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PITTORI: Francesco Stringa

I Santi Monica, Agostino, Tommaso da Villanova e Guglielmo d'Aquitania venerano l'immagine di Maria con il Bambino

I Santi Monica, Agostino, Tommaso da Villanova e Guglielmo d'Aquitania

venerano l'immagine di Maria con il Bambino

 

 

STRINGA FRANCESCO

1663

Modena, chiesa di sant'Agostino

 

I Santi Monica, Agostino, Tommaso da Villanova e Guglielmo d'Aquitania venerano l'immagine di Maria con il Bambino

 

 

 

La pala di Francesco Stringa che raffigura i santi Monica, Agostino, Tommaso da Villanova e Guglielmo d'Aquitania che venerano l'immagine di Maria con il Bambino si trova nella chiesa di sant'Agostino a Modena, nell'altare a destra dello pseudotransettro.

Il committente fu il facoltoso commerciante modenese di corami Andrea Pedroni. Questi, oltre all'altare, aveva anche provveduto a far fabbricare la cappella "cominciando dalli fondamenti" e ad affidare all'amico Francesco Stringa la realizzazione delle tele tuttora qui collocate riproducenti, nella cartella in alto, il suo santo eponimo sant'Andrea Apostolo con san Nicola da Tolentino e, nella pala sottostante, Monica e Agostino che con altri santi venerano la Vergine con il Bambino.

Quest'ultima tela venne concepita come frontale della Madonna col Bambino di Tommaso da Modena che fu qui traslocata prelevandola dalla "Cappella dove giÓ si trovava molto piccola e angusta" il 22 giugno 1664. Prima pala d'altare di datazione certa di Stringa, quest'opera esprime in modo abbastanza chiaro lo stile da lui maturato negli anni della formazione verso un meditato naturalismo nutrito dall'incontro con i due poli fondamentali della cultura figurativa modenese di quegli anni: quello bolognese e quello ferrarese.

Immersa in una atmosfera dai toni bruciati, memore certo delle contrastate intelaiature luministiche di Flaminio Torri e del primo Guercino, la composizione ruota attorno all'immagine dell'affresco di Tomaso. I personaggi sottostanti, tutti santi agostiniani, ma nel caso di Guglielmo si deve ricordare qualche lontana parentela con gli Estensi, sono distribuiti secondo un ordine simmetrico e vengono colti con svariati atteggiamenti e una certa cura per la caratterizzazione delle fisionomie. Interessanti, da questo punto di vista, sono soprattutto il volto di Monica, condotto con un'intensitÓ naturalistica quasi cantariniane, e quello di san Guglielmo, la cui idealizzata bellezza, di origine reniana, non rinnega comunque la veritÓ di una espressione malinconica carica di umana semplicitÓ. Degno di attenzione Ŕ anche sant'Agostino che con lo sguardo diretto allo spettatore e l'indice della mano destra puntato verso la Vergine si propone nella veste di intercessore. Il richiamo a Giovanni Lanfranco (1582-1647), suggerito dalla critica come uno dei punti di riferimento di Stringa, si fa qui esplicito nella evidente ripresa di questa figura dalla pala che il pittore parmense aveva eseguito circa cinquant'anni prima per la chiesa di san Pietro a Leonessa.

Un ultimo elemento da considerare Ŕ la resa ottica della ghirlanda di fiori, che la figura angelica, in piedi sull'altare, regge sopra la venerate icona, nella quale si riconosce la mano di uno specialista, che potrebbe essere quella del fratello di Francesco, Agostino Stringa (1641-1699), giÓ attivo in quegli anni per la corte estense.

 

 

Francesco Stringa

Pittore modenese seicentesco (1635-1709), Francesco Stringa Ŕ un artista originale, autore di molteplici opere che hanno abbellito le chiese di Modena. Francesco Stringa conosce una lunga carriera che lo porta a diventare sovrintendente a tutte le fabbriche e manifatture ducali nonchÚ pittore di casa d'Este. La sua Ŕ stata una lunga e travagliata esistenza, costellata di faticosi successi e rovinose cadute. Figlio di un usciere di corte, egli si Ŕ ritagliato, nel secolo della forma, l'abito del gentiluomo, ma la sorte non gli Ŕ stata sempre favorevole.

Lavoratore fedele e infaticabile, cala su di lui all'improvviso verso la fine del secolo il velo opaco della follia, proprio mentre realizza un'opera straordinaria, forse il capolavoro della sua vita, la cosiddetta Pala di San Mauro.