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CICLo AGOSTINIANo di Wandereisen

Monica consolata da un vescovo, stampa seicentesca di Wandereisen pubblicata nel 1631 a Ingolstadt

Monica consolata da un vescovo

 

 

WANDEREISEN

1631

Ingolstadt

 

Monica consolata da un vescovo

 

 

 

L'iscrizione in basso riporta: Ille serit, rigat haec: Deus incrementa ministrat non datur officiis sterile esse solum. Nel medaglione un vescovo a sinistra, in piedi davanti a un altare, regge il suo bastone e benedice la mano di Monica in ginocchio.

Dietro lei due donne: la Fede, con la croce e la Pazienza. Sul piano retrostante si sviluppa invece la scena del Tolle lege. La scena che è stata raccontata da Agostino in un passo delle Confessioni è relativo ad un episodio, non altrimenti conosciuto, in cui Monica, preoccupata per le sorti del figlio adolescente, si rivolge a un vescovo per chiedere consigli e per ottenere aiuto. Monica si rivolge con umiltà al vescovo che la consolerà ricordandole che suo figlio non perirà se non altro per la forza e per il coraggio di tanta madre.

Questa scena viene riportata dopo la predicazione di Ambrogio. Probabilmente l'autore si è fidato di alcuni testi tardivi che identificavano questo vescovo con Ambrogio, mentre secondo il testo delle Confessioni, il vescovo era africano. Tuttavia il testo di Mair precisa che si trattava di un vescovo africano. L'autore quindi non si cura della cronologia e si preoccupa piuttosto del loro significato simbolico: il vescovo predice che Agostino produrrà buoni frutti e questa predizione di fato si realizza al momento della conversione.

 

E un altro responso mi hai dato a quell'epoca, che ora torna alla memoria (molte cose tralascio nella fretta di arrivare a ciò che più mi preme confessarti, e molte altre non le ricordo). Un responso, dunque, dato attraverso un tuo sacerdote, un vescovo allevato nella chiesa ed esperto dei tuoi libri. Quando quella donna lo pregò - come era solita fare con tutte le persone che le parevano adatte allo scopo - perché si degnasse di parlare con me e di confutare i miei errori e di distogliermi dalle male dottrine per insegnarmi quelle giuste, quello rifiutò, e saggiamente, come capii più tardi. Rispose infatti che ero ancora sordo a ogni insegnamento, perché tutto gonfio della novità di quell'eresia, e con le mie sottigliezze avevo già messo in agitazione parecchi sprovveduti, come aveva saputo da lei.

"Ma," disse, "lascialo stare dov'è. Prega soltanto il Signore per lui. Troverà da solo, leggendo, che errore sia quello e quanto grande la sua empietà". Poi le raccontò come anche lui da ragazzino fosse stato affidato ai Manichei da sua madre, che ne era rimasta affascinata, e disse che non solo aveva letto quasi tutti i loro libri, ma se li era anche trascritti, e mentre lo faceva gli si era reso evidente, senza che nessuno discutesse con lui e cercasse di convincerlo, che bisognava fuggirla, quella setta. E così aveva fatto. Ma lei nonostante queste parole non voleva rassegnarsi e insisteva, con implorazioni e lacrime sempre più abbondanti, perché mi vedesse e parlasse con me: e quello, che ormai non ne poteva più, concluse: "Lasciami in pace e continua a vivere così, non è possibile che il figlio di tante lacrime perisca".

Parole che ella, nelle nostre conversazioni, ricordava spesso di aver accolto come se fossero risuonate dal cielo.

AGOSTINO, Confessioni 3, 12, 21