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PITTORI: Carlone Carlo

Morte di Agostino

Morte di Agostino

 

 

CARLO CARLONE

1710

Vienna, Museo Belvedere

 

Morte di Agostino

 

 

 

La pala non presenta una datazione e viene attribuito al pittore italiano Carlo Carlone, che dipinse un esemplare del tutto simile a Rattenberg per la chiesa Agostiniani nel 1710. Attualmente non in esposizione, l'opera è stata acquisita dal museo viennese da Anny Stöckl. Dipinto con la tecnica a olio su tela, il quadro ha le dimensioni di 70x39 cm con un telaio di 80x50x5 cm.

L'opera raffigura il momento della morte di Agostino. Il santo, dall'aspetto vegliardo, è disteso sul letto, mentre una folla di angeli di dispone attorno al suo capezzale e volteggia nell'aria indicando, al livello superiore il cielo dove appare la Trinità.

Agostino indossa i paramenti episcopali, sotto cui si intravede facilmente la presenza della tonaca nera dei monaci agostiniani. Il volto del santo ha un aspetto vegliardo con una foltissima barba grigiastra che gli copre le guance e gli scende fin sul petto. Agostino, contrariamente a quanto si osserva nei cicli e in altre occasioni, è stato dipinto da solo senza la presenza al capezzale di monaci del suo ordine che vegliano e pregano durante il suo trapasso.

Il pittore ha voluto piuttosto esaltare la figura del santo e le sue qualità ponendolo direttamente a confronto e in presenza della Trinità, da lui tanto cercata e desiderata.

 

Agostino muore il 28 agosto 430 mentre i Vandali di Genserico stanno assediando Ippona.

 

31. 1. Quel sant'uomo, nella lunga vita che Dio gli aveva concesso per l'utilità e il bene della santa chiesa (infatti visse 76 anni, e circa 40 anni da prete e vescovo), parlando con noi familiarmente era solito dire che, ricevuto il battesimo, neppure i cristiani e i sacerdoti più apprezzati debbono separarsi dal corpo senza degna e adatta penitenza.

31. 2. In tal modo egli si comportò nella sua ultima malattia: fece trascrivere i salmi davidici che trattano della penitenza - sono molto pochi - e fece affiggere i fogli contro la parete, così che stando a letto durante la sua infermità li poteva vedere e leggere, e piangeva ininterrottamente a calde lacrime.

31. 3. Perché nessuno disturbasse il suo raccoglimento, circa dieci giorni prima di morire, disse a noi, che lo assistevamo, di non far entrare nessuno, se non soltanto nelle ore in cui i medici entravano a visitarlo o gli si portava da mangiare. La sua disposizione fu osservata, ed egli in tutto quel tempo stette in preghiera.

31. 4. Fino alla sua ultima malattia predicò in chiesa la parola di Dio ininterrottamente, con zelo e con forza, con lucidità e intelligenza.

31. 5. Conservando intatte tutte le membra del corpo, sani la vista e l'udito, mentre noi eravamo presenti osservavamo e pregavamo, egli - come fu scritto - si addormentò coi suoi padri, in prospera vecchiaia (1 Re, 2, 10). Per accompagnare la deposizione del suo corpo, fu offerto a Dio il sacrificio in nostra presenza, e poi fu sepolto.

31. 6. Non fece testamento, perché povero di Dio non aveva motivo di farlo. Raccomandava sempre di conservare diligentemente per i posteri la biblioteca della chiesa con tutti i codici. Quel che la chiesa aveva di suppellettili e ornamenti, affidò al prete che alle sue dipendenze curava l'amministrazione della casa annessa alla chiesa.

31. 7. Né durante la vita né al momento di morire trattò i suoi parenti, sia quelli dediti alla vita monastica sia quelli di fuori, nel modo consueto nel mondo. Quando viveva, dava a costoro, se era necessario, quel che usava dare agli altri, non perché avessero ricchezze ma perché non fossero poveri e non lo fossero troppo.

31. 8. Lasciò alla chiesa clero abbondante e monasteri di uomini e donne praticanti la continenza con i loro superiori; inoltre, biblioteche contenenti libri e prediche sia suoi sia di altri santi, dai quali si può conoscere quanta sia stata, per dono di Dio, la sua grandezza nella chiesa e nei quali i fedeli lo trovano sempre vivo. In tal senso un poeta pagano, disponendo che i suoi gli facessero la tomba in luogo pubblico ed elevato, dettò questa epigrafe: Vuoi sapere, o viandante, che il poeta vive dopo la morte? Ecco, io dico ciò che tu leggi: la tua voce è la mia.

POSSIDIO, Gesta Augustini 31, 1 - 8

 

 

Carlone Carlo

Nato a Scaria d'Intelvi nel 1687, Carlo Innocenzo Carlone o Carloni apparteneva ad una famiglia comasca di artisti da diverse generazioni. Era figlio di Giovanni Battista Carloni, stuccatore, e di Taddea Maddalena Allio. Suo fratello Diego Francesco fu un valente stuccatore e architetto. Giovanissimo seguì il padre in Germania per apprendere la lingua tedesca e per essere avviato all'arte dello stucco; ma dimostrando una decisa tendenza alla pittura, il padre lo affidò al pittore conterraneo Giulio Quaglio, che lo portò con sé a Venezia e a Udine. Dopo il 1706 si recò a Roma per perfezionare la propria educazione pittorica avendo come maestro Francesco Trevisani. Trasferitosi in Austria, esegue molteplici lavori sia per chiese che per palazzi signorili. Durante il periodo invernale spesso torna in Italia. Nel 1717 si sposò con Giulia Caterina Corbellini da cui ebbe quattro figli maschi e nove figlie. Morì a Scaria d'Intelvi nel 1775. Carlone si distinse per un genere di pittura briosa e vivace, che richiedeva più fantasia ed estro prospettico che accuratezza nel disegno.