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le confessioni di sant'agostino

 Sant'Agostino scrive le sue opere

Agostino

 

 

LIBRO SECONDO

 

 

[A SEDICI ANNI]

1.1. Voglio ricordare le passate brutture e le devastazioni inflitte dalla carne all'anima: non perché io le ami ma per amare te, Dio mio. È per amore del tuo amore che lo faccio, e ripercorro le vie della mia infamia nell'amarezza di questo ricordo: perché tu possa addolcirmela, dolcezza senza inganno, tu felice dolcezza senza angosce. Che mi raccogli dalla dispersione e ricomponi i mille pezzi in cui mi sono frantumato, quando volgendo le spalle all'uno - a te - sono svanito nel molteplice. Vi fu un tempo, l'adolescenza, in cui bruciavo dalla voglia di provare le cose più basse, e fino in fondo: e mi lasciai pullulare una selva di ombrosi amori, e la mia bella forma ne fu devastata e qualcosa marcì dentro di me ai tuoi occhi, mentre a me stesso piacevo e volevo piacere agli occhi degli uomini.

 

[Gli amori dell'adolescenza]

2.2. Niente mi deliziava quanto amare ed essere amato. Ma non ne mantenevo la misura, da anima ad anima, il luminoso limite dell'amicizia. Come una nebbia saliva dal limo del desiderio sensuale e dagli umori della pubertà e mi oscurava, mi offuscava il cuore, fino a che il chiaro cielo dell'affetto si confondeva alla foschia dell'erotismo. E tutt'e due m'accendevano dentro un solo incendio e cacciavano allo sbaraglio improvviso delle passioni quella incerta età e la sprofondavano in un pozzo di vergogna. La tua collera era cresciuta sopra di me, e non me ne accorgevo. Mi lasciavo assordare dallo stridore di catena della mia mortalità, pena per l'orgoglio dell'anima, e andavo via più lontano da te che mi lasciavi andare, ed ero agitato e traboccante e colavo fuori ribollendo di voglie, e tu tacevi. Mia tardiva allegrezza! Tacevi allora, e io lontano da te sempre più mi perdevo in mille e mille sterili semi di dolori, superbo nell'abiezione e nella fatica inquieto.

 

2. 3. Nessuno avrebbe potuto porre un limite alla mia affannosa tristezza e volgere a buon uso le fugaci bellezze delle infime cose, e indicare una meta al piacere che mi davano, fino a che i marosi della mia età si frangessero sulla spiaggia del matrimonio, se non potevano placarsi e contenersi entro i limiti della procreazione di figli. Come prescrive la tua legge, Signore che plasmi perfino la propaggine della nostra morte, tu che puoi temperare con mano leggera le spine che nel tuo paradiso non c'erano. Perché non è lontana da noi la tua onnipotenza, anche quando siamo lontani da te. Fossi stato più lucido! Avrei certo avvertito il tuono delle tue nubi: Costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele, e: È bene per l'uomo non toccare donna! E: Chi è senza moglie pensa alle cose di Dio, e a piacere a Dio; ma chi è vincolato dal matrimonio pensa alle cose del mondo, e a piacere alla moglie. Sì, fossi stato più lucido avrei prestato ascolto a queste voci, e una volta castrato per amore del regno dei cieli più felice mi sarebbe stata l'attesa dei tuoi abbracci.

 

2. 4. Infelice: invece ruppi gli argini, abbandonandomi a quel mio impeto fluviale, e ti lasciai e oltrepassai tutti i limiti della tua legge e non scampai al tuo staffile - e chi vi scampa fra i mortali? Tu eri sempre là, con feroce tenerezza, a tormentarmi, a cospargere di amarezza e disgusto tutte le mie allegrie di seduttore, perché cercassi l'allegria che non disgusta. E ci fossi riuscito, là niente avrei trovato all'infuori di te, Signore, di te che mascheri di dolore la legge e ci colpisci per guarirci e ci uccidi per non lasciarci morire lontano da te. Dov'ero, in quale esilio lontano dalle dolcezze della tua casa, in quel sedicesimo anno d'età della mia carne? Fu allora che si impadronì di me (e io mi ero consegnato con le mani legate) una frenesia di piacere amoroso, disonore dell'uomo quando è sfrenato, illecito per le tue leggi. I miei non si curarono di arginare col matrimonio quel fiume in piena che ero: la loro unica preoccupazione era che imparassi a comporre i discorsi migliori e a persuadere con l'arte oratoria.

 

[Interruzione degli studi]

3.5. E proprio quell'anno i miei studi erano stati interrotti. Ero stato richiamato da Madaura, vicina città dove già mi ero trasferito per studiare letteratura e retorica, e ora si tentava di trovare il denaro per un mio soggiorno molto più lontano, a Cartagine. E questo era più consono all'ambizione che ai mezzi di mio padre, assai modesto cittadino di Tagaste. A chi racconto tutto questo? No, non a te, Dio mio, ma alla tua presenza io lo racconto al genere umano, al genere che è mio, per quanto piccola sia la parte di esso che si imbatterà in queste mie pagine. E a che scopo? Perché io stesso e chiunque mi legge consideriamo da che profondità debba levarsi a te il nostro grido. Eppure che cos'è più vicino al tuo orecchio di un cuore che ti riconosce, di un vivere di fede? Allora non c'era nessuno che non approvasse incondizionatamente un uomo come mio padre, che per mantenere agli studi lontano da casa il figlio non badava a spendere al di là delle sue possibilità patrimoniali. Molti concittadini assai più ricchi si guardavano bene dall'affrontare per i loro figli un impegno del genere. E intanto quello stesso padre non si preoccupava di come io crescessi ai tuoi occhi, o di quanto fossi casto, purché fossi un coltivato oratore - cioè del tutto incolto nelle cose tue, Dio che sei l'unico, vero e buon padrone del tuo campo, del mio cuore.

 

3. 6. Ma quando - ero appunto nel sedicesimo anno - dovetti interrompere la scuola per queste ragioni familiari, e nell'intermezzo di vacanza tornai a stare coi miei genitori, altissimi mi crebbero i rovi della libidine, tanto che ne fui soverchiato: e non c'era mano che li sradicasse. Anzi mio padre, una volta che, ai bagni, si accorse guardandomi che ero già in piena pubertà, con tutti i segni di un'adolescenza inquieta, preso da una specie di esaltazione all'idea dei futuri nipoti, lo fece notare a mia madre: ed era pieno di gioia, di quella sbornia di gioia in cui questo mondo s'è dimenticato di te, del suo creatore, e s'è innamorato delle tue creature, ubriaco di un vino invisibile: la sua volontà perversa, incline a ciò che è più basso. Però nel cuore di mia madre tu avevi già gettato le fondamenta del tuo tempio, della tua sacra dimora: mentre lui era soltanto un catecumeno, e per di più di fresca data. Fu un duro colpo per lei, che fu presa da trepidazione e religioso timore: benché ancora non fossi battezzato paventava le vie tortuose in cui cammina chi volge a te la schiena e non la faccia.

 

3. 7. Infelice! E oso dire che tu tacevi, Dio mio, mentre mi allontanavo da te? Tacevi davvero, allora, per me? E di chi erano se non tue le parole che mi cantavi nelle orecchie per bocca di mia madre, a te fedele? Ma non mi scendevano in cuore, nemmeno una ci arrivava per tradursi in fatti. Lei voleva che io rinunciassi agli amorazzi - e mi ricordo l'ansia enorme con cui mi ammoniva in segreto - soprattutto di guardarmi dall'adulterio con qualunque donna sposata. E a me parevano consigli da donne, che mi sarei vergognato di seguire. E invece erano i tuoi, e io non lo sapevo e credevo che tu tacessi e che a parlare fosse solo lei, quella di cui tu ti servivi per non tacere: e in lei io disprezzavo te, io, sì, suo figlio, figlio della tua ancella, servo tuo. Ma lo ignoravo e correvo a precipizio, talmente cieco da vergognarmi di esser meno svergognato dei miei coetanei. Li stavo a sentire mentre si vantavano dei loro vizi e più erano brutti più se ne gloriavano, e quel che piaceva era fare non solo per il piacere del fatto, ma anche per il prestigio che ne conseguiva. Che cosa meriterebbe di esser biasimato più del vizio? Ma io diventavo più vizioso per non essere biasimato, e quando per difetto di colpe non arrivavo alla pari coi peggiori, mi inventavo azioni che non avevo commesso, per paura di apparire tanto più meschino quanto meno ero colpevole, e di esser giudicato tanto più vile quanto più ero casto.

 

3. 8. Erano questi i miei compagni di vagabondaggio per le piazze di Babilonia: e io mi rotolavo in quel fango come fosse un balsamo o un profumo prezioso. E per incollarmi ancora più tenacemente al suo ombelico mi cavalcava l'avversario invisibile e mi seduceva - e facilmente mi lasciavo sedurre. Perché perfino lei che era già fuggita dal centro di Babilonia, e però si attardava ancora alla sua periferia, dico la madre della mia carne, mi aveva sì raccomandato il pudore, ma poi non si preoccupava abbastanza della cosa che da suo marito era venuta a sapere di me: e se non poteva eliminarla tagliando nel vivo, arginarla nei limiti di un affetto coniugale le pareva fin d'allora devastante e pericoloso per il mio futuro. Non se ne preoccupò perché temeva che l'impaccio di una moglie potesse frustrare le mie speranze. Non la speranza della vita futura, che mia madre riponeva in te, ma quelle degli studi letterari, che entrambi i genitori erano troppo desiderosi di vedermi portare a compimento: lui, perché su di te non nutriva alcun pensiero o quasi, e su di me solo pensieri fatui; lei, perché riteneva che l'educazione letteraria tradizionale non solo non sarebbe stata un ostacolo, ma anzi in qualche misura un aiuto, nel mio cammino verso di te. Questa è almeno la congettura che posso avanzare, in questo tentativo di richiamare alla mente il carattere dei miei genitori. E mi allentavano anche le briglie ai divertimenti, ben oltre il tenore di una severità moderata, fino a dare via libera a tutta la varietà delle mie passioni. E su tutte le cose gravava una foschia che mi precludeva il cielo sereno della tua verità, mio Dio. E come dal grasso mi spuntava l'occhio della malignità.

 

[Il furto di pere]

4.9. Certamente la tua legge punisce il furto, Signore, e così la legge scritta nel cuore degli uomini, che neppure la loro ingiustizia può cancellare. Non a caso non c'è ladro che si lasci derubare senza batter ciglio! Neppure se è ricco e l'altro ruba per sfamarsi. E io volli commettere un furto, e lo commisi senza essere in miseria: o forse sì, povero com'ero di giustizia, che avevo a noia, e straricco di iniquità. Rubai quello che avevo in abbondanza e di qualità molto migliore, e del resto non era per goderne che volevo rubarlo, ma per il furto stesso, per il peccato. C'era un pero nelle vicinanze della nostra vigna, carico di frutti non particolarmente invitanti all'aspetto o al sapore. Era una notte fosca, e noi giovani banditi avevamo tirato così in lungo i nostri scherzi per le strade, secondo un'abitudine infame: e ce ne andammo a scuotere la pianta per portare via le pere. Ce ne caricammo addosso una quantità enorme, e non per farne una abbuffata noi, ma per gettarle ai porci - e se anche ne assaggiammo qualcuna fu solo per il gusto della cosa proibita. Ecco il mio cuore, Dio, ecco il cuore che in fondo all'abisso ha suscitato la tua pietà. E questo cuore ora ti deve dire che cosa andava cercando laggiù: volevo fare una cattiveria gratuita, senza avere altra ragione d'essere malvagio che la malvagità. Era brutta, e l'ho amata: ho amato la mia morte, il venire a mancare - e non l'oggetto di questa mancanza, no, ma la mia mancanza stessa ho amato, anima vergognosa che si schioda dal tuo fondamento per annientarsi, e non per qualche bruttura particolare, ma per il suo desiderio del brutto.

 

5.10. I corpi belli, l'oro e l'argento e tutte le cose colpiscono per l'aspetto visibile; nel tatto ciò che conta di più è la proporzione, e a ciascuno degli altri sensi corrisponde un particolare aspetto dei corpi. Anche il prestigio temporale e il potere e il prevalere hanno un loro pregio, da cui nasce anche la voglia di vendetta: tuttavia nel perseguire tutti questi beni non c'è bisogno di uscire da te, Signore, né di trasgredire la tua legge. E la vita che viviamo qui ha un suo fascino, dovuto a una certa misura di dignità e di accordo con tutte queste bellezze inferiori. E anche l'amicizia degli uomini è dolce nel suo caro nodo che stringe molte anime in una. Per tutte queste cose, o altre del genere, si commette peccato soltanto se una immoderata inclinazione verso di esse induce ad abbandonare per loro, che sono beni infimi, i migliori o i supremi. Cioè te, nostro Signore e Dio, e la tua verità e la tua legge. Anche le cose più basse hanno le loro attrattive, ma non come il mio Dio che di tutte è l'autore, perché in lui trova il suo piacere il giusto, ed è lui la delizia dei puri di cuore.

 

5. 11. Quando si cerca il movente di un delitto, di solito non si resta convinti finché non viene in luce la possibilità almeno che si tratti del desiderio di uno di quei beni che abbiamo definito inferiori, o la paura di perderlo. Sono pur sempre cose belle e degne, ancorché spregevoli e basse di fronte a quelle fonti di beatitudine che sono i beni superiori. Uno ha ammazzato un uomo. Perché l'ha fatto? Desiderava sua moglie o il suo podere, o voleva procurarsi di che vivere con una rapina, o temeva di perdere una di queste cose per colpa della vittima, o si è lasciato infiammare dal desiderio di vendicarsi di un'offesa. Avrebbe mai ammazzato un uomo senza una ragione, per il puro piacere dell'omicidio? E chi potrebbe crederlo? Di un uomo crudele fino alla pazzia è stato scritto che era malvagio e crudele in modo gratuito: ma perfino in questo caso viene data una ragione, subito prima: perché, diceva, non gli si intorpidisse la mano o la mente, nell'ozio. E anche questo, a che scopo? Perché? È evidente: quell'allenamento ai delitti gli serviva per impadronirsi di Roma, ottenere cariche pubbliche, potere e ricchezze; per liberarsi dal timore delle leggi e dai problemi derivanti dalla povertà della sua famiglia e dal rimorso per i delitti compiuti. In conclusione, perfino Catilina non amava i propri delitti, ma un'altra cosa: il fine per cui li perpetrava.

 

[Un gesto gratuito]

6.12. E a me, infelice, cosa piaceva in te, mio furto, notturna bravata dei miei sedici anni? Non eri bello, dato che eri un furto. Ma sei qualcosa tu, perché io ti rivolga la parola? Erano belli i frutti che rubammo perché erano creature tue, bellissimo fra tutte le cose, loro autore, Dio buono, Dio sommo bene e mio bene vero; erano belli quei frutti, ma non erano la cosa desiderata da quest'anima miserabile. Perché io ne avevo in abbondanza di migliori, ma colsi proprio quelli, soltanto per rubare. E infatti una volta che li ebbi colti li gettai per abbuffarmi soltanto della mia ingiustizia, che mi dava un grande piacere. E se qualcuno di quei frutti mi finì sotto i denti, era la brutta azione che gli faceva da condimento. E ora, mio Signore e Dio, io mi chiedo che cosa mi piacesse tanto in quel furto, e non ci vedo un'ombra di bellezza: non dico di quella che si trova nella giustizia e nella saggezza, ma neppure di quella che sta nella mente dell'uomo e nella sua memoria, nei suoi sensi e nella vita vegetativa. Non un'ombra: non lo splendido rango delle stelle, non la bellezza della terra e del mare folti di vite in potenza, nella vicenda di nascite e morti; neppure, infine, quella bellezza evanescente e umbratile che è il fascino ingannevole dei vizi.

 

[La perversa imitazione di Dio]

6. 13. In fondo, l'orgoglio è un omaggio alla grandezza, quando tu solo sei l'eccelso Dio al di sopra del tutto. E l'ambizione che cosa cerca se non onori e gloria, quando a te solo fra tutte le cose sono dovuti onori e gloria eterna? E la ferocia dei potenti vuol essere temuta: ma di chi è che bisogna aver timore se non del solo Dio? Al suo potere chi è che può strapparsi o comunque sottrarsi, quando, dove, da chi, per fuggir dove? E le carezze degli amanti vogliono farsi amare: ma non c'è carezza più lieve del tuo amore e non c'è passione più salutare di quella per la tua verità, lucente e bella sopra ogni altra cosa. E la curiosità si atteggia a brama di conoscenza, quando il conoscitore massimo di tutto sei tu. Perfino l'ignoranza e l'idiozia si coprono col nome di semplicità e innocenza, perché nulla c'è di più semplice di te. E nulla di più innocente, se sono le azioni dei malvagi a rivoltarsi contro di loro. E l'ignavia è una sorta di aspirazione alla quiete: ma c'è una quiete certa come Dio? Il lusso poi si fa chiamare soddisfazione e abbondanza: ma sei tu la pienezza e ricchezza senza fine di un indistruttibile benessere. Lo sperpero si nasconde all'ombra della generosità: ma sei tu il più abbondante dispensatore di ogni bene. L'avidità vuol molto possedere: e tu possiedi tutto. L'invidia contende il primato: e cosa è migliore di te? L'ira cerca vendetta: chi nella vendetta è più giusto di te? La paura si sgomenta d'ogni insolita e repentina minaccia all'integrità delle cose amate: e cerca nella prevenzione la sua sicurezza. E cosa c'è di insolito per te? Di repentino? Chi può togliere a te quello che ami? Dove se non da te è la vera sicurezza? La tristezza si strugge per le cose perdute che lusingavano il desiderio, perché vorrebbe che nulla le si potesse strappare, come a te.

 

6. 14. Ed è così che l'anima tradisce, quando ti volta le spalle per cercare fuori di te qualcosa che non trova puro e limpido se non tornando a te. Ti scimmiottano tutti, quelli che si allontanano da te e ti si levano contro. Ma anche scimmiottandoti mostrano che sei tu il creatore di ogni genere di cose, e che perciò non c'è luogo a sfuggirti. Che cosa mi piaceva in quel mio furto dunque, e in che cosa imitai, sia pure colpevolmente e a rovescio, il mio Signore? Forse prendevo gusto a violare la tua legge almeno con la frode, visto che con la forza non potevo? Per imitare, prigioniero com'ero, una azzoppata libertà facendo impunemente una cosa proibita, buia caricatura d'onnipotenza? Eccolo qui lo schiavo fuggitivo, che lasciò il suo padrone e trovò l'ombra. O putredine, bestia mostruosa della vita, profondità della morte. È possibile che mi attirasse una cosa proibita, solo perché proibita, e niente altro?

 

7.15. Come ricambierò il Signore del fatto che la mia memoria rievoca tutto questo senza che l'anima se ne sgomenti? Io saprò amarti Signore, e ringraziarti e riconoscere il tuo nome, perché mi hai perdonato azioni tanto malvagie e brutte. Lo debbo alla tua grazia e alla tua compassione, che tu abbia sciolto il ghiaccio dei miei peccati. Alla tua grazia debbo anche il male che non ho fatto: perché cosa non avrei potuto fare io che ho amato persino la colpa gratuita? Eppure sento che tutto è stato perdonato, il male che spontaneamente ho fatto e quello che mi hai indotto a non commettere. E poi qual è quell'uomo che considerando la propria incostanza osa attribuire alle proprie forze la propria castità e incolpevolezza ? Per poi amarti di meno, quasi gli fosse stata meno necessaria la compassione con cui condoni i peccati a chi si ti si rivolge. E allora se qualcuno ha udito il tuo richiamo e ha seguito la tua voce e ha evitato il male di cui legge in queste pagine il mio ricordo e la mia confessione, non voglia ridere di me: ero malato e fui guarito da quel medico stesso cui deve di non essersi ammalato, o forse d'essersi ammalato meno. E voglia amarti altrettanto, anzi di più, vedendo me liberato da tanta malinconia di colpe in grazia di colui che non volle ne fosse egli stesso avviluppato.

 

[Complicità di gruppo]

8.16. Povero me: che frutto raccolsi allora dalle cose che ora mi fanno arrossire a ricordarle? E soprattutto, dico, da quel furto: commesso per amore del furto e per nient'altro, dunque per niente, niente essendo il furto, così da farmi più povero ancora. Eppure non l'avrei fatto da solo - se ricordo l'animo mio di allora - da solo non l'avrei compiuto affatto. Dunque era anche la complicità dei miei compagni d'avventura ad attrarmi. Dunque non è vero che era il furto in se stesso a piacermi, e nient'altro. Ma sì invece: nient'altro, perché anche quella complicità non era niente. Già, che cos'è in realtà? Che cosa sia può insegnarmelo solo colui che illumina il mio cuore e discerne le sue ombre. Che significa questo, che mi viene in mente di indagare e discutere e valutare quel fatto? Se allora fossi stato attratto dai frutti che rubai, e avessi desiderato di godermeli, avrei potuto compiere anche da solo quell'ingiustizia - ammesso che uno solo bastasse - e arrivare così a cavarmene la voglia, senza star lì a sfregarci le coscienze per infiammare il mio prurito di arraffare. Ma siccome non era in quei frutti, il mio piacere era solo nella colpa, e a suscitarlo era la complicità.

 

9.17. Che stato d'animo era quello? Il meno che si possa dire è che era brutto: guai a me che lo provavo. Ma pure in che cosa consisteva? I peccati chi li capisce? Un riso ci solleticava il cuore all'idea di far torto a della gente che non se l'aspettava proprio da parte nostra, e si sarebbe infuriata. Perché allora mi divertiva tanto non farlo da solo? Forse perché non è facile ridere da soli? Non è facile, eppure capita anche a singole persone quando sono sole e nessun altro è presente, di scoppiare a ridere se vedono o gli viene in mente qualcosa di irresistibilmente comico. Però io non l'avrei fatto da solo, da solo no, assolutamente. Eccolo davanti a te, mio Dio, il vivido ricordo di quest'anima. Da solo non l'avrei compiuto, quel furto commesso non per la cosa rubata, ma per il piacere di rubare: a farlo da solo non c'era nessun gusto, e non lo avrei mai fatto. Inimicissima amicizia, inspiegabile seduzione della mente, ansia di male nata dal gioco e dallo scherzo e desiderio di far danno agli altri senza frenesia di guadagno o di vendetta, quando qualcuno dice "andiamo, facciamo", e si ha pudore a non essere impudenti.

 

10.18. Chi scioglierà questo groviglio tanto intricato e attorto? È brutto: non voglio più rivolgergli il pensiero, non voglio più vederlo. Te voglio, innocenza e giustizia, bella e preziosa di nobili luci, di sazietà insaziabile. Da te c'è grande quiete, e vita ignara d'ogni turbamento. Chi entra in te, entra nella gioia del suo Signore e non avrà più paura e si troverà sovranamente bene nel bene sovrano. Come acqua mi sono dissipato, scorrendo via da te e ho errato per tutta la mia adolescenza, Dio mio, troppo lontano dalla tua immobilità. E sono divenuto a me stesso un paese di miseria.