (1472-1473) 
								al Museo Nazionale di Palermo

Agostino di Antonello da Messina (1472-1473)

al Museo Nazionale di Palermo

 

UNA NOTTE AL MUSEO

29 settembre 2007

 

 

A Cassago la serata dedicata ai Musei aperti in tutta Lombardia ha proposto un percorso storico-musicale teologico dal titolo:

 

I SUONI DELLO SPIRITO

 

 

La manifestazione è stata proposta dalla Associazione S. Agostino in collaborazione con la Corale Polifonica di Cassago, sabato 29 settembre 2007 alle ore 21 in chiesa parrocchiale.

In questo percorso musicale commentato da Agostino e Ambrogio all'età contemporanea sono stati presentati i canti

 

INNO DI S. AMBROGIO "AETERNE RERUM CONDITOR" (Canto ambrosiano)

UBI CARITAS ET AMOR (Canto Gregoriano)

MAGNI PATER AUGUSTINE di L. Perosi (Il De Musica di Agostino)

SIA LAUDATO SAN FRANCESCO (Canto medioevale dal Laudario di Cortona, Lauda n° 38)

SICUT CERVUS (La Polifonia Sacra, di G. P. da Palestrina)

RESTA CON NOI (La spiritualità del settecento: dalla Cantata n° 147 di J. S. Bach)

IZE' CHERUVIMI (dalla Divina Liturgia Bizantina di San Basilio)

FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME (La musica contemporanea: di C. Burgio)

 

testo della serata

 

I SUONI DELLO SPIRITO

 

a. Canto: Aeterne rerum Conditor

canto ambrosiano

1) La musica nella liturgia e nel culto

 

Non da molto tempo la Chiesa milanese aveva introdotto questa pratica consolante e incoraggiante, di cantare affratellati, all'unisono delle voci e dei cuori, con grande fervore. Era passato un anno esatto, o non molto più, da quando Giustina, madre del giovane imperatore Valentiniano, aveva cominciato a perseguitare il tuo campione Ambrogio, istigata dall'eresia in cui l'avevano sedotta gli ariani. Vigilava la folla dei fedeli ogni notte in chiesa, pronta a morire con il suo vescovo, il tuo servo. Là mia madre, ancella tua, che per il suo zelo era in prima fila nelle veglie, viveva di preghiere. Noi stessi, sebbene freddi ancora del calore del tuo spirito, ci sentivamo tuttavia eccitati dall'ansia attonita della città. Fu allora, che s'incominciò a cantare inni e salmi secondo l'uso delle regioni orientali, per evitare che il popolo deperisse nella noia e nella mestizia, innovazione che fu conservata da allora a tutt'oggi e imitata da molti, anzi ormai da quasi tutti i greggi dei tuoi fedeli nelle altre parti dell'orbe. […] Eppure allora, benché tanto alitasse il profumo dei tuoi unguenti, non correvamo dietro a te. Di qui il moltiplicarsi delle mie lacrime durante il canto dei tuoi inni. Un tempo avevo sospirato verso di te; finalmente respiravo la poca aria che circola in una capanna d'erba. [...] In quei giorni non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano. Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene.

Agostino, Confessioni 9, 7, 15-16, passim

 

Milano, 386 d.C. L'imperatrice Giustina, fautrice dichiarata dell'arianesimo, vuole costringere il vescovo Ambrogio a cederle una basilica cristiana da destinare al culto degli eretici. Subito scoppia lo scontro: da un lato i cattolici, raccolti intorno al vescovo Ambrogio, dall'altra l'imperatrice e gli ariani, che dalla loro possono contare le armi dell'esercito imperiale. Per evitare che i soldati occupino la basilica contesa, i cattolici si barricano al suo interno, e lì trascorrono le notti, in attesa che la situazione si sistemi. Le parole di Agostino evocano dal passato queste ore: uomini e donne stretti insieme da un'unica fede, mentre cantano gli inni sacri che il vescovo ha insegnato loro. Proprio attraverso la musica si sentono rincuorati, trovano il coraggio per resistere ad un avversario ben più grande, ben più forte. Per queste donne, per questi uomini il canto è prima di tutto una pratica, capace di abbattere le barriere tra gli individui e di avvicinare gli uomini e le donne come fratelli e sorelle. In un mondo in cui si impara presto a diffidare delle parole altrui, in cui voce e cuore sono spesso scisse, nel canto si supera questa scissione e si realizza l'unità armoniosa non solo delle voci e dei cuori, che scioglie l'uomo dalle pastoie dell'egoismo, e dell'isolamento e lo unisce realmente ai suoi simili nell'unico corpo ecclesiale. In un mondo buio e freddo, ostile e spietato, il canto, proiettando verso Dio i fedeli, uniti nella pratica e nell'amore, offre consolazione nella tristezza ed infonde il coraggio per continuare a vivere. Lo stesso Agostino, che pure ancora non si è convertito al cristianesimo, scopre sulla propria pelle la forza e la bellezza dei suoni dello spirito: commosso, nell'ascolto di quei suoni piange e, nel pianto, sente che le sue sofferenze, le angosce ed i dubbi che negli ultimi tempi hanno travagliato la sua vita ed hanno minato la sua salute si sciolgono e svaniscono.

 

 

b. Canto: Ubi Caritas canto gregoriano

 

2) La Creazione: armonia e musica

 

A. Perciò questo verso che ci siamo proposto come esempio: Deus creator omnium, è molto gradito non solo all'udito per il suono ritmico ma anche all'anima per la razionalità e verità del pensiero. Potrebbe turbarti però la pigrizia mentale, per parlare con indulgenza, di coloro i quali affermano che non si può produrre l'essere dal nulla, sebbene è detto nella Scrittura che Dio onnipotente l'ha fatto. Ma l'artigiano con i ritmi razionali propri della sua arte può produrre i ritmi sensibili propri della sua tecnica, inoltre con i ritmi sensibili può produrre i ritmi in formazione con cui muove le membra nell'agire e ai quali competono già lunghezze di tempo, e infine può costruire dal legno forme visibili disposte razionalmente nello spazio. E la natura, che obbedisce agli ordini di Dio, non potrebbe produrre il legno stesso dalla terra e dagli altri elementi ed egli gli stessi elementi primi senza che preesistessero? È necessario anzi che un muoversi ordinato nel tempo preceda il disporsi ordinato dell'albero nello spazio. Agostino, nato e cresciuto in una cittadina di provincia, doveva senz'altro aver avuto modo di scorgere un artigiano, un falegname o un vasaio, al lavoro: i movimenti sciolti ed energici, sicuri e precisi di chi ha dimestichezza con il proprio lavoro, mai un gesto sprecato, mai un movimento inutile, ma ogni azione volta a plasmare un oggetto, a costruire, a creare dall'informe una nuova forma. Nell'atto creativo, ogni gesto si fonde con gli altri, pur restando distinto nel suo scopo e nella sua precisione, in una danza armonica e misurata. L'oggetto, costruito e plasmato in questa danza, sembra ancora recare con sé lo stampo dell'armonia con la quale e dalla quale è stato creato. Leggendo i testi dei platonici, in cui Dio è definito come un demiurgo, un artigiano che nella materia preesistente immette le forme eterne e perfette, e meditando sul Dio cristiano, che crea il mondo dalla "materia" del nulla, quest'immagine doveva essere ben presente al vescovo d'Ippona. Guardandosi intorno, Agostino scopre di vivere in un universo in cui ogni cosa, ogni pianta, ogni animale mostra l'armonia segreta che Dio vi ha immesso. La sequenza ordinata dei cicli naturali, i movimenti degli animali ed i gesti degli uomini, tutto gli parla di un mondo che è anche una vasta, immensa sinfonia, in cui ogni istante è una battuta, una parte irripetibile, bellissima ed unica di un'armonia ancora più meravigliosa. Ed anche lui, anche Agostino stesso è ordine e dunque armonia e dunque musica, che fa parte di questa armonia. E benché il peccato di Adamo l'abbia reso dissonante, scopre che Dio sa ricavare una nuova, infinita ed infinitamente cangiante armonia anche dalla sua dissonanza.

 

B. E la natura, che obbedisce agli ordini di Dio, non potrebbe produrre il legno stesso dalla terra e dagli altri elementi ed egli gli stessi elementi primi senza che preesistessero? È necessario anzi che un muoversi ordinato nel tempo preceda il disporsi ordinato dell'albero nello spazio. Infatti ogni genere di piante in determinate quantità di tempo, a seconda del seme, attecchisce, germoglia, spunta fuori, mette le foglie, si irrobustisce e produce o il frutto o di nuovo la vigoria del seme in un misterioso avvicendarsi di ritmi. A più forte ragione ciò avviene per i corpi degli animali, in cui la disposizione delle membra offre allo sguardo assai di più una ritmica proporzione. "In principio, quando Dio creò i cieli e la terra,la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio Disse: ‘Sia la luce!'. E la luce fu."

Così inizia, nel libro del Genesi, il grandioso racconto della creazione del mondo. Al momento della creazione, la terra è descritta come un luogo senza forma, senza dimensioni, senza vera identità. Se tutto ciò che esiste, in quanto esiste, è caratterizzato da una forma definita, che, identificandolo ed isolandolo, lo distingua da quanto lo circonda, la terra, la sede che in futuro accoglierà ed ospiterà la vita è ora priva anche della forma di un luogo - ed è, come tale, un non-luogo, l'impossibilità stessa di ospitare, o di essere sede di alcunché. In questo non-luogo regna il deserto, la superficie arida, la distesa brulla e spietata di sabbia che il popolo ebraico conosceva bene. Per un popolo nomade, sempre alla ricerca di luoghi dove nutrire il bestiame, il deserto è e la più grande delle minacce, l'incubo in cui si spera di non cadere. Il deserto è più di un periodo di siccità, è la siccità stessa. Se non piove, il nomade può sperare che il domani porti la pioggia. Il deserto, invece, uccide ogni speranza, è l'assenza della speranza. Nel deserto non solo la vita non nasce, ma non può neppure nascere: il deserto è l'impossibilità che nasca la vita, la negazione della possibilità stessa della vita. In questo deserto informe e terribile non vi è neppure luce. Manca, nel non-luogo che la terra ancora è, persino l'elemento naturale che permette di distinguere le forme, di stabilire i confini, di definire e delineare i contorni. Se la luce porta con sé conforto e calore, se la luce dissolve i terrori della notte, la sua assenza rappresenta la desolazione più totale, il gelo che nega la vita, il buio che schiaccia gli animi nell'angoscia della disperazione. Anche le acque hanno il volto di una distesa gelida, inospitale, crudele. L'immagine dello spirito di Dio, che nel silenzio aleggia sulle acque dell'abisso, rende ancora più fredda e terribile la scena: il soffio che dà la vita è presente, ma ancora lontano dal mondo. Vi aleggia sopra, ma non lo tocca. Tutto è sospeso in questo istante che non è un istante, in questo mondo buio e freddo e senza vita che non è un mondo, ma un non-luogo. Anche in questo non-luogo, tuttavia, resta una speranza.

Lo spirito di Dio è la promessa, impalpabile ma presente e forte, della genesi della vita. Questo vento, che aleggia sulle acque, porta con sé la speranza di una forma, di un ordine, di una luce che scacci le tenebre. Nel silenzio del deserto, improvvisa suona la Parola di Dio - ed è così che ha inizio il mondo, ed insieme ad esso il tempo. La voce di Dio pone in essere la luce,la possibilità stessa che esistano forme e dimensioni e distinzioni, ed insieme genera il tempo, che porta con sé il mutamento e dunque la diversità della vita che sempre e di nuovo nasce, cresce, si trasforma. Con il fiat divino si spezza l'immobilità di un a-temporale privo di forma, di colore, di vita ed appaiono la possibilità, la vita, il molteplice, la speranza. Questa Parola non è però solo suono, che per la prima volta spezza il silenzio della non-esistenza e lo cancella - ma è anche Parola attiva, una realtà carica di dinamismo e di potenza che è prima di tutto azione che porta dal nulla all'essere. Così, ogni volta che Dio parla, la realtà prende nuova forma, acquista contorni sempre più solidi ed armoniosi. Nel racconto del Genesi, la Creazione è anche creazione di ordine: il caos della non-vita, dell'impossibilità diventa il cosmo della vita, dell'unità articolata in molteplicità armonica, la cacofonia è ordinata in melodia.

 

 

c. Canto: Magni Pater Augustini inedito di L. Perosi

 

3) L'Uomo e la musica - il canto di Adamo prima del peccato

A. Cantate al Signore un cantico nuovo; cantate al Signore, voi, terra tutta! Se tutta la terra canta un cantico nuovo, mentre canta viene sorgendo l'edificio. Lo stesso cantare anzi è un costruire, purché non si canti il cantico vecchio. Il cantico vecchio lo canta la cupidigia carnale; il cantico nuovo lo canta la carità divina. Se canti mosso da cupidigia, qualunque cosa canti il tuo canto è vecchio. Risuonassero pure sulla tua bocca le parole del cantico nuovo, se tu sei peccatore non è bella la lode sulle tue labbra. È meglio essere rinnovati e tacere anziché cantare rimanendo ancora vecchi. Se infatti tu sei divenuto un uomo nuovo, il tuo tacere non permette, è vero, che la tua voce giunga agli orecchi degli uomini, ma il tuo cuore eleva interiormente il cantico nuovo, che giunge all'orecchio di Dio che ti ha rinnovato. Tu ami e, anche se stai zitto, l'amore è già una voce che sale a Dio. L'amore è il cantico nuovo. Ascolta come esso sia il nuovo cantico. Lo dice il Signore: Io vi do un comando nuovo: quello di amarvi a vicenda. Orbene, tutta la terra canta il cantico nuovo e in questo modo si viene costruendo la casa; per cui tutta la terra è casa di Dio. Se tutta la terra è casa di Dio, chi non è in comunione con tutta la terra è un ammasso di rovine, non è una casa. È un rudere antico, ben simboleggiato da quel tempio dell'antichità, abbattuto perché era vecchio e perché al suo posto potesse sorgere quello nuovo.

Agostino, Enarrationes in Psalmos, S. 95, 1.

 

B. Prima della trasgressione, infatti, quando era ancora innocente, Adamo aveva in comune con gli angeli la voce per cantare le lodi: questi la possiedono per la loro stessa natura spirituale, che prende il suo nome dallo stesso spirito divino […]Adamo, nella cui voce prima del peccato c'era il suono di ogni armonia e la dolcezza di tutta l'arte della musica, fu formato dal dito di Dio, ossia dallo Spirito Santo. In quello stato originario la voce di Adamo era così forte e sonora, che la fragilità umana non sarebbe in alcun modo in grado di sopportarla. […] Adamo perse queste affinità con le voci angeliche che aveva nel Paradiso quando si fece ingannare dal diavolo, e si oppose per consiglio di questi alla volontà del suo Creatore. Per colpa della sua iniquità, fu avvolto allora dalle tenebre dell'ignoranza interiore: fu come se avesse dormito profondamente per tutto i tempo in cui aveva posseduto la scienza e ora, svegliandosi, fosse pieno di dubbi e insicuro delle cose che aveva visto nei sogni.

Ildegarda di Bingen, Lettera ai prelati di Magonza

 

Quando viene creato, anche Adamo partecipa di questa armonia, anch'egli è inserito in quest'ordine. Come signore e guardiano del creato, anzi, l'uomo è specchio dell'armonia che ha posto in essere il creato: è fatto ad immagine e somiglianza del Dio creatore ed ordinatore, sapiente compositore dell'armonia del mondo. In lui, immagine del Creatore, somigliante al Creatore, echeggia il riflesso dell'armonia che è il creato, in lui è presente nella sua pienezza quella possibilità di vita che è condizione e radice di tutto ciò che esiste. Per questo motivo, il peccato dei progenitori si profila come la rottura dell'armonia: disobbedendo a Dio, Adamo ed Eva scelgono volontariamente di rinnegare la musica, preferiscono l'unità cacofonica e dissonante di singole note isolate alla grandiosa armonia corale della creazione. Da questo giunge ad Adamo il dolore per la sua esistenza.

 

 

d. Canto: San Francesco dal Laudario di Cortona, Laude n. 38

 

4) Monachesimo e musica

 

A. Dio, che con la luce della verità riserva le anime degli eletti alla primitiva beatitudine, aveva già deciso di rinnovare di quando in quando con l'infusione dello spirito profetico molti cuori, quanto più poteva: questo avrebbe in parte sopperito alla mancanza di quella illuminazione interiore che Adamo possedeva prima di essere giustamente punito per la sua trasgressione.

 

B. I santi profeti, istruiti dallo stesso spirito dal quale erano ispirati, composero non soltanto salmi e canti, da cantare per accendere la devozione dei fedeli, ma inventarono anche diversi strumenti musicali per arricchire i canti con suoni svariati e ciò affinché gli uomini si rammentassero della dolce lode della quale Adamo prima della caduta gioiva insieme con gli angeli, invece che del suo esilio, e anche per inviare l'umanità a questa dolce lode. Questo lo fecero in modo che gli stessi ascoltatori sollecitati e allenati, come abbiamo già detto, da aspetti esteriori (dalle forme e dalle qualità musicali degli stessi strumenti, come anche dal significato delle parole che venivano recitate) fossero istruiti su realtà interiori.

 

C. Uomini volenterosi e sapienti, imitando i santi profeti, con arte umana inventarono alcuni generi di melodie per poter cantare secondo il piacere dell'anima e adattarono i loro canti ai movimenti delle dita [...]. Talvolta gli uomini ascolano un canto, sospirano e gemono, ed è come se si rammentassero della natura della celeste armonia dell'anima: ecco perché il profeta considerando e comprendendo la natura sinfonica dell'anima, esorta nel salmo a dimostrare la nostra fede in Dio con la cetra e a cantare a Lui sul salterio a dieci corde, stabilendo un'analogia fra il suono grave della cetra e la disciplina del corpo, fra il suono acuto del salterio e l'intenzione dello spirito, fra le dieci corde e l'obbedienza al Decalogo.

Ildegarda di Bingen, Lettera ai prelati di Magonza

 

E' notte fonda. Nel cielo, la luna è appena tramontata e le stelle sono velate da una sottile coltre di nubi. Nel cuore della notte le campagne sono nere e buie, l'aria è gelida e tagliente. Uomini e bestie sono ancora abbandonati nell'abbraccio silenzioso del sonno. Lontano, forse, è possibile udire l'ululato di un lupo, il grido di un rapace notturno. I boschi attorno al monastero sono uno scricchiolio di rami secchi e storti, appena intravisti nell'ombra. Nelle ore prima dell'alba, il monastero prende improvvisamente vita. I corridoi, il chiostro si riempiono dello scalpiccio dei monaci. Decine di figure incappucciate e chine si affrettano verso la chiesa, scosse da brividi di freddo. Neppure una parola viene pronunciata. Tutto avviene nel silenzio, perché è al silenzio che questi uomini si sono votati. Eppure proprio a questi uomini silenziosi spetta annunziare la luce che ritorna nel mondo, alla fine della notte. Nato nel VI secolo dall'esperienza ascetica, eremitica, prima, e poi monastica di Benedetto da Norcia, il monachesimo benedettino si diffonde ben presto in tutti i territori dell'Europa occidentale. In un'epoca di caos politico e civile, in un'epoca in cui è più facile morire che vivere, la via del monaco sa dare all'individuo un nuovo posto all'interno della società: chi cerca rifugio nel monastero si ritira dal mondo dell'odio, delle false ambizioni e della violenza per dedicarsi ad una vita di preghiera - ma la sua preghiera è votata alla salvezza di tutti gli uomini. Secondo l'insegnamento evangelico, il monaco rinuncia a se stesso e si dona totalmente a Dio.

Per questo motivo, la regola che Benedetto ha scritto per i suoi seguaci contiene continui richiami all'obbedienza e all'umiltà: il monaco deve diventare libero del proprio io per potersi conformare pienamente alla volontà divina.. Per raggiungere questa completa conformità alla volontà divina, al monaco viene mostrata una "scala dell'umiltà", i cui gradini deve percorrere ad uno ad uno nella sua ascesa spirituale. Ad ogni gradino corrisponde una ben definita virtù morale, ma i diversi gradini sono disposti in modo tale che il superiore sussume in sé i precedenti, in un percorso concentrico mirante al perfetto amore di Dio. Al centro dei gradi dell'umiltà, tuttavia, si pone un'unica virtù, indispensabile per percorrere la via ascetica: la virtù dell'ascolto. La stessa Regula Sancti Benedicti si apre con un invito a coltivare la virtù dell'ascolto: "Ascolta, figlio, i precetti del maestro". La religione ebraica era religione dell'ascolto, fondata sulla parola che Dio aveva detto ad Abramo, a Mosé ed ai suoi profeti - tanto che la più importante preghiera ebraica è un invito all'ascolto: "Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno". Anche la religione cristiana è religione della parola, parola predicata da Cristo e dai Suoi apostoli ed affidata alla pagina dei Vangeli.

Di fronte alla parola, dunque, il monaco deve porsi in silenzioso ascolto, deve far tacere la propria voce e tendere l'orecchio all'insegnamento che, tramite le pagine dei testi sacri, gli giunge da un lontano passato. Nel silenzio, il monaco annulla se stesso, cancella la propria presenza, in modo che in lui riverberi la Parola di Dio. Ponendosi in ascolto della Parola, il monaco supera le barriere del tempo e dello spazio, che lo separano dall'esistenza storica del Dio fatto uomo, e cerca la Via e la Verità che sono Vita e che lo condurranno all'eterna beatitudine divina.

Alla base dell'ascolto, tuttavia, si pone il silenzio. Solo quando la cacofonia delle voci umane tace, solo quando la lingua riposa e la mente si distoglie dai vuoti discorsi curiosi, solo allora è possibile sentire, lontano e confuso, il richiamo della voce di Dio. Nell'ascolto, il monaco scopre che le parole umane sono in realtà la via verso verità invisibili, inesprimibili nel limitato linguaggio degli uomini, che le contiene e di cui sono rivestite come di un involucro. La realtà divina è ben al di là delle possibilità di comprensione e di espressione dell'uomo. Rispetto alla grandezza ed allo splendore della Parola divina che è Dio e Cristo, la voce dell'uomo è solo "rumore", parola che "incomincia" e "finisce". Nel buio delle ore che precedono l'alba, i monaci si raccolgono all'interno della chiesa, in paziente attesa, in paziente ascolto. L'aria si carica di tensione, di aspettativa, di attesa. La notte dell'uomo dell'alto medioevo è un mondo liminale, misterioso e terrificante. Nelle ore più buie l'aria è percorsa da spiriti e demoni e dai loro servi umani; nelle tenebre l'ordine che ha mantiene in essere il mondo sembra sfaldarsi, e tutte le certezze svaniscono. Solo l'alba porterà il sollievo di un mondo ordinato, la certezza della bontà e dell'amore di Dio. Prestando orecchio alle Scritture, il monaco scopre che Dio ha creato il mondo attraverso la Sua Parola, rompendo il nulla del silenzio.

Così, quando scocca l'ora del Mattutino, anche il monaco rompe il nulla del silenzio che egli è diventato nell'ascesi, e la sua voce si apre al canto: "Signore, tu aprirai le mie labbra, e la mia bocca annunzierà la tua lode". Nel silenzio dell'alba, e poi ancora nelle ore canoniche della giornata, il monaco canta le lodi di Dio, e così cantando riflette e compie l'opera del suo Creatore. All'alba, nel silenzio di un mondo caotico che ancora dorme e sogna i suoi incubi, il canto del monaco spezza l'assedio dell'assenza e riflette l'opera con cui Dio, all'inizio dei tempi, ha creato il cosmo. Per i boschi, le valli e i monti assopiti echeggiano le voci armoniose dei monaci - e sembra allora che per un istante il mondo riacquisti l'armonia perduta e ritorni ad essere un cosmo.

Nella spiritualità monastica, la musica riveste un ruolo preponderante. Il canto dei monaci, che prende il nome di Gregoriano da quel Gregorio Magno che molti ritengono ne sia stato l'inventore e l'ordinatore, è fondato sulla voce umana. E' la voce dell'uomo che, sola, senza altri mezzi meccanici, diventa strumento di musica e di armonia. Quella voce che, con la caduta dei progenitori, prima, e con la moltiplicazione delle lingue a Babele, poi, era diventata disarmonica e dissonante, recupera nel canto sacro la pristina armonia e riconcilia l'uomo con il suo Creatore. Nel canto, l'individuo si scopre parte di un ordine, di un'armonia più vasta di uomini e donne che, come lui, stanno cantando all'unisono. La frattura tra uomo e uomo, tra uomo e donna, tra uomo e mondo e tra uomo e Dio che il peccato di Adamo aveva introdotto nel mondo, con il canto viene rinsaldata. Per quanto la ritrovata unità sia solo temporanea ed imperfetta, essa è preludio ed annuncio dell'unità che verrà ristabilita alla fine dei tempi.

 

 

e. Canto: Sicut Cervus di G. P. Palestrina (Polifonia sacra)

 

5) Gli strumenti musicali: significato simbolico e psicagogico

 

A. Alleluia.

Lodate il Signore nel suo santuario,

lodatelo nel firmamento della sua potenza.

Lodatelo per i suoi prodigi,

lodatelo nella sua immensa grandezza.

Lodatelo con squilli di tromba,

lodatelo con arpa e cetra;

lodatelo con timpani e danze,

lodatelo sulle corde e sui flauti.

Lodatelo con cembali sonori,

lodatelo con cembali squillanti;

ogni vivente dia lode al Signore.

Alleluia.

 

B. In queste parole aspetti esteriori ci insegnano verità che riguardano la realtà interiore: la struttura materiale degli strumenti e le loro diverse qualità musicali ci dicono come dobbiamo finalizzare le azioni del nostro essere interiore per volgerle soprattutto a lode del Creatore. Se ci applichiamo a queste arti con cura possiamo recuperare il modo in cui l'uomo cercò la voce dello Spirito vivente, che Adamo aveva perso con la sua disobbedienza. Tutto quanto il mondo, tutto quanto il cosmo è melodia ed armonia ordinata. Nell'ordine su cui l'armonia si struttura, ogni cosa, ogni qualità si lega e si intreccia alle altre, in un rimando continuo si corrispondenze in cui, secondo l'ordine divino, tutto è legato a tutto in una fitta rete di corrispondenze. Posto all'interno di questa rete, Agostino scruta, indaga, investiga le corrispondenze, e scopre così, nella diversità degli strumenti musicali, un profondo insegnamento morale.

 

 f. Canto: Resta con Noi Cantata n. 147 di J. S. Bach

 

1 VOCE C. Lodatelo al suono della tromba, per l'insuperabile sonorità della lode. Lodatelo sul salterio e sulla cetra. Il salterio è chi loda Dio muovendo dall'alto, la cetra chi loda Dio muovendo dal basso: quasi a dirci che chi ha fatto il cielo e la terra dev'essere lodato dalle creature celesti e da quelle terrestri. In un altro salmo infatti abbiamo esposto come il salterio ha nella parte più alta quel legno sonoro sul quale poggia la serie delle corde per rendere migliore il suono. Lo stesso legno è, nella cetra, dalla parte più bassa. [v 4.] Lodatelo nel timpano e nel coro. Il timpano loda Dio in quanto nella carne trasformata non c'è più ormai alcuna miseria derivante dalla corruzione terrena. Il timpano infatti si fabbrica con pelli essiccate e tese robustamente. Il coro loda Dio quando lo loda una società in pace. Lodatelo con le corde e con l'organo. Hanno le corde tanto il salterio quanto la cetra, già sopra ricordati.

 

2 VOCE Quanto all'organo, è un nome generico per indicare tutti gli oggetti producenti armonia, sebbene ormai sia invalsa la consuetudine di chiamare propriamente organo lo strumento che si gonfia con mantici. Tuttavia, io non penso che qui si tratti di questo specifico strumento. In effetti, la parola " organo " è greca, come ho già detto, e si applica genericamente a tutti gli strumenti musicali. L'organo che va a mantice i greci lo chiamano con vocabolo diverso, e chiamarlo senz'altro "organo" è piuttosto un'usanza latina e popolare. Dove pertanto dice: Con le corde e con l'organo, io ritengo che egli abbia voluto intendere uno strumento fornito di corde.

 

1 VOCE Non sono infatti solo il salterio e la cetra ad avere le corde; ma, siccome nel salterio e nella cetra a motivo del suono che esce dal basso e dall'alto è stato trovato qualcosa che quadra bene con questa distinzione, qui attraverso la menzione delle corde in se stesse ci si invita a cercare qualche altro significato. Anche le corde infatti son carne, ma ormai esente da corruzione. Alle corde poi ha aggiunto l'organo, forse per dirci che esse non debbono suonare isolatamente, ma, nonostante la diversità, produrre un accordo perfettamente armonioso, come quando sono disposte nell'organo. Questo, perché anche di là i santi saranno diversi gli uni dagli altri, ma tutti saranno in armonia, non in disaccordo: saranno cioè tutti d'un unico sentire, non di diversi sentimenti. Si avrà così un soavissimo concerto, risultante di numerosi suoni diversi ma non contrastanti fra loro. Una stella infatti differisce in splendore dall'altra, così sarà pure della resurrezione dei morti. [vv 5.6.]

 

2 VOCE Lodatelo nei cembali armoniosi, lodatelo nei cembali del giubilo. I cembali per suonare devono urtarsi l'uno con l'altro, e per questo motivo da certuni sono stati paragonati alle nostre labbra. Ma suppongo che sia meglio intendere la cosa in quest'altra maniera: si loda Dio con i cembali quando uno riceve l'onore da un altro, non ne va a caccia da sé, e così i due, onorandosi scambievolmente, lodano Dio. Quanto all'aggiunta: Nei cembali del giubilo, penso vi sia stata posta per impedire che si intendessero i cembali che suonano senza avere l'anima. In effetti il giubilo, cioè la lode inesprimibile, non nasce se non dall'anima. Né giudico opportuno passare sotto silenzio quanto ci dicono gli esperti di musica (tanto più che si tratta d'una cosa di per sé nota), e cioè che tre sono i tipi di suono: della voce, degli strumenti a fiato, degli strumenti a percussione. Il suono vocale si produce attraverso il palato e le corde vocali dell'uomo che canta, senza l'uso di alcuno strumento. Il suono a fiato è quello dato, ad esempio, dal flauto o da strumenti similari. Il suono a percussione è quello prodotto, ad esempio, dalla cetra o da simili strumenti.

 

1 VOCE Nessuno di questi tre tipi di suono è stato omesso dal salmo: si ha infatti la voce nel coro, lo strumento a fiato nella tromba, quello a percussione nella cetra. Sembra quasi un'allusione alla mente, allo spirito e al corpo: naturalmente in un linguaggio non proprio ma figurato. Aveva detto peraltro in apertura: Lodate il Signore nei suoi santi 41; ma a chi dice queste parole se non ai santi stessi? e in chi lo loderanno come Dio se non in se stessi? Dice: Voi dunque, o santi di Dio, siete il suo vigore, ma perché egli l'ha prodotto in voi; voi siete i suoi poteri sovrani e l'abbondanza della sua grandezza, perché ciò egli ha operato e mostrato in voi. Voi siete la tromba, il salterio, la cetra, il timpano, il coro, le corde e l'organo, e i cembali del giubilo che emettono bei suoni, che cioè suonano armoniosamente. Voi siete tutte queste cose.

 

 

g. Canto: Izhe Cherubim Inno dei Cherubini dalla Divina Liturgia Bizantina di San Basilio

 

6) Musica: la Via verso Dio

 

La ragione ha voluto elevarsi alla beatificante visione del mondo ideale. Ma per non precipitare dall'alto cercò gli scalini e si costruì lo stesso procedimento di ascensione nel dominio già acquisito. Desiderava la bellezza da potere intuire direttamente e svelatamente senza la mediazione degli occhi. Ne era impedita dai sensi. Quindi volse per un po' lo sguardo ad essi che, affermando di possedere la verità, la ritraevano con importuno strepito mentre si accingeva a passare avanti. Cominciò dall'udito poiché esso affermava che le parole gli appartengono. Per esse aveva già creato la grammatica, la dialettica e la rettorica. Ma lei, nel suo grande potere di discriminare, si accorse subito della differenza esistente fra il suono e ciò di cui esso è segno. Comprese che è di competenza dell'udito soltanto il suono e che esso è triplice: quello della voce articolata, quello prodotto da strumenti a fiato e quello prodotto da strumenti a percussione. Al primo si assegnano i tragici, i comici, cori del genere e tutti coloro che comunque cantano con la voce umana; il secondo è attribuito ai flauti e strumenti del genere; nel terzo si includono le cetre, le lire, i cembali e ogni strumento che si rende sonoro con la percussione.

Agostino, De Ordine 2, 14-15

 

Come molti romani della sua epoca, Agostino era profondamente innamorato del mondo che i suoi sensi gli testimoniavano: i suoi scritti sono pieni di riferimenti ai colori, ai suoni, ai profumi del mondo naturale, dei campi, dei boschi e dei monti dell'Italia e dell'Africa. La conversione al cristianesimo non poteva certo mutare questo amore - anzi, la consapevolezza che attraverso le bellezze del mondo si poteva intuire l'opera del Creatore doveva renderlo più saldo e radicato. Il mondo rende testimonianza dell'opera di Dio, e chi non riconosce questa ovvietà è, nelle parole dell'apostolo, "inescusabile". L'ascolto della musica, però, può molto di più: in piedi tra i fedeli nella basilica milanese, ascoltando gli inni cantati dalla comunità ambrosiana, Agostino sente un nodo sciogliersi dentro di sé, sente emozioni nascoste nel profondo dell'anima venire in superficie e tramutarsi in lacrime purificatrici. Nel canto di lode il cuore è pervaso di gioia e l'anima si trova impercettibilmente condotta verso Dio. All'inizio è la bellezza dei suoni che attrae Agostino. La melodia, così familiare ma così esotica, risveglia il suo interesse. Può darsi che questo interesse sia anche professionale: Agostino è un retore, anzi il retore di corte, e deve tenersi aggiornato.

In Ambrogio trova senz'altro chi sappia risvegliare il suo interesse. Negli inni e nei canti ambrosiani l'insegnante di retorica studia il ritmo, l'armoniosa disposizione di suoni che crea la melodia, il fluire ininterrotto di parole e l'alternarsi di suono e silenzio. Nella musica, strettamente legata alla parola, ammira la capacità di commuovere, di avvincere a sé i cuori degli ascoltatori. A poco a poco, tuttavia, qualcosa di diverso accade: attraverso la musica ed il ritmo, è il significato delle parole a toccare il giovane Agostino, a spingerlo a riflettere. Il contenuto del canto sacro, prima ascoltato solo distrattamente, inizia ad infiltrarsi nell'animo del retore africano, prima inavvertitamente, quasi di soppiatto, poi come un'onda travolgente, che non può essere ignorata, e che cambierà per sempre la vita del giovane di Tagaste. Nell'esperienza del canto, tuttavia, Agostino trova anche dell'altro. I suoni sensibili sono esterni a lui, li avverte con l'udito nel mondo - eppure risvegliano qualcosa che è sepolto nel profondo della sua interiorità. La bellezza del suono dipende (il retore lo sa bene, è il suo mestiere!) dall'armonia e dall'ordine della composizione - eppure questa armonia, quest'ordine, insiti nei suoni prodotti esternamente, fisicamente, possono essere colti solo grazie alla ragione, che attraverso il suono li riconosce e dal suono li estrae e li contempla.

La musica, dunque, porta Agostino a piegarsi nella propria interiorità, lo porta a ricercare in se stesso quel che i dati sensibili hanno risvegliato. Il viaggio interiore comincia proprio nell'esperienza sensibile, allorché in questa esperienza si riscontrano elementi che oltrepassano la sfera dei sensi. Il suono risveglia le emozioni e purifica l'anima - e l'anima deve scrutare se stessa, è spinta ad osservare ciò che la musica ha risvegliato. L'armonia del canto commuove e provoca ammirazione - ed allora ragione e sentimento sono entrambi spinti a trascendere la bellezza del suono fisico ed a ricercare quell'armonia superiore di cui risuona l'anima. Il rientrare in se stesso, infatti, porta alla sorprendente scoperta che anche l'anima è musica, a volte melodia armoniosa ed ordinata, spesso cacofonia dissonante a causa del disordine portato dal peccato. L'ascolto del canto muove l'anima perché nell'armonia esteriore l'individuo ritrova l'armonia interiore perduta. Attraverso l'ascolto, l'interiorità dissonante può ritrovare il proprio ordine, la propria proporzione, il proprio equilibrio - la propria forma originaria. Nella musica dell'anima, il suono meraviglioso ed ineffabile prodotto dalla perfetta armonia tra le facoltà dell'uomo, si ritrova l'impronta dell'opera creatrice di Dio. Così, per gradi, la musica, con la sua bellezza sensibile, porta ad un progressivo ripiegamento sull'interiorità. Nell'ascolto, l'anima pian piano si libera dalle rappresentazioni materiali, si perde nel puro suono e si scopre essa stessa puro suono, e può così giungere alla contemplazione di Colui che è l'artefice della piccola sinfonia, che essa è, e della grande sinfonia cosmica, di cui anch'essa fa parte: Dio.

 

h. Fate questo in memoria di me di C. Burgio