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CICLo AGOSTINIANo di Miguel de Santiago a QUITO

Agostino in estasi, opera di Miguel de Santiago nel convento agostiniano di Quito

Agostino in estasi

 

 

MIGUEL DE SANTIAGO

1656

Monastero agostiniano di Quito

 

Agostino in estasi

 

 

 

L'autore della tela ha cercato di riprodurre il motivo centrale della grande Estasi che Van Dyck aveva dipinto per gli agostiniani di Anversa nel 1628. Agostino Ŕ vestito con gli abiti da vescovo e con il saio degli Eremitani. Lo sostengono due angeli che lo invitano a guardare il cielo. La tavola di Van Dick fu molto apprezzata dagli Eremitani e fu copiata anche nel ciclo iconografico di Bruges, dipinto da Erasmo Quellin qualche anno dopo. L'opera conobbe poi altre copie fra cui questa di Quito, che non riesce tuttavia a trasmettere la medesima intensitÓ di quella originale.

 

D. Augustinus in intentissimo Dei amore positus ter a Domino interrogatur: 'Augustine amas me ? ' Cum ille: ita amo Te, ut si ego Deus forem, vellem ego fieri. Il dialogo Ŕ tratto da Giovanni XXI e ricorda l'interrogatorio di Pietro.

Si legge anche che un uomo di molta pietÓ in un'estasi vide tutti i santi, ma per quanto cercasse, non riusciva a vedervi S. Agostino. Ne domand˛ la ragione ed il santo cui si era rivolto gli disse: - Agostino Ŕ nel pi¨ alto dei cieli e contempla la Santissima TrinitÓ.

JACOPO DA VARAGINE, Legenda Aurea, 9

 

CORNELIUS LANCELOTZ, Vita Augustini, Anversa 1616

 

Un'estasi famosa di Agostino Ŕ quella che ebbe a Ostia assieme alla madre Monica:

Pochi giorni prima che lei morisse... accadde, credo per misteriosa disposizione delle tue vie, che ci trovassimo lei ed io soli... C’era un grande silenzio... Parlavamo, fra noi, soavissimamente, dimentichi del passato e protesi verso l’avvenire. Ci domandavamo, davanti alla presenza della veritÓ e cioŔ di te, o Signore, quale fosse mai quella vita eterna dei beati che “nessun occhio vide, nessun orecchio udý, che rimane inaccessibile alla mente umana”. Aprivamo avidamente il nostro cuore al fluire celeste della tua fonte, la fonte della vita, che Ŕ in te, per esserne un poco irrorati, per quanto era possibile alla nostra intelligenza, e poterci cosý formare un’idea di tanta sublimitÓ. Eravamo giunti alla conclusione che qualsiasi piacere dei sensi del corpo, anche nel maggior splendore fisico, non solo non deve essere paragonato alla felicitÓ di quella vita, ma nemmeno nominato; ci rivolgemmo poi con maggior intensitÓ d’affetto verso l’“Ente in sÚ”, ripercorrendo a poco a poco tutte le creature materiali fin su al cielo da cui il sole, la luna e le stelle mandano la loro luce sulla terra. E la nostra vista interiore si spinse pi¨ in alto, nella contemplazione, nell’esaltazione, nell’ammirazione delle tue opere; e arrivammo al pensiero umano, e passammo oltre, per raggiungere le regioni infinite della tua inesauribile feconditÓ, nelle quali nutri Israele con il cibo della veritÓ, dove la vita Ŕ la sapienza che dÓ l’essere a tutte le cose presenti, passate e future: ed essa non ha successione, ma Ŕ come fu, come sarÓ, sempre. Anzi meglio, non esiste in lei un “fu”, un “sarÓ”, ma solo “Ŕ”, perchÚ Ŕ eterna: il fu e il sarÓ non appartengono all’eternitÓ. E mentre parlavamo e anelavamo ad essa la cogliemmo un poco con lo slancio del cuore e sospirando vi lasciammo unite le primizie dello spirito per ridiscendere al suono delle nostre labbra, dove la parola trova il suo inizio e la sua fine. Quale possibilitÓ di confronto tra essa e il tuo Verbo, che permane in se stesso, e non invecchia e rinnova tutto? (Confessioni X).