Percorso : HOME > Iconografia > Cicli > Seicento > Erasmo Quellin

CICLo AGOSTINIANo di Erasmo Quellin a Bruges

Agostino incontra il Bambin Ges¨ sulla riva di una spiaggia

Agostino e il bambino sulla spiaggia

 

 

ERASMO QUELLIN

1666 - 1668

Monastero agostiniano di Bruges

 

Agostino incontra il Bambin Ges¨ sulla riva di una spiaggia

 

 

 

La composizione non ha nulla a che vedere con quella di Rubens per gli agostiniani di Praga del 1639. Qui si vede un Agostino vestito da eremita, pensoso, dal viso giovane che occupa buona parte della tela. Tiene un libro chiuso nella mano sinistra, mentre con la destra fa un cenno al bambino.

Questi Ŕ una specie di putto con in mano un cucchiaio e conchiglie sparse intorno. A sinistra c'Ŕ spazio per una "marina" dalle acque agitate che mette a repentaglio un vascello in prossimitÓ di una scogliera dove sorge un convento. Il gioco di chiaro scuri Ŕ notevole.

 

Questa leggenda Ŕ stata studiata da L. Pillion in La LÚgende de s. JÚrome in Gazette des Beaux-Arts del 1908. L'episodio che godrÓ di molta fortuna nella iconografia agostiniana riprende un testo della Lettera apocrifa a Cirillo che avrebbe scritto lo stesso Agostino. In un passo Agostino ricorda una rivelazione divina con queste parole: "Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum ?".

Questa leggenda si troverebbe forse giÓ nel XIII secolo, sotto forma di exemplum, in uno scritto di Cesare d'Heisterbach (cfr. H. I. Marrou, Saint Augustin et l'ange, une lÚgende mÚdioÚvale, in l'Homme devant Dieu, MÚlanges offerts au P. de Lubac, II, 1964, 137-149).

Questa leggenda sulla TrinitÓ soppiant˛ ben presto la leggenda della Vedova che trattava dello stesso argomento della TrinitÓ. L'origine di questa tematica iconografica non proverrebbe dunque dalla agiografia medioevale quanto piuttosto dalla predicazione. P. Antonio Iturbe Saýz ha a sua volta proposto una possibile ricostruzione della sua origine: nel secolo XIII si scrivevano "exempla" per i predicatori e in uno di questi apparve questa leggenda applicata a un professore di scolastica di Parigi con un fine chiaramente morale: criticare la alterigia e la superbia dei teologi.