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PITTORI: Maratta Carlo

La vergine con il Bambino e i santi Agostino, Domenico e Monica

La Vergine con il Bambino e i santi Agostino, Domenico e Monica

 

 

MARATTA CARLO

1643-1650

Camerano, chiesa dell'Immacolata

 

La Vergine con il Bambino e i santi Agostino, Domenico e Monica

 

 

 

La tela è opera di Carlo Maratta o Maratti, pittore nato a Camerano nel 1625, che in questa città ha lasciato questa splendida opera nella chiesa dell'Immacolata. La tela raffigura la Madonna con il Bambino in grembo, che accetta la devota adorazione di santa Monica, Agostino e san Domenico.

Questa pala d'altare venne realizzata probabilmente verso il 1643-1650.

Sant'Agostino è ritto in piedi con i suoi attributi episcopali e conversa con san Domenico. Monica invece, vestita da monaca, è inginocchiata e bacia i piedi al bambino.

 

Originariamente la chiesa dell'Immacolata era di modeste dimensioni. Venne radicalmente trasformata nel 1676, con l'aggiunta della navata principale. In quella occasione la facciata fu spostata su Via Maratti. Nel 1744 Benedetto XIV la promosse a sede arcipreturale e pertanto venne incorporata alla nuova Insigne Collegiata, con tutti i privilegi e benefici annessi. Nel 1810 fu soppressa con decreto napoleonico. Ma nel 1842 un nuovo restauro voluto dall'arciprete Don Luigi Petrelli la ripristinò al culto.

Questa chiesa viene considerata la più antica di Camerano. Sorta come Pieve fuori dalla primitiva cinta muraria, fu dedicata a San Pietro Apostolo. Lo attesta una Bolla di Alessandro III datata Venezia 1177 e diretta all'Abate Rustico ed ai Monaci di Portonovo, dove è nominata una "ecclesiam S. Petri in Castro Camurani cum Parochianis suis'.

Una bolla del 1478 di mons. Antonio Fatati, Vescovo di Ancona, che regola l'istituzione del giuspatronato sulla chiesa di S. Germano nomina la chiesa di Camerano con il titolo di "Paroeciae Beatae Mariae Virginis sub Titulo Sanctissimae Conceptionis". E' lo stesso titolo che conserva ancora oggi.

All'interno della chiesa sono conservate numerose opere d'arte, fra cui ricordiamo: una Madonna di Carlo Maratta, la Traslazione della Santa Casa di Loreto (sec. XVIII), una Madonna che offre la cintura alle Suore Agostiniane di Girolamo Donnini (1725-1730), l'Apparizione della Madonna a S. Filippo Neri (sec. XVII), l'Immacolata Concezione, la Madonna della Speranza, una Madonna con il Bambino e i Santi Giuseppe, Pietro, Nicola da Tolentino ed altri, un'altra Madonna con Bambino e i Santi Giuseppe, Anna, Giovanni Battista ed altri. Nell'abside si trova un coro ligneo con undici scanni che presumibilmente risale al periodo della Collegiata di fine Settecento.

L'interno della chiesa è illuminata da otto piccole finestre circolari e da due finestroni all'inizio dell'abside. Il pavimento rifatto nel 1971 ha evidenziato numerose sepolture antiche nei sotterranei.

 

Carlo Maratta

Entrò nella bottega romana di Andrea Sacchi, dove restò fino al 1636. La sua cultura artistica si formò sugli esempi dei bolognesi, in particolare Giovanni Lanfranco e Guercino. Divenne il fondatore di quell'Accademia romana che impose un indirizzo classicheggiante alla cultura del secondo Settecento. Della produzione anteriore al 1650 restano un affresco in San Giovanni in Fonte a Roma, condotto su cartone del Sacchi, una pala d'altare dipinta per Taddeo Barberini e destinata a Monterotondo. La pittura del Maratta fu esaltata da Giovan Pietro Bellori che ne elogiava la grazia e la purezza di composizione. Nel periodo 1653-1655 segna un accostamento al Lanfranco, che diventa molto più evidente nel quadro con Sant'Agostino per Santa Maria dei Sette Dolori. Le grandi decorazioni per Palazzo Altieri e San Pietro in Vaticano a Roma, e per il duomo di Urbino costituiscono una novità nel campo delle decorazioni scenografiche, diverse da quelle barocche coeve. Nel 1702 fu incaricato della pulitura degli affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane. Fu un grande ritrattista, attento alle raffinatezze del colore. Negli ultimi anni della vita si ritirò a vivere a Genzano di Roma, in un palazzetto rococò di cui era stato anche architetto. Il tentato ratto di Faustina, ad opera del signore di Genzano Giangiorgio Sforza Cesarini, nel 1703, lo costrinsero a lasciare la cittadina sui Colli Albani per stabilirsi definitivamente a Roma, dove morì nel 1713.