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PITTORI: Maestro di S. Verecondo

Madonna col Bambino, S. Agostino e S. Verecondo

Madonna col Bambino, S. Agostino e S. Verecondo

 

MAESTRO DI SAN VERECONDO

1420-1440

Fabriano, Pinacoteca Civica

 

Madonna col Bambino, Sant'Agostino e San Verecondo

 

 

 

Questa tempera su tavola cuspidata, forma di trittico, è attribuita al cosiddetto Maestro di San Verecondo, pittore attivo nelle Marche e a Gualdo Tadino a cavallo tra il Trecento ed il Quattrocento. Il suo stile riflette in pieno i caratteri della scuola fabrianese. L'opera, attualmente ospitato presso la Civica Pinacoteca di Fabriano, proviene dall'Eremo di San Verecondo.

Il Maestro vi ha dipinto una Madonna col Bambino assieme ai santi Agostino e Verecondo.

A Matelica il Maestro di S. Verecondo dipinse lo stendardo di matrice francescana, raffigurante S. Francesco con le stimmate e dall'altro lato il monogramma bernardiniano IHS.

Nella tavola tricuspidata Agostino viene raffigurato nella sua dignità episcopale con in mano un libro. Si nota tuttavia con grande evidenza il manto nero della cocolla dei monaci agostiniani e la cintura che contraddistingue i frati di quest'Ordine.

 

A san Verecondo è dedicata una abbazia lungo la strada che conduce a Perugia, a una decina di km da Gubbio. In questa località già nel secondo o terzo decennio del Duecento era attiva una fiorente comunità religiosa di benedettini. La cripta e la parte più antica della chiesa, tra cui la facciata, sono anteriori all'XI secolo. Nel corso dei secoli vi furono molti rimaneggiamenti della chiesa e dell'abbazia. In questa chiesa si trova la tomba di san Verecondo de Spissis, un giovane cavaliere francese del V secolo. Convertitosi al cristianesimo, durante una delle sue "missioni" nel contado di Gubbio, Verecondo fu lapidato ed ucciso da due pagani presso il fiumicello Turreno nei pressi di Vallingegno. In questo luogo si soffermò per diversi giorni san Francesco, dopo essere stato maltrattato e gettato in una fossa di neve da alcuni malviventi nelle vicinanze di Caprignone.

 

La devozione per la Vergine fu un carattere specifico dell'ordine agostiniano. Già Agostino, nei suoi scritti, esaltò le virtù, affermando inseparabile la sua azione da quella di Cristo e proponendola come modello per tutti i credenti. Agostino si fece veicolo di precisi contenuti dottrinari che ebbero lo scopo di confutare le tesi eterodosse diffuse a quei tempi. Agostino ribadì ripetutamente e con chiarezza i concetti della maternità fisica e insieme divina di Maria nonché la sua verginità, che ne fanno il simbolo della Chiesa, nello spirito vergine, per integrità e pietà, e madre nella carità.

Dei tre vangeli sinottici quello che parla più diffusamente di Maria è il Vangelo di Luca. Vi si racconta che Maria viveva a Nazaret, in Galilea e che, promessa sposa di Giuseppe, ricevette dall'arcangelo Gabriele l'annuncio che avrebbe partorito il Figlio di Dio (Lc. 1, 26-38). Ella accettò e, per la sua totale fedeltà alla missione affidatale da Dio, è considerata dai cristiani il modello per tutti i credenti. Lo stesso Vangelo secondo Luca racconta la sua pronta partenza per Ain Karem, per aiutare la cugina Elisabetta, anziana, incinta di sei mesi.

Da Elisabetta è chiamata "la madre del mio Signore". Maria le risponde proclamando il Magnificat: « Allora Maria disse: L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.» (Lc. 1, 46)