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PITTORI: Maestro tirolese

San Pietro e sant'Agostino con il bambino sulla spiaggia

San Pietro e sant'Agostino con il bambino sulla spiaggia

 

 

MAESTRO TIROLESE

1490

Berlino, Bode Museum

 

San Pietro e sant'Agostino con il bambino sulla spiaggia

 

 

 

Questa pala a due ante proviene dal Tirolo ed Ŕ stata realizzata con legno di pino. Le due ante sono legate fra loro e si possono richiudere, il che fa pensare che costituissero una struttura di una pi¨ complessa pala d'altare oppure che fossero ante richiudibili di un organo. Sulla anta di sinistra Ŕ raffigurato san Pietro ritto in piedi con nella mano sinistra una grossa chiave, suo specifico attributo che ne fa il custode del Paradiso cristiano. Nella mano destra regge invece un grosso libro aperto. Il volto del santo Ŕ circondato da una aureola che esalta il suo aspetto calvo, dai lineamenti ben definiti, con un ciuffo di capelli sulla fronte e una barba che gli copre le guance. San Pietro Ŕ scalzo, con i piedi appoggiati su un pavimento geometrico che viene riprodotto anche nell'altra anta, dove il protagonista Ŕ Agostino.

Il santo ha un volto pi¨ giovanile, ben rasato, con un piccolo neo che lo rende ancor pi¨ verosimile. In testa porta la mitra episcopale con un'aureola che la circonda. Con la mano sinistra regge il bastone pastorale di legno, intensamente cesellato e lavorato con maestria. Con la mano destra invece punto l'indice su un Bambino che giocherella ai suoi piedi con una buca, attorno a cui si vedono delle conchiglie.

E' un riferimento simbolico alla TrinitÓ e al suo desiderio di conoscerne il mistero.

Questa leggenda Ŕ stata studiata da L. Pillion in La LÚgende de s. JÚrome in Gazette des Beaux-Arts del 1908. L'episodio che godrÓ di molta fortuna nella iconografia agostiniana riprende un testo della Lettera apocrifa a Cirillo che avrebbe scritto lo stesso Agostino. In un passo Agostino ricorda una rivelazione divina con queste parole: "Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum ?".

Questa leggenda si troverebbe forse giÓ nel XIII secolo, sotto forma di exemplum, in uno scritto di Cesare d'Heisterbach (cfr. H. I. Marrou, Saint Augustin et l'ange, une lÚgende mÚdioÚvale, in l'Homme devant Dieu, MÚlanges offerts au P. de Lubac, II, 1964, 137-149).

Questa leggenda sulla TrinitÓ soppiant˛ ben presto la leggenda della Vedova che trattava dello stesso argomento della TrinitÓ. L'origine di questa tematica iconografica non proverrebbe dunque dalla agiografia medioevale quanto piuttosto dalla predicazione. P. Antonio Iturbe Saýz ha a sua volta proposto una possibile ricostruzione della sua origine: nel secolo XIII si scrivevano "exempla" per i predicatori e in uno di questi apparve questa leggenda applicata a un professore di scolastica di Parigi con un fine chiaramente morale: criticare la alterigia e la superbia dei teologi.

Ma come poi tutto ci˛ fu collegato ad Agostino ? Due possono essere le spiegazioni: primo che necessitava un protagonista alla storia stessa e Agostino era l'uomo adatto in quanto era considerato un sommo teologo. La seconda spiegazione sta nella diffusione del testo di un apocrifo in cui san Gerolamo (come Ŕ stato anticipato all'inizio) discute con Agostino sulle capacitÓ umane di comprendere il mistero divino. In ogni caso la prima volta che si incontra questa leggenda applicata ad Agostino corre nell'anno 1263. In margine va ricordata la disputa sul luogo dove si sarebbe svolto l'incontro tra Agostino e Ges¨ Bambino: sulla spiaggia di Civitavecchia o di Ippona ? Gli Eremitani e i Canonici si batterono a lungo sul tema, soprattutto perchÚ ciascuno sosteneva che Agostino era stato il vero fondatore del loro Ordine religioso.

 

L'episodio descritto in questa leggenda Ŕ abbastanza noto: Agostino, grande indagatore del problema del Bene e del Male, un giorno passeggiava per una spiaggia quando incontr˛ un bambino-angelo che con un secchiello prendeva dell'acqua di mare e la versava in una piccola cavitÓ nella sabbia. Alla domanda del Santo su che cosa stesse facendo, il bambino avrebbe risposto che voleva porre tutto il mare dentro quel buco. Quando il Santo gli fece notare che ci˛ era impossibile, il bambino avrebbe replicato che cosý come non era possibile versare tutto il mare dentro la buca allo stesso modo era impossibile che i misteri di Dio e della SS. TrinitÓ entrassero nella sua piccola testa di uomo.

Ci˛ detto sparý, lasciando il grande filosofo nell'angoscia pi¨ completa. Secondo il parere di alcuni studiosi di parabole e leggende la narrazione potrebbe essere considerata un sogno effettivamente fantasticato dal Santo. Altri aggiungono che forse il colloquio non si sarebbe svolto esattamente come Ŕ stato raccontato, perchÚ, prima di sparire, il Santo aveva potuto a sua volta replicare che la risposta non lo convinceva, in quanto - avrebbe obiettato - il mare e i misteri di Dio sono due realtÓ assai diverse. Pur impossibile, sarebbe stato teoricamente verosimile immaginare il versamento del mare in una buca e allora allo stesso modo si sarebbe potuto supporre che i misteri divini avrebbero potuto entrare in un cervello umano adatto allo scopo e se l'uomo non aveva ricevuto una mente con tali qualitÓ la colpa sarebbe da imputare a Dio, che non aveva appunto voluto che i suoi misteri fossero concepiti dall'uomo, per lasciarlo nell'ignoranza e nel dubbio pi¨ atroci.

"PerchÚ Dio non vuole essere capito?" avrebbe domandato il Santo al pargolo divenuto improvvisamente pensieroso. "Te lo dimostro subito" rispose il bambino dopo un momento di perplessitÓ e cosý, mentre parlava, con il secchiello divenuto improvvisamente grandissimo e mostruoso, in un sol colpo raccolse l'acqua del mare, prosciugandolo, e la pose nella buca, che si allarg˛ a dismisura fino ad inghiottire il mondo. A quella vista il Santo si svegli˛ con le lacrime agli occhi e capý.